Nessuno ha mai chiesto al latino e al greco di salvare l’istruzione italiana
Tutte le materie, anche se con modalità diverse e strumenti differenti, ci vogliono mostrare come stare al mondo.
È vero, il problema dell’Italia è il non saper valorizzare la propria cultura, e questo avviene per mano di chi intende per cultura solo un frangente di essa: il presente, la contingenza dei fenomeni, senza considerarne la fase precedente, il passato, che ha saputo dare origine a tutto quello che oggi siamo.
Non ho potuto evitare di rimanere amareggiata davanti alle parole che poco meno di un mese fa hanno fatto irruzione in questo blog per quanto riguarda il latino e il greco: Lisia certo si sarebbe divertito nel rispondere a un simile esercizio retorico con la sua ironia sottile che sempre mi fa innamorare delle sue orazioni.
Però, dato che alle parole a cui rispondo non piace Lisia, sarò io ad essere portavoce della cultura classica. Non strenua difensora, non oratrice per diletto, ma laureata in Lettere classiche, studentessa magistrale in Filologia, letteratura e tradizione classica e futura insegnante delle discipline classiche, con qualche anno di esperienza che ho maturato durante il mio percorso triennale all’Università. Non sono qui per rispondere a quelle parole dicendo che le lingue classiche sono le più belle del mondo e che se non le studi vali meno degli altri: questi sono i luoghi comuni che i presuntuosi e frustrati anticlassicisti affidano alle bocche dei classicisti che invece, non avendo bisogno di dimostrare nulla davanti a questo vano accanimento, continuano per la loro strada con un sorriso consapevole.
Se a quelle parole piace la storia, partiamo allora da qualcosa che alla storia piace tanto: le fonti, fondamentali in una ricerca o in una qualsiasi trattazione scientifica. Vediamo quali sono state utilizzate per dimostrare che le lingue classiche rientrano nel problema culturale italiano:
- il motore di ricerca: sito in cui digitando parole vengono visualizzati risultati suggeriti sulla base di ricerche effettuate da utenti di cui non si conoscono l’identità, il carattere, la provenienza e il livello di istruzione. Il web è pieno di articoli in difesa del liceo classico, questo è certo, ma anche di altrettanti contro la sua utilità: a quali dobbiamo dare retta? Come ci insegna ogni disciplina dell’asse matematico-scientifico, di un problema o di un fenomeno va analizzato il complesso della situazione e dei dati, non solo una parte, perché se fosse così l’analisi finale sarebbe parziale e non oggettiva;
- 9 ragioni per amare il greco di Andrea Marcolongo: prima di citare questo testo, che ingiustificatamente inneggia alla bellezza del latino e del greco, bisogna verificarne la validità, e ben poca ne ha considerando i diversi errori imperdonabili effettuati dall’autrice nel narrare le diverse fasi della storia della lingua greca, facilmente approfondibili con un manuale autorevole come potrebbe essere Lineamenti di storia della lingua greca di Antoine Meillet. Per non parlare della banalità delle argomentazioni che la Marcolongo spesso porta a favore delle lingue classiche: un tale libro non potrebbe invogliare nemmeno i più appassionati a studiare l’antichità, e questo perché chi ha passione conosce quel mondo e non vuole vederlo sminuito dalla presunzione di chi non ne conosce la vera essenza.
Una volta che mi è stato possibile dimostrare che non sono queste le fonti con cui ci si può occupare dell’analisi del problema culturale italiano in relazione alla presenza in esso delle lingue classiche, e che non sono queste le modalità più scientifiche per approcciarsi al problema, mi dedicherò a ripercorrere i punti salienti dell’articolo a cui mi trovo a rispondere nella maniera più armoniosa, accorta e scorrevole possibile. Vi invito a seguirlo man mano che leggerete il mio, per capire meglio l’evoluzione della diatriba in atto.
Chi considera la letteratura come lo specchio più rifrangente della bellezza delle storie dimostra di non aver compreso che se oggi noi possediamo i testi grazie alla lingua, non è grazie alla meravigliosa qualità dei contenuti delle opere che ci sono giunte. La lingua si è evoluta, si è consolidata nel tempo grazie alla pratica scrittoria e alla copiatura dei testi che si rivelano essere sicuramente il riflesso della storia e della cultura di ciascun popolo ma soprattutto rappresentano la testimonianza della magia della lingua, che come un essere vivente cresce, migliora e si arricchisce nel tempo, prendendo forma ed assumendo un’identità, e solo a seguito di questo ha storie da raccontare, come ognuno di noi nei primi anni dell’infanzia impara a parlare e grazie a questa abilità poi potrà entrare in relazione con gli altri e raccontarsi, esperire ed essere se stesso.
Quindi è la lingua ad essere lo specchio della dinamicità dell’evoluzione umana, delle relazioni e dei conflitti, dell’odio e dell’amore tra popoli, regni, dinastie e – ma sì, lasciamo che ce lo dicano i papiri – delle persone normali, molto più simili a noi di quel che potremmo immaginare.
Ed è lì la bellezza di cui chi comprende il mondo classico non può non innamorarsi: la letteratura, in questo, è solo la punta dell’iceberg, una sottilissima pellicola di una ricca ed elaborata enciclopedia. Pellicola pregiata, senza dubbio, ma mai giudicare un libro dalla sua copertina, e nemmeno dalla prima facciata che, per quanto intrigante, potrebbe sempre trarre in inganno.
Smettere di fare studiare Latino e Greco Antico. Perlomeno come vengono insegnati oggi. Solo la nostra Marcolongo sarebbe stata degna di una tale generalizzazione: come possiamo sapere che oggi tutti gli insegnanti o la gran parte di essi insegni le lingue classiche in un modo tanto scorretto e dannoso – in base a quali criteri poi? Sarebbe da attenersi alle Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento per quanto concerne la sezione del documento ministeriale dedicata al Liceo Classico – che si arriverebbe persino a dire di dover smettere di far studiare le lingue classiche? Far smettere, poi, ricorda molto il costrutto inglese make someone do something che sta a indicare una forzatura, una costrizione o, smorzatamente, un convincimento. Peccato che, come sappiamo, sono i ragazzi a scegliere la scuola superiore da frequentare – ad eccezione dei casi in cui lo decidono i loro genitori -, non c’è alcuna forzatura in questo. Nessuno ce le ha fatte studiare, siamo noi ad aver scelto di approfondire queste lingue: non dimentichiamolo.
Analizziamo ora assieme quali siano i punti caratteristici delle cosiddette apologie dell’utilità dell’insegnamento delle lingue classiche, tenendo conto di ciò che le parole con cui ora mi sto confrontando hanno affermato a riguardo:
- Aiuta a comprendere bene la realtà – le parole si chiedono se vogliamo veramente sostenere che lo studio di due lingue non più parlate possa risultare di aiuto alla comprensione del mondo attuale e la mia risposta non provocatoria né tantomeno superficiale ma ragionata ed elaborata con l’esperienza, metodologia di ricerca utilizzata anche nella Fisica, è che sì, non solo sono d’aiuto ma sono fondamentali. Quando si sentono stereotipi, rispondere con altri stereotipi è a dir poco illogico, e utilizzare una domanda di questo genere sarebbe come se qualcuno ci dicesse che gli italiani sono famosi solo perché mangiano la pizza e noi rispondessimo che no, non è vero: abbiamo anche gli spaghetti e il mandolino!
E poi viene detto che la realtà è molto complessa, ancora più oggi che ieri. Devo ammettere che mi sarei aspettata un’affermazione del genere da un non classicista inesperto, ed è imperdonabile che non si sappia, se si ha studiato tali lingue, che il termine complesso deriva dal latino complexum, che significa abbraccio. Una realtà complessa è una situazione che abbraccia diverse sfaccettature del mondo con cui inevitabilmente ci si trova a rapportarsi, e definire quella di oggi una realtà più complessa di quella di ieri è un’affermazione comoda per chi non si sta impegnando, sudando con passione su storiografi e poeti, a indagare quanto fosse articolato e poliedrico il vivere nel mondo antico, che comprendeva anche le fondamenta del diritto e dell’economia che, secondo le parole a cui mi rivolgo, sarebbero discipline degne di sostituire le lingue classiche nella scuola di oggi;
- Sviluppa la logica – e qui sorrido, perché le parole a cui sto rispondendo non considerano questa affermazione in sé ma la rapportano solamente a quello che in relazione a essa si sentono di dire. Care parole, nessuno vi sta dicendo che con la matematica e le scienze non si sviluppi la logica, tutt’altro, e nessuno ha mai affermato che questo non avvenga con l’italiano e lo swahili, ma è innegabile che la traduzione aiuti la mente a diventare agile. Lo so perché è il mio mestiere, e senza presunzione posso dimostrare che attuando scelte traduttive ogni giorno si apprende non solo il ragionamento logico ma anche ad adottare strategie utili al problem solving, obiettivo di apprendimento fondamentale per uno studente del liceo classico (e non solo…);
- Aiuta a conoscere le proprie radici – Le nostre parole dicono che la letteratura è l’unica parte del latino e del greco che manterrei se si dovesse veramente riformarne lo studio. E invece mi tocca smentire che se vogliamo ritrovare le nostre radici, come ho detto prima, l’ultimo posto dove dobbiamo guardare sono le pagine della letteratura. È vero, i sentimenti che provavano gli antichi sono gli stessi, ma hai mai provato a leggere quanti termini i Greci avessero per indicare l’amore, quando noi invece siamo qui a indicare con una sola parola quelle variopinte sfaccettature che sono comprese inevitabilmente nel più forte sentimento affettivo? Puntiamo al lessico per riscoprire le nostre radici, oppure se vogliamo sminuirle facciamo come la Marcolongo e torniamo a leggere la mitologia solo per diletto;
- Illumina il linguaggio e le parole – le parole in questo caso si appigliano a un altro problema della cultura italiana che è quello della carenza nella padronanza della lingua madre della gran parte dei parlanti e scriventi, ma poi lo aggravano con una domanda che lascia decisamente perplessi: quando un ragazzo non sa distinguere il soggetto reale in una frase di media complessità, dovremmo insegnare più analisi logica o perifrastica passiva e declinazione di rosa-ae? A questo punto mi chiedo se il mondo oggi consideri la grammatica un mostro a più braccia, che minacciosamente prima sfodera l’analisi logica italiana e subito dopo quella latina, come fossero cose diverse, come se nella grammatica ci fosse qualcosa di importante e qualcosa di trascurabile. Nell’alfabeto la A è importante come la B, e questo vale per ogni lettera senza escluderne alcuna. Domanda senza senso, allora: l’italiano deriva dal latino, e se si vuole capirne l’evoluzione bisogna passare anche di lì, così come per comprendere il modello cinetico del gas perfetto si deve conoscere prima l’entità chiamata particella, così come quando si vuole approfondire l’inglese di Milton bisogna conoscere quello di Skakespeare, così come quando vogliamo comprendere la politica attuale è necessario aver ben presente i mutamenti costituzionali greci e non solo;
- Permette di conoscere i grandi autori del passato – le parole riportano che non si può conquistare l’amore di uno studente con 4 ore obbligatorie con la testa china sul banco. Peccato che, mie care parole, le ore sono obbligatorie se si sceglie un liceo classico, e se si ha scelto il liceo classico è stato anche un implicito accettare la presenza di quelle quattro ore obbligatorie, che possono destare anche meraviglia e non solo noia. E credimi: quando c’è la passione, la testa non è mai china ma gli occhi son spalancati e pieni di luce, pronti ad accogliere ciò che è nuovo.
E, ci tengo a sottolinearlo, il latino non è rappresentato dal De Brevitate Vitae, e non si può comparare con l’apprendimento dell’informatica e della matematica che hanno ben altri fini didattici: comprendo però che un liceale ancora non conosca nozioni che all’Università si studiano nei corsi di didattica e pedagogia.
Il problema risulta essere quindi che cosa debba insegnare la scuola e quale sia la funzione di questa all’interno della società, dicono le nostre parole con rammarico, e qui mi trovo a rispondere che il problema è che non ci siamo ancora accorti del fatto che tutte le materie, anche se con modalità diverse e strumenti differenti, ci vogliono mostrare come stare al mondo. Nessuno potrà mai stabilire cosa insegnare, nessuno ha tanta autorità in merito – a malapena il Ministero dell’Istruzione -, perché si sa che alla fine quel che dobbiamo apprendere è il modo migliore per stare al mondo quanto più forti, maturi e consapevoli.
La scuola non pretende e mai ha preteso che dalle sue mura si esca con tutto lo scibile umano sotto braccio, con spavalderia e sicurezza. La scuola sarà sempre lì per noi, quando cadremo e quando ci rialzeremo: il greco con la matematica, la fisica con l’italiano, la chimica con la storia. Non esistono materie che vanno abbandonate, ma solo scuole di pensiero i cui bollori vanno placati.
Ed ecco che le parole, che poco prima sorridevano davanti a realtà con scetticismo, ora utilizzano questo termine per definire un’Italia in declino, un’Italia che deve ricredersi per forza, che deve essere autocritica e razionale. Da qui si vede che quelle sono solo parole, parole alate come quelle di Omero, parole che volteggiano su uno schermo, aprono un dibattito che non lascia scampo, parole che vogliono avere ragione dove, la ragione, non ce l’ha né chi difende il greco e il latino né chi li vuole abolire.
Mie care parole, finché pretenderete di prevalere, nessuno vi ascolterà. Se invece ragionerete su voi stesse, troverete un’identità e un perché, e vedrete che sarà lì che ci incontreremo.
Immagine di copertina: photo by Christopher Czermak on Unsplash





