The Sum Of Our Parts: La Storia Dei Pink Floyd – Episodio I
Il primo di una serie di 5 articoli sulla band che ha rivoluzionato la musica
Alcuni mesi fa, parlando con la mia caporedattrice di quali fossero le mie preferenze musicali, ho immediatamente esplicitato il mio amore incondizionato per i Pink Floyd. In quella stessa occasione avevo fatto anche riferimento al mio desiderio di poter scrivere un giorno degli articoli su di loro, ma senza alcuna aspettativa che ciò potesse accadere in un futuro prossimo.
Quando poi ad inizio settembre abbiamo pianificato gli articoli di questa nuova stagione di Cogito Et Volo, la sua proposta è stata di quelle che non ti aspetti: ripercorrere la storia della leggendaria band britannica. Proprio per questo con grande emozione e responsabilità mi accingo ora a raccontarvi questa storia lunga e bellissima, fatta di successi e lampi di genio, ma anche di difficoltà e drammi; una storia degna di uno dei più grandi ed influenti gruppi di tutti i tempi.
Il nostro viaggio si articolerà lungo cinque articoli e in questa prima parte affronterà gli albori dei Pink Floyd, quando erano ancora dei giovani in cerca della propria strada.

Ora basta indugi, è il momento che il racconto inizi.
THE EARLY YEARS: 1965-1972
Londra, 1965. In principio furono cinque giovani ragazzi di Cambridge, che durante gli anni dell’università iniziarono a suonare assieme: Roger Barrett, per gli amici Syd, voce e chitarra; Bob Klose, chitarra; Nick Mason, batteria; Roger Waters, basso; Richard Wright, tastiere. È con questa formazione che il gruppo registra i suoi primi demo ed inizia a determinare la propria identità. Il loro primo amore è il blues del delta del Mississippi, pietra focale di tutto il genere rock, per cui il nome del gruppo è pensato per essere un omaggio a due dei loro bluesmen preferiti: Pink Anderson e Floyd Council, da cui viene fuori Pink Floyd.
Nel frattempo, gli anni passano e l’Inghilterra viene invasa dal movimento psichedelico, le lunghe improvvisazioni che i nostri protagonisti sono soliti eseguire dal vivo diventano sempre più lisergiche ed in breve tempo gli permettono di assumere il ruolo di paladini della scena londinese, guidati dal genio e dall’estro di Syd Barrett. Diventa sempre più frequente la loro presenza su palchi quali il Marquee, la Roundhouse o la All Saints Church Hall. Klose non apprezza questa nuova direzione intrapresa dal gruppo e se ne tira fuori. Ad oggi, potrebbe essersene pentito.
L’anno di grazia 1967 si apre mostrando i frutti di questo grande lavoro fatto nei concerti: i Pink Floyd firmano il loro primo contratto con la storica etichetta EMI. Dopo pochi mesi, arriva anche il momento del primo singolo, Arnold Layne, strambo brano su un ladro di biancheria intima, ma in grado di mostrare l’essenza del rock psichedelico e l’imprescindibilità all’interno del gruppo del suo leader, che scrive musiche e testi, canta e suona la chitarra. A giugno è la volta del secondo importante singolo See Emily Play, ma è ad agosto che arriva il momento del grande passo con la pubblicazione dell’album d’esordio The Piper At The Gates Of Dawn, autentico caposaldo del genere e della musica inglese degli anni 60.
Siamo nel bel mezzo della Summer Of Love, ovunque si vada i giovani diffondono messaggi di pace e amore, c’è un clima di grande apertura culturale dominato da una forte sperimentazione in ogni ambito e questi quattro ragazzi sono sulla cresta dell’onda del loro successo. Tuttavia, è proprio in questo momento che le cose iniziano ad incrinarsi, perché la voglia di sperimentare può riguardare la musica, ma anche l’uso di sostanze stupefacenti (una su tutte l’LSD), tunnel nel quale Barrett sprofonderà sempre di più nei mesi successivi con una rapidità preoccupante. Syd sale sul palco, ma è come se non ci fosse, è assente ed imprevedibile, nella migliore delle ipotesi potrebbe lasciare la scena da un momento all’altro o mettersi a suonare incessantemente la stessa nota per interi brani.
La band decide quindi di far fronte alla situazione affiancandogli all’inizio del 1968 il cantante e chitarrista David Gilmour, ma è una situazione destinata a durare ben poco: la leggenda vuole che un giorno il gruppo, mentre si dirigeva con il suo furgone nel luogo in cui si sarebbe esibito quella sera, semplicemente non lo passò a prendere e così per tutte le volte a venire.

Inizia un periodo in cui i quattro devono rimettersi in gioco e trovare una nuova identità, dal momento che hanno perso il loro frontman, il loro cantante e autore di quei testi così fantasiosi e stralunati, il loro pifferaio. È in questo limbo che la band inizia a porre le basi per la sua forma perfetta, per quella struttura alla Beatles per cui non esiste un leader identificabile, ma tutti contribuiscono in egual misura al risultato finale: Waters emerge come compositore, Gilmour inizia a mostrare appieno il suo talento come chitarrista e cantante, Wright con le sue tastiere sarà il creatore di atmosfere sognanti e dilatate e Mason sosterrà con il suo tocco unico alla batteria tutta questa struttura architettonica.
I primi anni non sono semplici, c’è tanta sperimentazione, ma non ancora una direzione precisa. Il primo album della nuova formazione A Saucerful Of Secrets risente di alcune reminiscenze del recente passato e perciò funziona, soprattutto grazie a due brani che negli anni seguenti costituiranno momenti salienti delle loro scalette quali la title-track e Set The Controls For The Heart Of The Sun.
Il 1969 è l’anno più confusionario di questo periodo di transizione, forse perché lunghissimo e carico di impegni. Un anno aperto e chiuso dal cinema. All’inizio, sarà il regista francese Barbet Schroeder a volerli per il suo film di debutto More, incentrato sulla dannata storia d’amore tra due ragazzi bruciati dalle droghe: non un progetto trascendentale, ma che diede modo al gruppo di mettersi alla prova con nuove modalità compositive. Alla fine, sarà invece il nostro Michelangelo Antonioni a chiedere il loro contributo per il suo Zabriskie Point, attesissimo seguito dopo il successo di Blow Up.
In mezzo, una quantità industriale di concerti e un nuovo doppio album, Ummagumma, un disco dal vivo nella prima metà, mentre il secondo LP ha posto i vari membri di fronte alla sfida di realizzare brani originali totalmente da soli, facendo forza solo sulla propria creatività: idea interessante, ma, anche in questo caso, non abbastanza da lasciare il segno.

I Pink Floyd, tuttavia, forti di quest’annata in cui sono stati molto richiesti, capiscono che è arrivato il momento di dare una svolta alla propria carriera e aprono il nuovo decennio con un’opera mastodontica: Atom Heart Mother, lunghissima suite di 23 minuti in sei movimenti in cui la band è affiancata per tutta la durata del brano da un’orchestra. Un esperimento folle quello intrapreso con questa composizione, il cui titolo è lo stesso del disco del 1970 in cui è contenuto, ma che diede inizio alla stagione progressive del gruppo, caratterizzata da brani dalle strutture sempre più lunghe e complesse, non più dovute alle infinite improvvisazioni, ma a continui cambi di sezione, e dall’inserimento di strumenti meno convenzionali provenienti dal jazz o dalla musica classica.
Prove tecniche verso il raggiungimento della perfezione arrivano già nel 1971, quando viene dato alle stampe Meddle, il loro miglior disco fino a quel momento, incorniciato da due epici brani: in apertura One Of These Days, strumentale trainata dal suo irresistibile ritmo scandito dal basso; in chiusura Echoes, altra meravigliosa perla da 23 minuti in grado di traghettare l’ascoltatore verso mondi lontanissimi e perduti, passando attraverso cieli infiniti e profondità abissali ed inquietanti, fino a giungere al ritorno sulla terraferma e alla fine del brano, cui non può che far seguito una riflessione su quanto appena ascoltato. Per chi scrive si tratta della miglior canzone mai composta (e mi scuso per l’assenza di giudizio oggettivo), ma per essere più realistico dirò che nelle classifiche viene spesso votata come una delle più belle di sempre della band inglese.
La prima parte di questo viaggio si chiude nel 1972,
anno in cui il gruppo torna ad avere a che fare con il cinema. Dapprima, sarà di nuovo Schroeder a coinvolgerli per la colonna sonora del suo nuovo film La Vallée, da cui nascerà il disco Obscured By Clouds; in seguito, saranno gli stessi Pink Floyd a voler girare un lungometraggio: Live At Pompeii, surreale concerto diretto da Adrian Maben, filmato nel leggendario anfiteatro romano al cospetto della presenza di nessuno, se non dei fantasmi della città sepolta. Nel frattempo, però, le tournée vanno avanti e i ragazzi iniziano a testare dal vivo una nuova lunga suite, presentandola in anteprima al pubblico senza averla precedentemente pubblicata su disco per verificarne l’efficacia. Il suo titolo è The Dark Side Of The Moon…





