L’abbigliamento a scuola: quando l’impertinenza si traveste da emancipazione

L’abbigliamento a scuola: quando l’impertinenza si traveste da emancipazione. A scuola come in discoteca ma combattono per l’emancipazione

Da diversi anni, il modo di vestirsi a scuola è diventato uno dei temi che divide maggiormente l’opinione pubblica. Secondo alcuni, l’ambiente scolastico deve permettere il più possibile la libera espressione del gusto personale sia per quanto concerne l’abbigliamento sia per quanto riguarda la condotta. Alcuni genitori sono diventati più disposti ad accontentare le richieste dei figli che desiderano andare a scuola con un outfit da discoteca; altri non riescono più ad avere voce in capitolo nella gestione dell’educazione della propria prole.

Per i professori, fortunatamente, la scuola resta un luogo da frequentare in modo serio e per questo esigono dagli studenti un abbigliamento idoneo ed un comportamento decoroso. Nell’ambiente scolastico si impara a rapportarsi con compagni, insegnanti e personale ATA ma, soprattutto, con se stessi così da arrivare pronti nel mondo del lavoro. 

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È da convenire sul fatto che la scuola abbia profondamente riformato i modi per imporre la disciplina non castigando più gli alunni irriverenti attraverso punizioni severe; oggigiorno la scuola cerca un dialogo con i suoi studenti e dà consigli. Anche gli insegnanti, non tutti, sono diventati più disponibili al confronto e non necessariamente su argomenti di loro stretta competenza. Una cosa su cui la totalità dei professori è unanime è una: l’outfit con cui presentarsi all’ Esame di maturità. Esso deve (dovrebbe) risultare curato, regolare e rispettoso. Ma davvero si deve evidenziare un concetto così ovvio e basilare? Perché deve essere evidenziato?

Evidentemente non è (più) tanto ovvio e nemmeno basilare.

Lo dimostra anche la vicenda di qualche settimana fa avvenuta al liceo Socrate di Roma, dove la vicepreside avrebbe invitato le studentesse a non indossare la minigonna per evitare di far cadere l’occhio ai professori. Inoltre, le parole esatte sarebbero state altre ma il riassunto del discorso ha creato vari dibattiti.

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L’ argomento sviluppato anche da più punti di vista

Il giorno dopo, come simbolo di protesta, le studentesse di mezza Roma, sono arrivate armate di vestitini, minigonne e cartelloni con messaggi quali: ”Non è colpa nostra se gli cade l’occhio, #stopallaviolenzadigenere”.

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La notizia ha così tanto appassionato i media da far pubblicare innumerevoli articoli sull’accaduto, la maggior parte dei quali in difesa della decisione della vicepreside. La risposta mediatica a quest’episodio ha però prodotto l’effetto contrario. Alcuni personaggi pubblici hanno simpatizzato con le giovani come la cantante Loredana Bertè che, in suo post, descrive come anche lei fosse andata sempre in minigonna inserendo tra i vari hashtag quello riguardante l’emancipazione.

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L’accaduto ha suscitato l’interesse anche in Giuliana Arcarese, (alias MakeUp Delight) di professione make up artist, influencer e youtuber. Vive in America con la famiglia ma ci tiene a restare aggiornata riguardo le notizie provenienti dall’Italia. Giuliana la si può ritrovare anche su Spotify.

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Nel suo format porta all’ascolto svariati temi, riflessioni e interpretazioni personali sfruttando una sua personale caratteristica: la schiettezza. Tra i vari audio vi è la sua opinione, soprattutto da genitore, su ciò che è accaduto nella Capitale. Riporto qui qualche citazione tratta proprio dal podcast riservato all’argomento.

Dall’invito della vicepreside ne è uscita una rivolta pacifica, una cosiddetta “Protesta delle gonne” che ha un gusto femminista fine anni sessanta, anni settanta. O almeno vorrebbe averlo. […] non riesco a comprendere perché si debba tramutare un argomento di decoro in una battaglia femministaPerchè vogliamo ignorare che ogni luogo e ogni contesto necessiti di un abbigliamento adatto e di un comportamento adatto?

Elevare questa protesta a battaglia femminista non fa altro che indebolire il ruolo della Donna nella società vera e propria. La serietà con cui questo dissenso è stato portato avanti dà solamente adito a polemiche sterili, le quali non fanno altro che aumentare il malcontento tra gli haters; come risultato finale avremo così l’inevitabile degradazione di tutte le VERE battaglie al femminile: salari equi, libertà di abortire, rappresentatività di genere nelle istituzioni…

Parlo di divario retributivo di genere, mancanza di figure femminili nella leadership politica e imprenditoriale per non parlare di tutte quelle donne che proprio nell’ultimo periodo hanno dovuto abbandonare il loro lavoro per rimanere a casa con i figli e che sono state le prime ad abbandonare le proprie ambizioni ed i propri lavori.

Giuliana stessa ammette che anche a lei cascherebbe l’occhio di fronte ad un abbigliamento per niente in linea con il luogo in cui viene presentato. Frequentare la scuola, vestiti in maniera conforme dovrebbe essere una consuetudine del tutto elementare ma che è stata vista come una rivolta personale verso un’emancipazione condivisa. L’emancipazione di chi e soprattutto, da che cosa?

Non indossare una minigonna o non portare jeans abbassati con le mutande in vista durante le ore scolastiche non lede la dignità di una donna o di un uomo. È solamente una regola che poi può essere imposta oppure no che dà l’idea di cosa vuol dire rispettare le regole e avere un po’ di disciplina che non fa mai male.

Successivamente porta l’esempio del fratello bancario che, se un giorno dovesse presentarsi vestito in tuta e ciabatte, il direttore lo inviterebbe a cambiarsi nonostante le eventuali repliche del suo dipendente. Ogni luogo, esattamente come ogni mestiere, richiede un abbigliamento appropriato; altrimenti non dovrebbe risultare motivo di perplessità nell’osservare i giudici vestiti da carnevale e, magari, i militari con il tutù. Nella cultura odierna certo non esistono delle regole scritte, ma alcune sono dettate irreprensibilmente dal buon gusto.

Giuliana prosegue sostenendo che:

La scuola è un luogo che richiede un determinato atteggiamento

Questo (se non si fosse capito) è valido sia per i ragazzi sia per le ragazze. Perché chi lascia i propri figli andare a scuola con vestiti succinti e inadatti pretende che sia ancora la scuola ad educarli?

Sento spesso dire che i ragazzi, gli adolescenti non abbiano delle regole, non capiscano la disciplina, che debba essere insegnato loro che non si ruba, non si dicono le parolacce, non si parcheggia nel parcheggio destinato ai disabili ma io penso che tutto inizi dalle piccole cose. Anche dal modo di vestire.

Giuliana fa l’esempio dell’andare in spiaggia in topless che non scandalizza nessuno, in spiaggia. Nessuno si aspetterebbe mai di vedere una ragazza fare il bagno con il costume da palombaro!

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Un suo pensiero riguardante i veri principi del femminismo mi ha molto colpita:

[…] E come donne, soprattutto  giovani, smettiamola di sentirci insultate da sciocchezze e concentriamoci; concentriamo le nostre energie sulle battaglie, sulle vere battaglie. Non siamo più le nostre mamme, le nostre donne che hanno lottato veramente per diritti che vanno ben oltre la minigonna e sono state proprio le nostre mamme le nostre nonne a sdoganare la minigonna e che non rappresenta più il simbolo della lotta femminista degli anni ’60, gli anni ’70 […] Vestiamoci come vogliamo che sia con la minigonna che sia con la super scollatura o con il jeans abbassati con mutande in vista (orribili) ricordiamoci sempre che avere un’ idea e una cognizione del posto in cui ci troviamo è importante. […] scegliamo bene le nostre battaglie. 

Dato che l’abbigliamento per un adolescente è un linguaggio e un riflesso di ciò che vuole esprimere di se stessi, è auspicabile ponderarne i contesti. Nessuno cerca di vietare una gonna sopra il ginocchio in classe, anzi, si tratta di limitare la minigonna striminzita che copre a malapena le parti intime. Si cerca di tracciare un confine tra la decenza e l’impertinenza.

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Utilizzare il termine “violenza di genere” presso il contesto scolastico come uno slogan diventa stonato ed incongruente in quanto la scuola è una realtà che va rispettata anche con la scelta del look. Da questo concetto ne è scaturita una battaglia per l’emancipazione ma dalla disciplina. Ne vale davvero la pena o penalizza le reali battaglie delle Donne?

A voi la risposta.

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Mi chiamo Andreea e studio presso l'Università degli Studi di Udine. Adoro i bambini, la musica, i film e le sorprese. Mi piace scrivere e leggere. Nutro un affetto particolare per i classici perchè mi insegnano qualcosa di nuovo ogni volta che li rileggo. Il mio libro preferito è "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello. La mia citazione preferita è: "Per angusta ad augusta".

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