Intervista all’autore Nereo Maggiani – Prima parte
Quest’oggi converseremo con Nereo Maggiani, autore vicentino attualmente in libreria con “L’Eterno Ritorno”: la chiacchierata sarà divisa in due parti, la seconda in uscita domani.
Ho conosciuto Nereo nell’ottobre del 2021, prima attraverso un suo libro, La Filosofia del Barattolo, poi al telefono e infine dal vivo, nel corso di una trasmissione televisiva. Mi mancava conoscerlo tramite un’intervista: ecco com’è nato l’articolo odierno!
La prima domanda che mi viene in mente è la seguente: quando hai iniziato ad appassionarti alla scrittura? Qual è il primo testo che ricordi con orgoglio?
Non sono un talento naturale. Ho acquisito l’abilità nello scrivere a scuola, grazie a insegnanti eccezionali dai quali ho appreso a comporre in modo corretto, a sviluppare un argomento, a non essere ripetitivo, a usare parole appropriate.
Devo tutto a loro e anche ai miei genitori che, per colmare le mie lacune, mi mandarono a prendere ripetizioni senza badare alla spesa. Non sono nato scrittore, ma, sempre che io ora lo sia, lo sono diventato in età avanzata. Dopo la scuola e la laurea in Scienze Politiche, la scrittura mi è servita nel lavoro, dov’era necessario utilizzarla in modo corretto, chiaro e sintetico. Scrivere una relazione, riferire di cose accadute che avrebbero poi avuto valore giuridico nelle cause di lavoro, lettere delicate, verbali di accordo o di mancato accordo, una scrittura tecnica, forse asettica, certamente distaccata e professionale. Dunque nel lavoro ho affinato lo stile, tanto che spesso scrivevo per commissione… Nereo, per favore mi scrivi la lettera? Qualche volta scrivevo cose personali, per fissare esperienze di vita che mi avevano colpito, qualche pagina, lettere e riflessioni dalle quali mi lasciavo trasportare.
Poi, un giorno, pensai che potevo scrivere qualcosa di mio. Accadde nel 2014. Mi venne come un’urgenza interiore, avvertivo un bisogno, ma non sapevo cosa scrivere: optai per la narrativa, che pensavo fosse più semplice rispetto alla saggistica, e così iniziai un romanzo, da un foglio bianco, senza un’idea precisa, una specie di avventura, senza sapere dove andare. Cominciai da alcune scene iniziali, immagini casuali che mi venivano in mente, che poi con molta fatica unii in una traccia coerente.
È chiaro che con questo romanzo, cui sono particolarmente affezionato, cominciai ad addentrarmi nella narrativa non più da lettore ma da autore: la situazione cambiava di prospettiva e mutò il mio modo di pensare. Quando arrivai alla fine del mio primo lavoro ero incredulo, mi sembrava di essere riuscito in un’impresa più grande di me, avevo capito molte cose e da allora la vena non si è più interrotta, visto che ho da poco iniziato il mio decimo romanzo.

All’inizio la scrittura era incerta ma mi appassionava, come in un torneo con me stesso. Poi, dal momento in cui riuscii a individuare il titolo – Lo sciopero di Zed – proseguii senza fatica, fino alla fine della storia. Mia moglie Rosaria, che è acquarellista, mi fece due dipinti che mi servirono da cover. Ne stampai alcune copie e le distribuii ad amici e parenti, da cui ebbi i primi apprezzamenti. Non era mia intenzione mandare il romanzo ad una casa editrice, ero lontano anni luce da un pensiero del genere. Se qualcuno me lo proponeva, scartavo l’idea senza incertezze. L’editoria non mi attirava per una diffidenza istintiva. Cosa ne capisce un editore di me? Non mi va di essere letto.
Anche la letteratura ha contribuito a far nascere la tua passione per la scrittura?
La passione, come ho detto, è nata all’improvviso pochi anni or sono, dopo un lungo rapporto con la letteratura. Da bambino divoravo i classici e li rileggevo più volte: Verne, Salgari, Dikens, Molnàr, Defoe, Swift e non solo. Al liceo mi avvicinai a scrittori come Orwell, Remarque, Pirandello, Verga, Hemingway e molti altri, anche se il modello insuperabile per me fu Omero, che lessi più volte e che considero l’autore più importante della letteratura.
Assieme agli insegnanti un ruolo importante lo ebbero i miei genitori, che a loro volta amavano scrivere. Mio padre, del 1914, quinta elementare e mia madre, del 1923, avviamento professionale corrispondente alla nostra terza media, scrivevano perfettamente, senza errori, in modo semplice e chiaro. Il congiuntivo per loro non era un problema e fin da bambino mi hanno sempre corretto. Hanno preteso che io parlassi nella lingua italiana, mentre il dialetto lo riservavano ai loro colloqui personali o con altri soggetti.
Non erano genitori di grande cultura, ma non per loro colpa. Se avessero potuto, avrebbero continuato gli studi, ma furono costretti a lavorare. A quel tempo, l’unico modo per comunicare da lontano con amici e parenti era tramite lettera o cartolina. Ho un archivio importante di corrispondenza, interessante per i risvolti storici, ma anche per lo stile dello scrivere, spesso ironico, vedi mio padre, mentre mia madre era precisa, corretta e chiara. Non si riscontrano errori di grammatica o di sintassi. I periodi perfetti, principale e subordinate con i tempi giusti.

Penso che un insieme di vari fattori mi abbiano indotto a considerare importante la scrittura, anche se ho sempre invidiato pittori e musicisti.
Come sei entrato in contatto con il mondo dell’editoria, dopo la diffidenza iniziale? Che consigli daresti a chi volesse approcciarvisi?
Sono entrato nel mondo dell’editoria spinto da altri. Non ho mai preso l’iniziativa personale di mandare un testo alle case editrici, per una diffidenza istintiva (quella cui già accennavo) che non saprei motivare. Forse perché nella letteratura gli scrittori non parlano bene dei loro editori, li descrivono come persone poco affidabili, invadenti o addirittura avide. Oppure per un senso di riservatezza, che è segno di una timidezza che forse sto superando, ma che ancora non mi abbandona.
Il mio primo editore fu I Antichi Editori di Venezia con Hakuna Jina, poi Caosfera di Vicenza con Cleopatra e infine la Pluriversum Edizioni di Ferrara con Il Viaggio del Coniglio, La Filosofia del Barattolo e L’Eterno Ritorno.

Ho sempre scartato l’idea di pubblicare a pagamento oppure con Amazon, perché non ritenevo fosse utile e gratificante. Dare consigli ad un autore sull’editoria non è semplice. Bisogna, a mio avviso, seguire il proprio istinto e avere un atteggiamento prudente. Il mondo dell’editoria è un contenitore pieno di strumenti molto diversi e la mia esperienza personale non fa testo. Suggerisco di scartare l’editoria a pagamento, che serve solo per avere la soddisfazione di avere un testo fra le mani in cui c’è scritto il nostro nome, ma senza alcun merito particolare. Inoltre, preferisco la carta rispetto ad altri supporti di pubblicazione, ma non per tutti è così.
Immagine di copertina a cura di Nereo Maggiani





