The Sum Of Our Parts: La Storia Dei Pink Floyd. Episodio II, The Dark Side Of The Moon

Il momento esatto in cui la carriera della band ha preso il volo, senza possibilità di tornare indietro

Siamo giunti ad uno snodo cruciale della storia dei Pink Floyd, che, in quanto tale, merita di essere narrato in modo completo e approfondito. Proprio per questa ragione oggi ci dedicheremo interamente al 1973 e al disco che ha cambiato per sempre la storia della musica: The Dark Side Of The Moon. Un album senza tempo, da sentire tutto d’un fiato per comprenderne appieno l’essenza e che qui verrà analizzato ripercorrendone la lavorazione, i temi e l’eredità, nella speranza che al termine della lettura possiate amarlo anche voi.

A dire il vero, ad inizio anno il disco era quasi del tutto ultimato e si stava avviando verso le ultime ma essenziali sedute di registrazione. Urge, pertanto, fare un piccolo passo indietro e riprendere i nostri protagonisti esattamente dove li avevamo lasciati…


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Pink Floyd dal vivo nel 1972

1973: THE DARK SIDE OF THE MOON

Brighton, 1972. I Pink Floyd si trovano al culmine della loro carriera fino a quel momento, si stanno imponendo come paladini del progressive rock al pari di gruppi cardine quali King Crimson, Genesis e Yes e hanno in programma concerti in ogni angolo del mondo. Ad inizio anno i quattro sono pronti ad imbarcarsi per una nuova tournée, che partirà proprio dalla città dell’East Sussex. Quella sera la band decide di accogliere il pubblico con una nuova suite, che riflette sulla vita dell’uomo, sui suoi bisogni e le sue paure: si chiama The Dark Side Of The Moon

L’esecuzione dovrà essere abbandonata verso la metà per problemi tecnici, ma ciò non scoraggerà i ragazzi, che, forti del gradimento del pubblico per la nuova composizione, continueranno a riproporla nella sua interezza serata dopo serata e a perfezionarla continuamente. L’ispirazione è profonda e l’impeto creativo prende il sopravvento, pertanto al termine della prima parte del tour i musicisti si recano immediatamente nei leggendari Abbey Road Studios per dare forma concreta alla loro opera: Roger Waters si è occupato di tutti i testi, David Gilmour, Rick Wright e Nick Mason gli hanno dato vita con i rispettivi strumenti. 

Ad aiutarli nel ruolo di tecnico del suono ci sarà Alan Parsons (sì, proprio il ragazzone con barba e capelli lunghi che una decina di anni dopo troverà la via del successo con Eye In The Sky), ma definirlo solo tale è estremamente riduttivo: Alan è un abilissimo musicista e più volte la band ha dovuto seguire i suoi consigli per fare le migliori scelte artistiche, quindi, data tale incidenza, può a buon diritto essere definito un vero e proprio produttore. Con lui l’album inizia ad indirizzarsi sui binari giusti e ad arricchirsi di numerosi effetti sonori, che ne costituiranno uno dei tratti distintivi.

Il tempo disponibile, tuttavia, scarseggia e l’attività on the road impone di tornare a correre in giro per il mondo, solo tra un concerto e l’altro i nostri trovano il tempo di portare avanti la lavorazione del disco.

Roger Waters e David Gilmour ad Abbey Road

Arriviamo così ad inizio 1973, quando i Pink Floyd, seguendo questo regime, si trovano a pochi passi dalla conclusione delle registrazioni. È in questa fase che Roger Waters ha un’idea geniale: per rendere il disco ancora più umano e vero, pensò di inserire lungo i brani intermezzi parlati inerenti alle tematiche affrontate.

Per fare ciò elaborò una serie di domande esistenziali, le scrisse su dei cartelloni e iniziò ad andare in giro per gli studi, sottoponendole a chiunque gli capitasse sotto tiro (membri dell’entourage della band, tecnici del suono e persino il portinaio di Abbey Road) e registrandone le risposte. Furono intervistati anche i coniugi Paul e Linda McCartney, all’epoca a lavoro sul disco dei Wings Red Rose Speedway, ma i loro contributi furono bollati come “troppo recitati”.

Mancava un ultimo passaggio: il mixaggio, lavoro tutt’altro che semplice. L’uscita del disco era sempre più vicina e né la band né Parsons riuscivano a raggiungere un risultato soddisfacente, finché non si decise di rimettere la questione nelle mani di un esterno. La scelta ricadde su Chris Thomas, già collaboratore dei Beatles, che fu in grado di dare all’album la sua forma definitiva e di inserirvi l’ultima grande perla: il meraviglioso contributo vocale di Clare Torry su The Great Gig In The Sky.

Al termine di questa asfissiante routine, che andava avanti da mesi, il 10 marzo 1973 The Dark Side Of The Moon venne dato finalmente alle stampe, corredato dalla sua iconica copertina, in cui un prisma viene attraversato da un filo di luce bianca per restituire i colori dell’arcobaleno. La band ne era entusiasta.

L’iconica copertina di The Dark Side Of The Moon

Giunti a questo punto, sorgono spontanee due domande: Esattamente, di che cosa parla questo disco? E soprattutto, a cosa è dovuto il suo immenso successo?

Semplicemente, il disco parla dell’esistenza dell’uomo in tutte le sue sfaccettature. Tutto ha origine con un battito cardiaco (Speak To Me), segno tangibile dell’inizio della vita, sul quale si innestano una serie di suoni che ritroveremo nel corso dell’opera. Il collage si intensifica sempre di più fino al momento della nascita, in cui si respira per la prima volta l’aria di questo mondo (Breathe).

La vita, tuttavia, inizia subito a correre veloce e in un attimo l’uomo è travolto dalla frenesia del lavoro (On The Run). Nonostante ciò, questo non può sfuggire ai grandi interrogativi esistenziali che tutti si trovano ad affrontare prima o poi, anche se fanno paura: lo scorrere del tempo e il modo in cui lo si utilizza (Time) è uno di quelli e porta con sé anche una riflessione sulla morte (The Great Gig In The Sky), vista come un evento da non temere, perché arriverà comunque ed è per questo che bisogna far in modo di rendere la propria vita degna di essere vissuta.

La nostra esistenza, tuttavia, conta anche una serie di mali, che finiscono per dividere ed opporre gli uomini. Il denaro (Money), in primis, ne è l’origine per la sua capacità di generare ricchezza e povertà, opposizione tra chi lo ha e chi no, tra noi e loro. Infine, intendendolo più come desiderio di potere, è alla base del male più grande: la guerra (Us And Them), in grado di creare solo morte e distruzione. Ma quindi il disco vale solo per i suoi testi? Assolutamente no, perché se in precedenza Gilmour aveva regalato due dei migliori assoli mai composti (Time Money) e Wright aveva dato prova del suo immenso e sottovalutato talento (The Great Gig In The Sky Us And Them), nella successiva Any Colour You Like la band si concede un’improvvisazione strumentale in gran stile per ricordare a tutti le loro qualità come musicisti. 

The Dark Side Of The Moon live, 1973

Al termine di questo turbine di stress, inquietudini, problemi e limiti imposti dalla società l’uomo non può che trovarsi in balia della follia (Brain Damage, che contiene i primi evidenti riferimenti alla figura di Syd Barrett), non sa più cosa fare e per questo impazzisce. In fin dei conti, tuttavia, tutto ciò che ci accade, che facciamo, che vediamo e chi incontriamo perde di significato nel momento in cui tutto viene riassorbito nel continuo fluire dell’esistenza, quando il sole viene eclissato dalla luna (Eclipse). Il battito cardiaco riprende a pulsare creando una struttura circolare, perché la vita prosegue e ricomincia da capo continuamente.

The Dark Side Of The Moon ci restituisce una band all’apice della sua forma e coesione, in cui tutti lavoravano sinergicamente per il bene della propria musica e senza mai prevalere sugli altri. L’intesa costruita e consolidata negli anni precedenti ha raggiunto qui il suo punto massimo, permettendogli di realizzare un’opera pressoché perfetta. La popolarità dei Pink Floyd era in continua ascesa, in un momento storico in cui la musica rock dominava le classifiche mondiali: erano presenti tutte le carte in regola per fare il salto di qualità.

Le ragioni del successo risiedono nel fatto che questo sia un disco che parla direttamente all’uomo, toccandone emozioni, pensieri ed azioni, portandolo a riflettere su ciò che non va nelle nostre vite e a trovare sollievo in questa musica. Tutto ciò risulta vero ed efficace, se si pensa che, come racconta Waters, quando il disco fu concluso, tornò a casa e lo fece ascoltare alla moglie, che ne rimase commossa.

Il risultato di tutto ciò è che dal momento della sua uscita, The Dark Side Of The Moon è rimasto nella Billboard Top 200 per la bellezza di 741 settimane fino al 1988 e tuttora si attesta tra i vinili più venduti ogni anno.

Il risultato fu anche che le vite dei quattro membri non furono più le stesse: i Pink Floyd divennero delle autentiche celebrità, avevano raggiunto quel successo inseguito così a lungo ed erano pronti per goderselo il più possibile. Dall’altro lato, questo li fece finire al centro di quel turbine di frenesia e stress cantato nel disco e generato proprio dal suo successo, che stravolse le loro vite.

Infine, un interrogativo si stava lentamente impossessando di tutti quanti: come andare avanti dopo un successo del genere? 

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Studente di Linguaggi dei media ed inguaribile nostalgico del rock dei decenni passati. Ascolto sempre tanta musica e di generi sempre diversi per espandere le mie conoscenze. Nel tempo libero suono anche la chitarra e stilo classifiche. (@luca_gilmour70)

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