Stefano Mancuso, sensi di colpa e saloni verdi

Stefano Mancuso è un botanico capace di ispirare profonde riflessioni. E qualche senso di colpa: “tutto questo grigio e neanche una pianta?”

Ottobre 2021, Salone del Libro. Entro trafelata in uno degli enormi padiglioni grigi che si colorano dei miliardi di libri portati per l’occasione. Non mi guardo molto intorno, vado dritta verso la Sala Oro con la certezza di una prenotazione in mano. Arrivo a conferenza iniziata e mi siedo in fondo. Il relatore, mi hanno detto, è uno importante, uno che ne sa, di cosa? Di piante.

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Stefano Mancuso, in piedi in una sala enorme senza soffitto ricavata all’interno di un’altra struttura di mirabili dimensioni, passeggia raccontandoci le piante. Ammetto che di Mancuso ho tanto sentito parlare senza mai dedicargli il tempo che si merita.

Adesso sono qui con lui e mi metto in ascolto. È arrivato ad un punto della conferenza in cui si rivolge a noi, al suo pubblico, e immediatamente sento di essere parte del problema. Sì, perché Mancuso parla di piante ma anche di problemi ambientali, di foreste, di ossigeno, di verde urbano… Mancuso dice qualcosa che mi resta impresso.

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Non ho preso appunti di quella conferenza, di quella mezza conferenza, per cui non posso dirvi con precisione che parole ha usato. Ma quel giorno, il botanico di fama mondiale comincia una sorta di inquisizione con domande semplicissime. Vi scrivo quelle che mi ricordo:

Come siete arrivati qui? Sono sicuro che molti di voi sono arrivati in treno, ma altri sono venuti in macchina, magari qualcuno addirittura in aereo…

Quanta energia ci è voluta per mettere in piedi questo padiglione?

Credits: Josefin on Unsplash

Alzo gli occhi al soffitto di piatti pannelli grigi.

E per portare qui i libri che comprerete? Per pubblicizzare questo Salone del Libro?

Sono arrivata in treno, ho preso la metro, userò un taxi e tornerò in macchina. Qui dentro ci sono espositori, bar, radio, illuminazione, microfoni e mixer, sale di registrazione, Wi-Fi, videocamere e chissà cos’altro che io non so neanche immaginare. Tutto ciò per un complesso di… cerco su Internet, Lingotto Fiere: 58.000 metri quadri.

Mi vengono i brividi mentre guardo tutto questo grigio, le sedie in plastica, i cavi. Stefano Mancuso si aggiunge per un secondo alla lista di persone da evitare per vivere senza sensi di colpa. Eppure, per diversi mesi dopo quella giornata di ottobre, penso continuamente alla conferenza.

Mi informo, guardo i video di Mancuso, ce ne sono parecchi su YouTube. Se non sapete da dove cominciare, partite con pochi minuti di un Ted Talk che risale ormai a più di dieci anni fa, “Alla radice dell’intelligenza delle piante”.

Se siete lettori, spulciate i suoi libri. Io ho letto “La nazione delle piante” che parla dei principali inquilini della terra, le piante. Da lettrice accanita preferisco comunque la persuasione dei suoi discorsi, che mi ricordano sempre quello dell’ottobre 2021.

La serie di domande inquisitorie di Mancuso si concludeva con un’altra domanda: tutto questo spazio grigio e neanche una pianta? E poi, con l’immagine, utopica:

pensate se le pareti di questa sala fossero ricoperte di piante, se tutto il padiglione fosse ricoperto di piante… questo Salone del Libro, questa conferenza, noi e i nostri spostamenti per arrivare qui, tutto peserebbe un po’ meno sulla Terra.

Guardo di nuovo la Sala Oro, il soffitto grigio del padiglione. Immagino piante in vaso lungo tutte le pareti ma anche rampicanti, scaffalature da cui pendono belle foglie lucide, altalene di vasi e fiori, addirittura alberi.

Immagino il padiglione senza soffitto, un sole autunnale, forse un po’ pallido, mi sfiorerebbe la pelle proprio in questo momento. Forse sarei costretta ad ascoltare Mancuso con un paio di occhiali da sole ma con un briciolo di senso di colpa in meno. E con un po’ di felicità in più.

Articolo a cura di Anna Lorenzon

(Immagine di copertina: photo by pianteamati.com)

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