Cinque video per capire il trash su YouTube

Una breve apologia del trash. Per una rivalutazione del ridicolo nel nuovo millennio.

Separare la farina dalla crusca è sempre stato un lavoro faticoso. Ciò non è meno vero quando si parla di trash. Il trash non è il contenitore della pattumiera dei talk show televisivi o di persone che, tra demenzialità e volgarità gratuita, si improvvisano youtubers. O meglio non è solo questo, o perlomeno non nella sua cifra più splendente. Non è un degrado tout-court, ma qualcosa di più, un’etichetta quasi meritoria, che non può prescindere dalla spontaneità e dalla naturalezza. Si potrebbe definire come l’ossimorica bellezza del brutto, una forma assoluta di espressione in cui gli attributi di interessante e risibile si annullano, un sublime che l’anima anela di contemplare illimitatamente. Il trash, proprio come i classici della letteratura, trascende la propria dimensione storica contingente, divenendo patrimonio di tutti e sfiorando l’eternità. È perciò chiaro che anche in fatto di trash occorre aver buon gusto. In questo profilo del panorama del trash italiano, si vuol proporre un canone di riferimento, che funga da introduzione propedeutica a questa dimensione così spesso ignorata con una diffidenza eccessiva.

5. Antonio Giulio Picci, il bomber di provincia

Testa alta, sguardo da duro che non può non incutere rispetto reverenziale, inflessione pugliese a rimarcare il legame inossidabile con la sua amata Puglia e con il suo Trani: questo, in breve, Antonio Giulio Picci durante l’intervista che lo ha consacrato nuovi idolo di tutti i calciofili italiani sul web. Stiamo parlando dell’uomo che è arrivato in doppia cifra il 26 ottobre. Dell’uomo che ha ribaltato i pronostici, che non si illude, che sa di essere il migliore nelle categorie inferiori e non ha certo paura di affermarlo perentoriamente sfidando gli altri a dimostrare il contrario. Dell’uomo che dopo ogni gol esulta come se si fosse teletrasportato dall’eccellenza pugliese alla finale di Champions. Presunzione? È semplicemente consapevole dei propri mezzi, del fatto che sbagliare gol in rovesciata non è da lui e che mettere tutta la grinta possibile è ciò che gli riesce meglio. La mamma, un tempo delusa dal pargolo, ha ottimi motivi per essere orgogliosa del proprio bomber.

Il bomber Picci intervistato dopo la partita Vigor Trani – Gallipoli del 26 ottobre 2019

4. Antonio Zequila, detto “Er Mutanda”

Da una madre che rinnega il figlio a un figlio che difende con gli artigli la propria madre. Non cambia il nome, aumenta la memorabilità. L’uomo dalla fulva chioma e dal sobrissimo completo da torero: Antonio Zequila. Lo scontro con Antonio Pappalardo è senza dubbio uno dei vertici della televisione italiana. Nel rispetto della corrida, ad ogni matador il proprio toro. L’indice ammonitore, le vene sul collo pulsanti della rabbia impunemente causata dagli insulti rivolti alla propria genitrice, quelle parole urlate violentemente che immaginiamo continuino a svegliare di notte il rivale. La mamma è sempre la mamma e non deve essere nominata invano. MAI.

3. Alberto Malesani, cazo

Se la lingua di Pappalardo ha osato troppo nei confronti di colei che ha dato alla luce “Er Mutanda”, quelle dei tifosi del Panathinaikos si sono arrogate il diritto di mettere in discussione la professionalità di mister Malesani. Nella terra in cui i nobili personaggi dei grandi tragediografi attici recitarono i propri monologhi e in cui si narravano le gesta degli eroi dell’epos, oggi si narrano altri agoni verbali: Achille che sfida Agamennone in concilio dinanzi agli altri achei, Malesani che incurante delle pressioni della stampa zittisce tutti in conferenza e decide di parlare lui, perché, come Briseide non deve essere sottratta al re dei Mirmidoni, allo stesso modo la deontologia del mister veronese non può essere soggetta ad alcuna critica. In una giungla di allenatori molli e demotivati, incapaci di separare la vita privata da quella professionale e di portare i propri litigi domestici in allenamento, non si può non prestare attenzione ai curricula. Cazo.

Alberto Malesani, alla guida dei greci del Panathinaikos, si sfoga con i giornalisti il 16 dicembre 2005

2. Perché non youTubo anche io?

La fame di rispetto rivendicata da Malesani si traduce in fame e basta per colui che occupa la seconda posizione di questa classifica, ma le cui dimensioni, non solamente fisiche, non gli impedirebbero di godere di un podio tutto suo. Guardando il degrado di uno YouTube diventato ormai un coacervo di contenuti effimeri e di scarsissima originalità, a un simpaticissimo omone dal pantagruelico appetito viene un sussulto d’orgoglio: perché non “youTubo” anche io? Si sta parlando di colui che grazie alle sue food challenges ha consentito alla Ferrero di lanciare i Nutella Biscuits, della gallina (anche se forse sarebbe più corretto dire «del polletto rafforzante») dalle uova d’oro di tutti gli idraulici calabri: quello YouTubo anch’io che è venuto, ha visto, ha vinto, facendo entrare la piattaforma di Google in una nuova era. Pur non meritandocelo, era l’eroe di cui tutti avevamo bisogno, l’unico uomo in grado di citare Orazio mentre mangia due pizze intere sovrapposte come fossero un panino, ostentando una cultura e una maestria da fare invidia sia ai cultori del latino sia ad Homer Simpson.

Una delle “imprese” più celebri di YouTubo anche io, assolutamente da non imitare

1. L’Evì Metà del maestro Bini

Dalla Calabria si ritorna alla Puglia, alla stessa città da cui l’itinerario tra le meraviglie italiane del trash ha avuto inizio: quella Trani che non solo vede un Picci felicissimo e stanchissimo riposarsi dopo aver infallibilmente segnato gol in sforbiciata, ma che ha anche l’onore di ascoltare in anteprima i pezzi inediti con cui il Maestro diletta i propri concittadini. Almeno 10 al giorno. Se questi due si incontrassero, non ci sarebbero dubbi che Avengers Endgame perderebbe immediatamente la palma di cross-over più ambizioso di sempre. Il Maestro Bini è un demiurgo di inesauribile talento, un uomo completamente assorto in un’arte, che ha elevato a propria ragione di vita. Il suo simbolo sono le leggendarie polo che resistono alle lusinghe della lavatrice, trasudando solamente di passione e di sensibilità estetica. Persona sommamente buona, condivide con il «mondo e il web» il proprio Evì Metà. L’eloquenza comunicativa di Bini è straordinaria e, come è opinione comune tra i suoi fans regolarmente salutati, fa vibrare non solo le corde delle sue chitarre, ma anche quella dei nostri cuori.

La canzone che, assieme a “Il Vulcano” e “UE”, ha reso famoso Domenico Bini

Articolo di Leonardo Valerio

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