Boccadorso

Boccadorso

Boccadorso, il primo romanzo dell’autrice londinese Liz Hyder

Bearmouth inizia con una copertina nera, seguita da una pagina nera.

Ci troviamo all’ingresso di una miniera di carbone: la fossa buia che ci accoglie sembra sprofondare fino al centro della Terra, tanto che i minatori chiamano “Abisso” la parte più bassa della voragine, avvolta dal gelo dell’acqua che sale.

Non è una vita facile, quella che si consuma all’interno di Boccadorso come lo stoppino di una candela; soprattutto, non è una vita adatta a giovani ragazzini sfruttati per la loro statura, per la loro ingenua e più che mai cieca obbedienza.
Non è una vita, punto.

Per chi masticasse l’inglese, un videocommento a Boccadorso
Un cambiamento

Tutto inizia con una preghiera sgrammaticata, rivolta ad un cielo che molti non ricordano più. Laggiù, nell’oscurità, la parola del Signore è una condanna, una cacciata dal Paradiso che si traduce in una sofferenza da cui sembra non esistere riscatto. Prima dell’amen, tuttavia, brilla la luce del Segno che Dio invierà ai suoi figli, per portarli nuovamente in superficie.

Mai come a Boccadorso la religione è instrumentum regni, strumento di potere e coercizione: un mezzo per assoggettare uomini privi di cultura, succubi dei gerarchi dell’estrazione mineraria tanto quanto dell’alcool somministrato ogni lunedì come premio per la produzione settimanale. Scanditi da candelotti di dinamite, i capitoli proseguono, restituendo l’immagine di un mondo di schiavi, prigionieri di una platonica caverna dove non brucia alcun fuoco.

Finché una fiammella non viene portata dall’esterno. Da un ragazzo di nome Devlin.

Una rivoluzione

Il verbo solitamente usato in compagnia di questa parola, “scoppiare”, è in questo caso particolarmente calzante: prima dell’esplosione, tuttavia, prima del fremito della Terra che salverà o condannerà gli abitanti di Boccadorso, vi è una lenta catena di anelli che portano all’atto finale.
Vi sono Walsh, Tobe e Thomas, protagonisti a vario titolo insieme a Newt di un romanzo dai toni cupi, in cui le lacrime e la commozione si mescolano alla rabbia, al senso di impotenza, finché la luce di una conclusiva speranza non rischiara il panorama di tenebre tracciato lungo le 246 pagine del testo.

Liz Hyder dà il nome di un tritone al ragazzo (alla ragazza?) che narra in prima persona l’intera vicenda: “Newt” significa anche questo, in inglese. È una creatura che riesce a sgusciare ovunque, a nuotare con disinvoltura, a nascondersi quando serve: a sfuggire ai pericoli, che a Boccadorso sono sin troppi.

A cercare una libertà dove rimarginare le proprie ferite.

Un consiglio di lettura

Pubblicato in edizione originale nel 2019 da Pushkin Press, tradotto in italiano da Marco Astolfi per Giunti, Boccadorso trascina il lettore nelle gallerie e negli anfratti di roccia scavati dai minatori, invitandolo nella penombra di un mondo infernale in cui le frane, gli incidenti e la crudeltà umana determinano il destino di ciascuno.

Apriporta, vagonai e carbonai svolgono le proprie mansioni a testa bassa, giorno dopo giorno, buio dopo buio, senza il tempo di fermarsi a riflettere sulle alternative. Sulla forza che potrebbero avere contro i loro aguzzini, carcerieri, più che capi, seviziatori, più che superiori.

Boccadorso spinge il lettore a sentire sulla propria pelle la necessità di un riscatto, a sognarlo per Jack, Nicholson, per i compagni di camerata che hanno lasciato vuote le loro striminzite brandine. Spinge chi legge a immaginare parti del mondo – del nostro mondo – in cui è ancora possibile che dei bambini s’intrufolino all’interno di piccole aperture da cui c’è il rischio che non escano più. E, forse, invita a guardare al semplice cielo che ci sovrasta come ad un lieve miracolo d’azzurro per nulla scontato da poter ammirare.

(Immagine di copertina a cura dell’autrice)

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; si è laureata in Lettere Moderne all'Università di Udine, concludendo la carriera accademica laureandosi in Editoria e Giornalismo all'Università di Verona. Dedica il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.

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