Malasanità
Un problema che si aggrava
Scorrendo i titoli di giornale capita d’imbattersi in notizie contrastanti, che riportano tanto i successi e i traguardi quanto i sempre crescenti limiti del Servizio Sanitario Nazionale: da un lato un’eccellenza riconosciuta nel campo della ricerca, dell’uso delle nuove tecnologie in campo medico, e dall’altro un settore in crisi, segnato dalla carenza di personale sanitario e dalle conseguenze che questa carenza comporta. Il cittadino può dunque stupirsi e rimanere positivamente colpito dall’efficienza di realtà come il Centro di Terapia Antalgica dell’AUSL Romagna, presentato da Alberto Angela nel corso della puntata di Noos del 20 luglio, e al contempo sperimentare anche in prima persona situazioni di disagio, di lentezza nella diagnosi di una malattia o nella conseguente somministrazione della corretta terapia per trattarla.
È compito dei media segnalare queste situazioni, dando una voce anche agli eventi che non hanno una portata nazionale ma che non di meno sono sintomi – anche questi poco curati – di un peggioramento del servizio dato dall’SSN, che dovrebbe invece essere tutelato dai decisori politici per il suo ruolo chiave nel benessere della cittadinanza.
LE TESTIMONIANZE
La storia di A.
«Avevo bisogno di prendere appuntamento dal mio medico curante ed è stato estremamente faticoso anche solo raggiungerlo al telefono. Ho dovuto aspettare parecchie mezz’ore prima che la segretaria mi fissasse finalmente un incontro – riservato alla sola consegna di alcune carte – per il giorno successivo, data in cui sono stato trattato sbrigativamente e senza un minimo di empatia. L’appuntamento per la visita medica, invece, l’avrei potuto avere soltanto 25 giorni dopo. I pazienti non dovrebbero sentirsi numeri, né fastidi da allontanare il più velocemente possibile: quel giorno ho perso la pazienza e ho reagito in modo stizzito sia con la segretaria che al telefono con la mia dottoressa, dal momento che, stando male e non sentendomi compreso né assistito, mi sono fatto prendere dal nervosismo. Il giorno stesso ho inviato una mail di scuse per il tono adottato, in quanto io stesso mi sono accorto di non aver reagito nel migliore dei modi, seppur con la giustificazione dello stress e dell’ansia accumulati in quel periodo. Circa due settimane più tardi ho trovato nella cassetta delle lettere un asettico documento che mi avvisava di essere stato ricusato dal mio medico, per “turbativa del rapporto di fiducia”. L’appuntamento è dunque saltato, costringendomi a rimandare ancora di circa un mese la risoluzione del mio problema di salute.
In quel periodo dovevo traslocare, per cui ho cambiato medico curante pur cercando di avere un confronto con l’AULS e con il mio precedente medico, per avere un diritto di replica sulla decisione presa. Non mi è stato concesso alcun dialogo, alcuna considerazione: che sia successo per mancanza di tempo o di interesse non mi è dato saperlo, soprattutto perché nei due anni precedenti del rapporto medico-paziente che avevo avuto con questa persona non c’erano mai state problematiche simili. Non sapevo neppure fosse possibile rifiutarsi di seguire un paziente, tantomeno a seguito di uno screzio puramente verbale e nel bel mezzo di un percorso di cura. Non sarebbe stato giusto informarmi quantomeno dell’annullamento dell’appuntamento? Non era dovere morale, se non legale, del medico in questione dare un’indicazione che mi agevolasse nella prosecuzione del percorso di cura? I primi due o tre medici di base che ho cercato erano al completo, non c’era posto per altri pazienti. Questo non mi ha certo fatto stare meglio, né a livello psicologico né dal punto di vista fisico.
Io sono un insegnante. A scuola mi prendo cura dei ragazzi e non mi sognerei mai di allontanare dalla classe un alunno per un’esclamazione fuori luogo: il mio compito è quello di educare, di trasmettere conoscenza, ma un bravo insegnante sa che il suo ruolo non si limita al ripetere le nozioni e verificarne la comprensione. Il rapporto umano è fondamentale, e nella situazione che ho vissuto è venuto a mancare del tutto».
La storia di B.
«Ho un figlio di undici anni che necessita di cure odontoiatriche. Ancora nel 2022, in ospedale mi è stato detto che gli sarebbe servito con urgenza un apparecchio, così ho chiesto che il suo nominativo venisse inserito in lista d’attesa. Purtroppo, ho di recente scoperto che l’inserimento in lista non era mai avvenuto, dal momento che fino al 2024 non ci sarebbero stati appuntamenti disponibili per trattare il suo caso. L’alternativa che mi è stata prospettata è quella di rivolgermi al settore privato, cosa che avrei già fatto se mi potessi permettere la spesa.
Dal mio punto di vista, è incoerente che un problema mi venga descritto come “da risolvere con urgenza” e contemporaneamente mi venga confermato che il servizio sanitario nazionale non se ne può occupare se non dopo due anni e più. Da quel che so, entro i 14 anni le prestazioni odontoiatriche sono offerte dalla sanità pubblica, ma sembra che il caso di mio figlio faccia eccezione, senza che me ne sia stato spiegato il motivo. Ci sono davvero due interi anni di casi più urgenti da trattare? È davvero garantito che i minori di 14 anni trovino assistenza per le cure dentarie, se queste sono le condizioni che si presentano nella realtà dei fatti? In alternativa, devo pensare che l’impellente situazione di urgenza che mi è stata descritta sia stata esagerata e che dunque l’immediata spinta verso il settore privato fosse ingiustificata. In qualsiasi caso, che si tratti di un episodio di mancata chiarezza nella comunicazione della situazione o di una carenza sostanziale di personale nei reparti ospedalieri di odontoiatria, non posso che sentirmi amareggiato e deluso: dovrebbe essere più semplice per un cittadino esercitare il proprio diritto alla salute».





