The Irishman
L’ultimo gangster movie di Martin Scorsese non è il capolavoro di una vita, ma Al Pacino merita di sicuro la nostra attenzione
È sempre difficile parlare di film come The Irishman, di film attesissimi, film che hanno avuto anni di progettazione e lavorazione, film firmati da registi tanto celebri e tanto grandi da essere diventati leggende. Ancora più difficile per il fatto che spesso, proprio The Irishman, è stato definito il “testamento poetico” di Martin Scorsese, il film dei film, con ben 10 candidature agli Oscar tra cui Miglior film e Miglior regista. E soprattutto se dopo un’attesa estenuante quel film ti lascia un po’ deluso, amareggiato. Ok, sgancio la bomba: bello, ma non lo rivedrei.
The Irishman è l’ultima impresa di Martin Scorsese, prodotto e distribuito da Netflix a livello globale a partire dal 27 novembre. È stato presentato per la prima volta al New York film festival, alla fine dello scorso settembre, poi al Festival del cinema di Roma ed è comparso in sale cinematografiche selezionate tra il 4 e il 6 novembre. Si iniziò a parlare di questo film già nel 2015, ma l’altissimo budget richiesto da Scorsese ha bloccato molte case di produzione dall’accettare l’acquisto, finché, il coraggioso Netflix, ha deciso di sborsare 140 milioni di dollari per portare sul piccolo schermo il lavoro del nostro amato regista. Senza dubbio un grande affare, dato che in un solo mese è diventato tra i film più visti in assoluto all’interno della piattaforma.

Il film narra la vera storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), detto l’Irlandese, un veterano della Seconda Guerra Mondiale. Il film si apre su Sheeran che, ormai ottantenne, da una casa di riposo, racconta di come è entrato nel giro mafioso della famiglia Bufalino e di tutte le vicende, irrorate di sangue, che lo hanno portato a dov’è ora. Nella Pennsylvania degli anni ’50, Sheeran è un camionista, si occupa del trasporto di carne di mucca, che inizia a rivendere illegalmente allo strozzino Skinny Razor (Bobby Cannavale), finché non viene scoperto e denunciato dalla sua ditta di appartenenza. Sheeran, su consiglio di Razor, si fa difendere in tribunale dall’avvocato Bill Bufalino, che lo fa assolvere e lo presenta al fratello Russel (Joe Pesci), capo della potentissima famiglia mafiosa dei Bufalino.
Sheeran si mette completamente al servizio di Russ Bufalino, diventando suo amico e protetto, compiendo ogni genere di commissione, dall’estorsione all’omicidio, o, come dicono loro, al “dipingere case”. È Russel a spingere Sheeran ad affiancare Jimmy Hoffa (Al Pacino), capo dell’international Brotherhood of Teamsters, potentissimo sindacato di autotrasportatori, con cui la famiglia Bufalino aveva importanti rapporti finanziari e che al momento stava contrattando con Tony Provenzano (Stephen Graham), gangster di una famiglia mafiosa rivale, i Genovese.
La storia si complica ancora di più, continuano a spuntare nuovi personaggi, nuovi tasselli, e diventa difficile tenere le fila di tutti gli intrighi, le relazioni, i debiti, le minacce, che sovrastano le altrettante importanti vicende politiche che fanno da sfondo alla storia, compreso il burrascoso passaggio dalla presidenza Kennedy a quella di Johnson. Vicende su cui sono costretta a sorvolare, per evitare spoiler che mortificherebbero la visione del film e perché effettivamente The Irishman è un film molto lungo, poco meno di tre ore e mezza, e le cui le vicende riempiono quasi trent’anni di storia.

The Irishman, tratto dal saggio I Heard You Paint Houses (2004) di Charles Brandt grazie alla sceneggiatura di Steven Zaillian, è un gangster movie estremamente articolato e complesso. Non solo per tutte le relazioni e scontri che intercorrono all’interno della storia, ma già perché si sviluppa su tre archi narrativi diversi, destinati via via ad unirsi tra di loro. Qui forse risiede uno dei problemi del film: nel fatto che Scorsese abbia voluto tenere tutta la storia, raccontando trent’anni e passa di vita dell’Irlandese. Non perché il film risulti noioso, perché non lo è, sebbene non abbia il ritmo serrato e la scioltezza di Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1977), o di The Departed (2006), affini al filone gangster, e nemmeno una colonna sonora possente come i due film qui nominati, preferendo invece tenere molte scene chiave nel più totale silenzio.
Il vero problema è la mole incredibile di effetti speciali usati per invecchiare e ringiovanire i protagonisti, che si fa sentire come un macigno: le facce risultano delle maschere, come se gli attori avessero quintali di trucco attaccato in maniera posticcia sul viso, creando un effetto disturbante mentre si passa da un’età all’altra. Questo vale soprattutto per il protagonista, Robert De Niro, a cui sono anche stati aggiunti degli occhi azzurri di una brillantezza innaturale, che a 77 anni si trova a girare un ruolo immenso ma senza averne veramente le forze: così la parte di film in cui dovrebbe avere circa cinquant’anni risulta pesante, grottesca quasi. Prende vita un personaggio contraddittorio: un gangster che fa esplodere auto, riscuote il pizzo, spara a sangue freddo, ma che nella gestualità si tradisce, risultando affaticato e disarticolato. La recitazione migliora via via che l’età di Frank Sheeran avanza e mi fa pensare che sia stato pretenzioso ed esagerato questo lavoro di effetti speciali in post-produzione, andando ad intaccare la performance di un colosso del cinema come De Niro. Non mi sorprende quindi la sua mancata candidatura al Miglior Attore.
Lo stesso non si può dire per Joe Pesci e Al Pacino, entrambi candidati per il Miglior attore non protagonista. Pesci ha un ruolo completamente diverso da De Niro, non ha bisogno di essere dinamico: i suoi sguardi gelidi e l’attenzione calcolatrice sono ciò che lo caratterizzano, quindi pur essendoci l’effetto maschera, riesce comunque a dare una buona interpretazione del leader dei Bufalino. La versa stella di The Irishman è Al Pacino, che regala al pubblico un Jimmy Hoffa spettacolare, energico, vivo, coinvolto, in grado di emanare la sua potenza, la sua ingegnosità in ogni postura, in ogni battuta, in ogni gesto. Nel complesso, la scelta di Scorsese di riunire in un unico film tutti i suoi beniamini, tutti i grandi protagonisti dei suoi film, risulta vincente, poiché si crea una grande complicità tra il cast, che emerge nei dialoghi e nei silenzi tra i vari personaggi.

La mano di Martin Scorsese è sempre evidente e impeccabile: gloriosa in quelle scene al rallenty che sospendono nel sogno l’azione e cristallizzano il presentimento che qualcosa di grande stia per accadere da un momento all’altro; astuta in quelle virate nei corridoi che portano la telecamera a fare un salto nel tempo o a cambiare punto d’osservazione; intensa e ferma nei numerosi dialoghi all’interno di auto di lusso e fredda negli efferati omicidi a sangue freddo dell’Irlandese.
The Irishman è in sintesi un bel film, intrigante ed emozionante e, anche grazie a splendide scenografie e paesaggi, rapisce lo sguardo dello spettatore. Un film che tiene sulle spine ma che non convince del tutto, una bomba sempre pronta ad esplodere ma la cui miccia non si esaurisce mai, lasciando alla fine un po’ delusi, forse anche a causa della grande attenzione e clamore che ha circondato questo film fin dal primo trailer, facendo salire l’aspettativa alle stelle. Non è quindi The Irishman il testamento poetico di Martin Scorsese. E nel frattempo, con Leonardo DiCaprio e Robert De Niro, si inizia già a parlare del prossimo lavoro, Killers of the Flower Moon.






Ottima recensione come sempre….Martina é un nome una certezza👏👏👏