Pl-Astio: è davvero necessario sbarazzarci della plastica?

Si parla sempre più di plastic-free: è davvero necessario e possibile ricorrere a soluzioni drastiche eliminando completamente la plastica?

Tra la vasta collezione di obiezioni al riciclo dei rifiuti, le più sconsolate riguardano la fatica della separazione dei diversi tipi di materiali o la sfiducia in chi si occupa poi dello smaltimento. Preoccupante è anche l’inquinamento attribuito alla plastica, la tossicità dei prodotti rilasciati nell’ambiente. Tutti questi fattori hanno portato ad una recente corsa ad una condotta di vita “plastic free”. Ma è davvero necessario e possibile ricorrere a soluzioni drastiche rifiutando la plastica del tutto, ricominciando a bollire le siringhe per sterilizzarle come un secolo fa? 

Per provare a rispondere è bene tentare di costruire un quadro un po’ più completo. Anche senza andare a scomodare la statistica nuda e cruda, è abbastanza evidente il ruolo della plastica. Il primo settore in cui ci viene in mente l’enorme beneficio è sicuramente quello medico, quello delle “siringhe” appunto. L’igiene garantita da dispositivi usa e getta è senza pari, insostituibile ormai. 

L’ascesa della plastica

Prima di partire in quarta con la situazione riciclo, introduciamo la protagonista. La plastica è un polimero, materiale costituito dalla ripetizione di una stessa struttura migliaia di volte. Da tempo ne indossiamo e utilizziamo un’infinità, ma una vera e propria industria della plastica basata sul petrolio come materia prima si instaura solo negli anni Trenta del secolo scorso. Nel secondo Dopoguerra poi le fibre sintetiche quali poliestere, nylon e il polietilene conoscono un’ascesa vertiginosa, soppiantando materiali meno maneggevoli e più costosi come il vetro.

Foto di Magda Ehlers da Pexels

Il conto da pagare non ha tardato a presentarsi, sotto forma di accumulo di un’immensa mole di rifiuti con rilascio di sostanze tossiche in mare e nei suoli. In maniera molto lenta, si è riusciti ad introdurre il concetto e le tecniche per poterla riciclare, nell’ottica di un’economia circolare che ha coinvolto anche gli altri materiali protagonisti delle nostre vite. Con un’efficienza ancora troppo bassa per il consumo che ne viene fatto però. Tante le filosofie e le strategie, tra cui un ritorno idilliaco al vetro. Ma sarebbe davvero la giusta via? 

Plastica Vs Vetro

Plastica e vetro sono entrambi riciclabili ma per l’industria degli imballaggi la prima presenta molti vantaggi: la versatilità che le permette di rientrare nel ciclo produttivo sotto forma di una miriade di diversi prodotti, anche nel vestiario. Il peso è poi un altro fattore determinante che facilita sia la catena di produzione e trasporto, sia il consumatore poiché  più maneggevole, meno fragile e pericolosa. Anche l’energia richiesta per tutto il processo e subito dopo per lo smaltimento e il riciclo è inferiore. Negli ultimi 40 anni infatti il riciclo ha costituito un trend in crescita, stabilizzandosi intorno al 30% per le bottiglie di plastica (riportate dalle statistiche dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente Statunitense). Nonostante ciò, continua a presentare alcune sfide, dovute alla presenza di contaminanti (come coloranti e altri annessi non riciclabili), la cui rimozione risulta costosa e difficile.

Il vetro ci rimanda a processi naturali, dato che può essere prodotto anche senza l’intervento umano. Basti pensare a cosa succede alla sabbia se sottoposta ad un trattamento termico intenso, o all’ossidiana che si può formare durante le eruzioni vulcaniche. Tuttora la produzione si basa su elementi abbondanti in natura come la sabbia e il carbonato di sodio. Questo stride con la plastica che per lo più si è ricavata dai combustibili fossili.  

Photo by Sigmund on Unsplash

Misurare l’impatto ambientale

Tra i parametri per valutare l’impatto ambientale, l’Impronta del Carbonio (Carbon Footprint), o il più comprensivo Indicatore di Costo Ambientale (Environmental Cost Indicator, ECI) considerano la tossicità e la riciclabilità di un prodotto. Sebbene non conclusive, queste classificazioni possono aiutare a orientarsi meglio. Il processo di manifattura, il consumo di materiale di partenza e le emissioni di gas serra durante la produzione sembrerebbero essere a favore del vetro (secondo una stima del The Waste and Resource Action Programme). Bene, chiudiamo tutto e sostituiamo qualunque cosa abbiamo in casa con il vetro? Non è così semplice. 

Infatti queste approssimazioni considerano non il singolo oggetto, ma per omogeneizzare i dati, il grammo di materiale. Quindi è verissimo che per produrre un grammo di vetro si inquina meno che per produrre un grammo di plastica. Ma di solito gli oggetti di vetro (tornando alla nostra bottiglia per bevande) pesano fino al 50% in più del loro analogo in plastica. Quindi il vantaggio viene preso in questo passaggio.

Non dimentichiamoci però da cosa viene prodotta la plastica e che spesso il suo riciclo le fa perdere qualità, orientando il produttore a una più conveniente produzione ex novo. Mentre il riciclo del vetro non ne peggiora le qualità e il processo usa 40% in meno di energia rispetto a quella impiegata nella produzione di nuovo materiale. Inoltre, molti degli oggetti in plastica che usiamo, dai contenitori agli utensili per la cucina, sono molto più pesanti di una bottiglia. 

Foto di Vlada Karpovich da Pexels

Come sempre probabilmente in medio stat virtus. Demonizzare un materiale piuttosto che un altro, non è sicuramente la scelta più equilibrata. Ridurre il consumo di plastica usa e getta (Adesso delle normative Europee più stringenti ne limita notevolmente l’utilizzo) così come preferire altri materiali come vetro e alluminio per contenitori alimentari. Dare fiducia alla raccolta differenziata, sperando che la ricerca continui anche su questo fronte per elaborare strategie adeguate e il meno possibile dannose per l’ambiente e l’uomo.

Per saperne di più 

Single-use plastics (europa.eu) per le nuove normative sulla limitazione plastica usa e getta

Immagine di copertina: Foto di Mikhail Nilov da Pexels

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In bilico tra lettere e numeri, tra agende e ispirazioni fugaci. Perché alla fine “desiderosi di creare, di generare e di divenire” bisogna amare la vita.

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