Trappola
“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi.” Eraclito
Durante l’estate tra la quinta elementare e la prima media, mi presi una pausa da Carmen. La vedevo ancora, ma meno di frequente, perché in quel periodo conobbi Martina.
Martina era cascata a pennello nella mia vita: in quello stesso momento Elena, la mia migliore amica di infanzia, si stava trasferendo in un’altra città e, in aggiunta, avevamo smesso d’andare d’accordo, a causa del suo carattere spericolato e sempre in cerca del brivido, opposto al mio, tranquillo e proiettato al futuro.
Oggi invidio un po’ quella personalità di Elena. Penso a cosa avrebbe potuto raggiungere se avesse avuto le mie stesse aspirazioni: lei non si sarebbe fermata davanti alle paure, avrebbe avuto più amore per se stessa e meno prudenza. Non si sarebbe mai bloccata prima ancora di tentare, a differenza mia.
Martina, comunque, era molto diversa da Elena, sicuramente più affine al mio modo di essere. Era solare, dolce e gentile, e, come Carmen, affascinava un po’ tutti quelli che le giravano attorno. Anche Michele e Lorenzo avevano perso la testa per lei, non ne avevo la certezza, ma avevo tutte le ragioni per crederlo e questo mi faceva un po’ rosicare. Di quei fantastici 4, così ci eravamo soprannominati, alla fine mi sentivo quella più sottovalutata, nonostante facessi di tutto per essere la loro preferita.
A Martina tutto veniva naturale, nemmeno aveva bisogno di impegnarsi per piacere agli altri, piaceva e basta.
Ancora oggi mi chiedo che cosa mi mancasse, nonostante sia passato molto tempo e la situazione si sia totalmente stravolta.
Nemmeno io rimasi immune al fascino di Martina, anzi: forse fui quella che ne rimase più stregata. Passai quasi tutto il periodo delle medie insieme a lei e ricordo quel tempo con estrema serenità e gioia.
Stavamo bene insieme e ci aiutavamo a crescere. Avevamo smesso di giocare con le bambole e cominciato a porci i grandi interrogativi della vita: chi sono, chi voglio essere, chi voglio al mio fianco in questo percorso. Passeggiavamo per il quartiere, cercando di rispondere a tutte queste domande e provando a immaginarci che donne saremmo diventate in futuro.
“Vi ricordate la volta in cui abbiamo fatto la pizza? Alla fine non era così buona, era diventata durissima. E le sere d’estate, quando mi inventavo che avevo sognato che abitavamo tutti e quattro insieme? O le giornate in piscina e i pomeriggi in gelateria o al parco sulle altalene? Mi sembra tutto così bello e ricco di emozioni, ma ora che è passato tutto questo tempo… Mi chiedo se era davvero così”.

Cos’avevo visto in Martina che mi aveva fatto legare così fortemente a lei? Non lo so, era sicuramente fantastica, ma non mi pare sufficiente.
Nel tempo sviluppai una forte invidia per lei, invidia che, tra l’altro, penso perduri tutt’oggi. Era nata dalle cose più semplici, come il suo cane, l’amore che i miei amici provavano per lei, la sua innata solarità. Pian piano questo sentimento crebbe in me, divenendo qualcosa di molto più complesso. Vorrei non averlo mai sviluppato, ma me ne resi conto solo quando capii che Carmen aveva iniziato a tessere con Martina un rapporto particolare.
Eravamo a casa sua, in mansarda, lei stava finendo i compiti d’italiano e mi rileggeva il suo tema. Provai un forte fastidio. Lei sapeva quanto amassi Carmen, ma ora, dal nulla, risultava evidente che piacesse anche a lei e, addirittura, sembrava che avessero una relazione molto più intrigante della mia.
Com’era possibile? Quando era accaduto tutto questo? Martina aveva veramente qualcosa di molto più speciale di me?
Lasciai tutte quelle domande così, in sospeso, senza una risposta. Non mi andava di perdere contemporaneamente, per uno sciocco tema, sia la mia migliore amica che Carmen.
Carmen era sempre stata amica di tutti, aveva qualcosa di ammaliante che faceva sì che le persone si infatuassero di lei. Fino ad allora, però, era stata per lo più solo mia. Tra noi c’era un rapporto unico ed esclusivo. Con Martina, fu la prima volta che mi accorsi che, forse, mi stavo sbagliando.
Si incontravano quando non c’ero, senza che lo sapessi, si sfioravano come facevamo solo io e Carmen.
Ero gelosa, ma non volevo darlo a vedere, volevo che Carmen mi credesse una persona migliore, buona, accondiscendente. La realtà era che la rabbia mi rodeva dentro al solo pensiero che la donna che amavo si concedesse prima a Martina che a me.
Non ne ho mai avuto le prove per molto tempo, ma oggi so che è così. Martina qualche anno fa ha pubblicato un libro. Ecco, non c’è prova più schiacciante di questa.
È stato un pugno all’anima, alla mia vita, proprio quando credevo di trovarmi in una cima, a pochi passi dalla meta.
Mi viene ancora il vomito a pensarci, non me lo perdonerò mai. Che stupida sono stata a farmi sfuggire un’occasione del genere, sono stata cieca o, peggio, ho voluto esserlo.

Ricominciai a frequentare Carmen regolarmente solo con l’inizio delle scuole medie. Lei mi sembrava cambiata. Si era sicuramente ripresa dalla recita di fine anno della quinta elementare, il suo viso era più pieno e armonioso. Aveva preso un po’ di peso e aveva fatto in modo che il suo seno fosse più accentuato, i fianchi più tondi. Le erano anche cresciuti i capelli, che si erano fatti più scuri e mossi.
Era davvero bella, più bella di prima, ma il suo sguardo era la cosa più strabiliante. Aveva sempre quell’aria sognante, ma i suoi occhi sembravano nascondere un losco mistero, qualcosa di terribilmente crudele che forse percepivo solo io, forse glielo imputavo a causa di quella relazione con Martina. Sì, pensai, probabilmente mi stavo sbagliando.
Le medie con Carmen furono un periodo di scoperta, di mettersi alla prova.
A farmi da guida in quel vorticoso viaggio fu Anna, la mia professoressa di italiano. La ammiravo tantissimo. Adoravo come non si fermasse mai semplicemente a spiegare qualcosa, ma piuttosto ci offrisse la possibilità di approfondire, scoprire, confrontarci, uscire dagli schemi. Era un’insegnante fantastica, una donna coraggiosa, rivoluzionaria. Luigina mi aveva dato il la per amare la scrittura, Anna mi insegnava ad amarla.
Caro lettore, scusami, non posso non dedicare anche a lei qualche parola, mi sentirei in colpa e, soprattutto, non puoi immaginare quanto vorrei che le leggesse.
Cara Anna, vorrei che ci fossero più parole per descriverti, per esprimere il mio affetto e la mia ammirazione, ma per quanto mi impegni non riesco a trovarle, non riesco a bloccare quei ricordi. Hai fatto tantissimo per me e, se mai mi stessi leggendo e arrivassi alla fine di questa storia, mi spiace per ciò che scoprirai. Vorrei essere stata la stessa persona che ero alle medie, aver avuto la stessa determinazione, ma poi non ce l’ho più fatta.
Non sono tornata a trovarti perchè mi vergognavo di ciò che ero diventata, ma avrei tanto voluto rivederti e abbracciarti, avrei tanto voluto sentire delle parole di conforto da te, ma non avevo la forza di tornare.
Poi tu hai cambiato scuola e ritrovarti è stato impossibile, ma non sai quanto desidererei, ora, rivederti, raccontarti tutto quello che ho passato e aspettare un tuo verdetto.
Anche se era passata un’intera estate senza che vedessi veramente Carmen, in pochissimo tempo si riaccese la scintilla. Ogni volta che mi capitava vicino non riuscivo a tenere le mani a posto. Subito la desideravo e cercavo di averne di più, ma qualcosa era certo cambiato.
Forse la consapevolezza di volerla, di amarla, aveva modificato nella mia mente la sua immagine e quel rapporto idilliaco.
Iniziavo, per la prima volta, ad avere paura di perderla, o che qualcuno, come Martina, me la rubasse.
Anna fu complice di questo cambiamento. Mi stava facendo intuire che Carmen era qualcosa di troppo speciale. Non era come noi, non era un essere umano qualsiasi. Questo significava che, finora, io non ero riuscita a far altro che sfiorare la sua realtà e, quindi, la strada per comprenderla era ancora lunga.
Se Carmen era così complessa, doveva essere perchè era speciale, importante, doveva contenere un mistero che avrebbe modificato la sorte dell’umanità.
Io avevo il privilegio di poterle essere amica, quindi dovevo esserne grata, dovevo capire quanta fortuna mi fosse concessa e fare tutto ciò che era in mio potere per non sprecare quel dono.
Poterle stare vicino mi eccitava e mi faceva sentire degna di quel mondo, così tanto superiore a quello umano, di cui lei era la porta d’accesso.
Ecco qui, Carmen stava assumendo una forma totalmente diversa da quei cinque anni di elementari, stava diventando qualcosa di delicato, di estremamente fragile, che imponeva di star attenti a come si maneggiava.
Alle elementari ci avevo giocato senza premura, ne avevo consumato i bordi, non potevo rifare una cosa simile, sarebbe stato troppo rischioso.
Così la misi dentro una teca, che ammiravo con desiderio, che a volte aprivo per poter toccare quella reliquia così preziosa, ma dovevo fare estrema attenzione.
Il mio atteggiamento verso di lei, per questa idea, si era inevitabilmente modificato per sempre.
Inoltre, seppur Anna rimanesse ligia alla sua professione, i suoi consigli mi facevano credere che stesse approvando a pieno quel genere di rapporto, quell’idea così intrappolante che si era creata nella mia testa.
Sentivo di aver intrapreso la giusta strada: ero certa che il tempo e la maggiore conoscenza ci avrebbero permesso di divenire una cosa sola. Pazza idea. Pazza me.

Carmen continuava a cambiare, i capelli sempre più folti costantemente mossi, come da un vento magico. Quando stavamo insieme io passavo il tempo a guardarla, mentre leggevamo, attorcigliavo le mie dita in quella chioma fatata, come se, con quel gesto, potessi assorbire tutta la sua energia. Leggevamo “Piccole donne”. Eravamo affascinate da Joe, incarnava tutti gli ideali di donna che ammiravo nella mia vita. Joe era mia madre, un po’ maschiaccio e decisa, era Anna, intelligente e sognante, era Carmen, perché era riuscita a farla sua.
Mi innamorai della poetica del fanciullino di Pascoli, mi trovavo così d’accordo con quel punto di vista. Lo ero semplicemente perché ero contenta di poter possedere, in quanto bambina, una marcia in più sul campo che più amavo, la fantasia.
Mi convinsi che sarei diventata la più giovane scrittrice del mondo, record che allora apparteneva a J.R.R. Tolkien, o almeno così mi avevano detto. Iniziai anche a scrivere un libro, in preda alla fretta e all’eccitazione. Avevo già tutta la storia in mente e la trovavo geniale. Era la classica storia d’amore adolescenziale. Jenny, la protagonista, era una ragazza che viveva da sola, perché aveva perso i genitori, o meglio, perchè dover gestire come personaggi anche i genitori era, per me, troppo complesso. Giustificare, invece, che come animale domestico Jenny avesse un cucciolo di tigre, mi era sembrato molto più semplice. Erano un sacco di cazzate. Rileggendole, mi sono vergognata di me stessa. Erano dei pensieri così infantili, così superficiali, perfetti, forse, per l’età in cui avevo cominciato a scriverli, ma che, con il tempo, capivo che non mi rispecchiavano più e non avevano alcun valore.
Non c’era nulla di straordinario nella mia scrittura, nulla di ciò che tutti gli altri lodavano. Era palese da quel libro così stupido. Forse sarebbe stato anche un libro apprezzato dalle ragazzine, ma non di certo un libro di cui vantarsi, tanto era semplice e banale. Il suo unico scopo era darmi la possibilità di fantasticare sul sesso, sulla prima volta, sull’amore.
Alle elementari sognavo di scrivere libri per bambini, con boschi incantati e animali parlanti, alle medie romanzetti rosa per adolescenti arrapate, come me. Dove sarebbe l’originalità, il genio?
Anche i libri che sceglievo erano romanzi rosa.
Provo proprio ribrezzo a constatare questo fatto. Come era scontata la mia persona! Ero lo stereotipo quasi perfetto della ragazzina adolescente. Romanzi rosa, così scontato per una scrittrice donna, prevedibile.
Ecco, ora però, provo una doppia repulsione riguardo questa idea. La prima per quei sentimenti così viscidi dell’adolescenza, che mi facevano optare per quel genere di libro e la seconda per il fatto che io provi un simile sentimento.
Cosa ci sarebbe di male nei romanzi rosa? Perché dovrebbero essere dei romanzi di serie B, meno importanti di altri generi? Sono vittima di una mentalità patriarcale, che ha imposto che tale tipo di lettura, nata per le donne, sia di minore importanza, come le donne stesse. Come faccio, io donna a cadere in tali trappole mentali? Ma ormai ci sono dentro, non riesco a pensare che libri di quel genere possano valere tanto quanto gli altri. Così, ora, non so se sono veramente io a non voler scrivere romanzi rosa e a non apprezzarli più, o se sono condizionata dalla società in questo pensiero.
Le donne non possono mai sapere se ciò che sentono e provano è reale o frutto della cultura patriarcale in cui vivono. Ci si trova incastrate in simili pensieri, senza mai essere convinte di ciò che davvero si vuole.
Ad ogni modo, tutto quel raccontare d’amore, faceva solo aumentare in me la voglia di provarlo.





