1917 – Un esercizio di stile sulla Prima Guerra Mondiale
Il nuovo film di Sam Mendes punta tutto sulla tecnica, abbandonando la storia a sè stessa.
1917, ultimo lavoro di Sam Mendes, premio Oscar per la regia di American Beauty nel 2000, si propone come uno dei favoriti alla 92° edizione degli Academy Awards, gareggiando per ben dieci categorie, tra cui Miglior film, regia, sceneggiatura originale e colonna sonora. Ai Golden Globe lo abbiamo visto trionfare conquistando il titolo di Miglior film drammatico e Miglior regista. Nonostante questi riconoscimenti e nonostante la grande attenzione che ha ricevuto da cinefili e non, sbancando al botteghino italiano nei primissimi giorni d’uscita, 1917 ha decisamente qualcosa che non va: è un film completamente vuoto.
La trama
1917 è liberamente tratto dai racconti di guerra di Alfred Hubert Mendes, nonno del regista, che durante la Prima Guerra Mondiale aveva combattuto sul fronte francese nella 1st Rifle Brigade. La storia è molto semplice e lineare: due Lance Corporal, William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman), ricevono dal Generale Erinmore (Colin Firth) l’ordine di portare un messaggio urgente al 2° Battaglione del Devonshire Regiment, capitanato dal colonnello MacKenzie (Benedict Cumberbatch). Il messaggio ha lo scopo di bloccare l’attacco programmato da MacKenzie per l’alba seguente, contro i tedeschi che sembravano essersi ritirati dal fronte occidentale, ma che in realtà stavano preparando una trappola per gli inglesi. Le vicende si svolgono nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1917. La pressione per i due giovanissimi tenenti è altissima: se l’ordine di bloccare l’attacco non fosse giunto a destinazione, avrebbero perso 1600 uomini, tra cui il fratello del tenente Blake.
La storia consiste quindi nel passare dal punto A al punto B cercando di evitare i mille imprevisti e le mille barbarie che possono accadere in guerra, tra cui campi minati, assalti, bombardamenti, attacchi aerei e via dicendo. Questa è la sintesi spoiler free della trama del film.

Un unico piano sequenza: la forza di 1917
1917 ha dei notevoli punti di forza. Prima su tutti la decisione di Mendes di girare e montare il film come un unico piano sequenza. Non che sia il primo a farlo: basti pensare a quel gioiello di film che è Birdman (2014) di Iñárritu, che crea un precedente ben difficile da superare. Ma l’idea di un unico piano sequenza per narrare una storia di guerra è una novità e, soprattutto, Mendes ci riesce con una maestria meticolosa: immaginatevi la telecamera che segue i nostri due protagonisti nelle trincee, in mezzo al fango, in mezzo all’acqua, in mezzo ai proiettili e alle città distrutte; a volte seguendoli alle spalle, a volte precedendoli, correndo davanti a loro. Come in ogni piano sequenza che si rispetti, tutto è straordinariamente ordinato, persino il movimento dei ratti e gli spostamenti delle grandi truppe; ordine che collabora ad ingigantire quella sensazione di panico, ansia e claustrofobia che pervade l’intera durata del film.
Mendes è davvero straordinario in questo: la storia comincia velocemente, senza grossi incipit, senza nemmeno avere idea di chi stiamo seguendo e subito ci si cala in questa missione ad alto rischio, con l’orologio che ticchetta nella testa, facendo sì che l’ansia e l’angoscia arrivino subito alle stelle e riuscendo a mantenere la tensione per tutta la lunghezza del film. Questo grazie anche all’inquietante e maestosa colonna sonora di Thomas Newmann, al fianco di Mendes per tutti i suoi film, confermandosi come un duo potente ed efficace. Notevole è anche la fotografia di Roger Deakins, anche lui affermato collaboratore del regista britannico da Jarhead (2005) in poi: una fotografia opaca e corpuscolare per le scene diurne sulle desolate praterie francesi, feroce e dirompente nella migliore sequenza di tutto il film, ambientata nel cuore della notte ad Ecuste, mentre un grande incendio divampa in quel che resta della città, tra i ruderi di una vita ormai lontana.
La tecnica non basta
Tutto questo non basta però a fare di 1917 un gran film. Sam Mendes, pur avendo in prima persona scritto la sceneggiatura dell’opera, la tralascia completamente, creando un film confezionato in maniera impeccabile ma completamente vuoto. Non c’è storia, i personaggi non hanno storia: Schofield, il protagonista, non fa nulla di umano, nulla che ci spinga ad entrare in sintonia con lui, se non guardare delle foto che nasconde nella sua divisa; Blake invece è solamente un’espediente narrativo sfruttato per avere l’impatto emotivo tipico del “farò qualsiasi cosa per salvare il mio fratellone e rendere mamma orgogliosa”. Assurdo anche il fatto di ricorrere a grandi nomi, a grandi attori per tenerli in scena letteralmente due minuti: questo vale in particolare per Cumberbatch, il colonnello MacKenzie, che ci viene presentato come un mostro, un amante della guerra e del sangue, ma quando fa il suo ingresso in scena non mostra nulla di tutto ciò, creando così una scena molto debole e deludente.
Oltre a non esserci storia non c’è nemmeno pathos, non ci sono emozioni se non quell’ansia dovuta principalmente al fatto che non sai quando qualcuno si beccherà la prossima fucilata. Manca tutto il contesto del film di guerra: la sofferenza, la disperazione, la crudezza. Non c’è sangue, non c’è nulla di atroce. Lo si può solo immaginare guardando i paesaggi sui cui sorvola la telecamera silenziosa. Ma questo non basta. Si arriva alla fine con gli occhi colmi di gratitudine per questo esperimento magnifico portato sul grande schermo da Mendes, con delle scene dal fortissimo impatto visivo e davvero davvero memorabili. Il cinema però non è solo questo: non è solo tecnica, non è virtuosismo registico né è solo esperienza estetica fine a sè stessa. Il cinema ha bisogno di storia, di parola, di emozioni e di vissuto. Ecco perché 1917 è un film che si riassorbe in sè stesso, lasciando troppo poco allo spettatore a cui aggrapparsi.





