La leggenda del kintsugi

Di come una metafora si trasformò in oro

La casa di Lollo e della sua famiglia era molto modesta. I genitori non erano dei proprietari terrieri, né avevano molte ricchezze. Il padre Bennie lavorava alle dipendenze di un possidente della zona, il sig. Petel, famoso certamente non per generosità e benevolenza. Quel poco che Bennie riusciva a portare a casa, dopo giornate estenuanti di lavoro, veniva gelosamente custodito dalla moglie.

Lollo era il terzo di cinque fratelli. Non era un bambino, ma allo stesso tempo non era abbastanza grande da poter essere considerato un adulto. Agli occhi del padre e della madre, rispetto ai fratelli, era il più taciturno, poco incline ad ubbidire quando si trattava di studiare, un po’ svagato, con la testa in continuo pellegrinaggio verso chissà quale meta. Aveva un grande talento, “riparare oggetti”. Seduto sul tavolo della piccola cantina dove il padre era solito riporre gli arnesi da lavoro, Lollo contribuiva, o almeno così pensava, a costruire il mondo: con i pezzettini di legno avanzato trovati qua e là nella stanza, giorno dopo giorno era riuscito a costruire quella che sembrava una torre, simile a quella che aveva visto al villaggio qualche tempo prima.

La mamma e i fratellini approfittavano un po’ di lui: «Lollo aggiustami le scarpe! Lollo riparami il tagliaerba!». Lui non si era mai rifiutato, perché in fondo era l’unico modo per sentirsi davvero utile.

Quando una dura carestia si abbatté sul villaggio, la già fragile situazione economica della famiglia fu messa a dura prova. Lollo ascoltava, chino in silenzio sotto il mobile dell’atrio, le discussioni dei genitori, i cui toni, giorno dopo giorno, sembravano divenire sempre più cupi e tesi. Non aveva mai sentito papà Bennie alzare la voce, ma quella sera, da ciò che trapelava dalla porta socchiusa della cucina, sembrava disperato.

«Mi licenzieranno! Moriremo di fame!». Lollo fece appena in tempo ad alzarsi, quando il padre furente, uscendo dalla cucina, urtò con il braccio il mobile dove fino a qualche secondo prima il ragazzo era nascosto.

Un vaso di ceramica che, almeno secondo i racconti della nonna, era appartenuto alla famiglia da diverse generazioni, cadde a terra, frantumandosi. Lollo recuperò subito i cocci e li ripose in un luogo sicuro.

Le preoccupazioni in quei giorni erano molte, nessuno in famiglia, nei giorni seguenti, aveva prestato più di tanto attenzione alla sparizione del vaso. Papà li aveva avvisati che la settimana successiva sarebbe passato il suo datore di lavoro, probabilmente per ridiscutere la sua posizione. Lollo conosceva bene l’importanza di quell’incontro per il padre, allora decise di mettersi subito all’opera e incollare i cocci del vaso di ceramica: «Se il capo di papà trova la casa splendida ed accogliente magari sarà più disponibile», pensava fra sé e sé. Trovò nel vecchio capannone in giardino della lacca e della polvere dorata e si mise all’opera.

Foto di Pavlofox da Pixabay

Quando, il giovedì successivo, il campanello di casa suonò, il vaso era lì nella consueta posizione, ma adesso le sue fessure dorate ne evidenziavano fieramente le crepe. Quando il signor Petel entrò, Lollo intravide subito nel suo viso l’espressione di chi non porta alcuna lieta notizia. Passò un po’ di tempo prima che il signor Petel si alzasse di nuovo dal divano: «Non c’è niente di personale, dovete credermi, non posso fare altro!», esclamò prima di avvicinarsi alla porta d’uscita. Ma poco prima di sfilare il cappotto dall’appendiabiti, i suoi occhi furono attratti improvvisamente dal vaso sul mobile dell’ingresso.

«Chi ha realizzato questo lavoro? Quale artigiano del luogo conosce questa tecnica?» domandò con aria stupita, continuando nel mentre ad accarezzare le crepe d’oro del vaso. Lollo rimase sbalordito, non ebbe il coraggio di parlare. Fu la madre a dire che era stato il figlio a realizzarlo.

Ancora visilmente meravigliato , il signor Petel passò le due ore seguenti a spiegare come la tecnica usata dal ragazzo affondasse le sue radici nell’antica arte giapponese del kintsugi (letteralmente, “riparare con l’oro”), ossia la procedura che utilizza metalli preziosi per saldare insieme frammenti di un oggetto. Aggiunse, inoltre, che tanti erano stati gli artigiani del luogo a cui si era rivolto al fine di riparare un vecchio cimelio di famiglia, inutilmente.

Lollo rimase per tutto il tempo lì in silenzio, sull’uscio della porta. Non comprese appieno tutto il discorso del signor Petel, ma una cosa la intuì: da quel momento in poi la sua vita e quella della sua famiglia sarebbero cambiate.

Il signor Petel aiutò Lollo e la sua famiglia ad aprire una piccola bottega di artigianato nel centro del villaggio. La bravura di Lollo e la sua tecnica ben presto divennero note e attiravano clienti da tutto il vicinato.

Il piccolo, oramai grande, Lollo aveva insegnato così a non buttar via ciò che sembra rotto e inutile, ma anzi, a valorizzarne le fenditure, curandole come ferite ed evidenziandone l’unicità.

Sopra la porta della bottega ancora oggi compare la scritta: “Se la vita ti colpisce, non buttarti via, ricomponi i cocci e risplendi”.

Immagine di copertina di bluebudgie da Pixabay.

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Studente d'Ingegneria, amante del mondo, della bellezza, dei numeri. La scrittura mi permette di unire la cultura umanistica con la scienza, due mondi apparentemente distanti ma in verità complementari, indispensabili l'uno per l'altro. Cerco di vivere la mia vita alla costante ricerca di un'incognita “x", in grado di dare una risposta a tutte le mie domande. Come scriveva Montale “sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai, perché tutte le immagini portano scritto: più in là”!

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