Se gli Stati Uniti non fanno gli Stati Uniti
Il 3 Novembre l’America deciderà. Da una parte una politica isolazionista che guarda principalmente ai propri interessi e dall’altra una politica interventista che vuole gli Stati Uniti caposaldo del mondo libero. Comunque vada la sfida Trump-Biden, noi europei dovremmo porci alcune importanti riflessioni.
Cogito et Volo dedica alle elezioni presidenziali statunitensi uno speciale con approfondimenti sul sito e contenuti extra su Instagram e Facebook. Esploreremo le principali tematiche della campagna elettorale in corso, vi guideremo nella sfida tra Biden e Trump e commenteremo i risultati e le conseguenze, per l’America e per il mondo. Qui trovate tutti gli articoli già pubblicati.
Nonostante il Novecento sia stato un secolo a dir poco movimentato, nel dopoguerra i nostri nonni avevano alcune sicurezze: il mondo era diviso in Buoni e Cattivi, dove i primi sono fautori della libertà dell’individuo mentre i secondi preferiscono la regolamentazioni onnicomprensiva dello Stato. Come in qualsiasi gioco di squadra, il capitano ha un ruolo fondamentale e gli Stati Uniti agivano come faro a cui guardare per capire come muoverci in quel gigantesco scacchiere che era il mondo durante la Guerra fredda.
Caduto il muro di Berlino, il fronte guidato dall’Unione Sovietica si sgretola e gli Stati Uniti sembrano apparentemente trionfanti. Apparentemente, però. Un mondo che doveva rivelarsi unipolare si rivela molto più frammentato e meno gestibile. La simmetria che aveva ordinato il globo, una volta venuta meno, non si trasforma in egemonia del vincente, ma in totale asimmetria. Forze regionali, religiose e sociali si ripresentano in tutta la loro forza e con tante rivendicazioni. Zone importanti del mondo si trasformano in polveriere totalmente instabili, mentre la Cina diventa un concorrente attivo dell’Occidente e il terrorismo internazionale minaccia in casa propria gli alleati storici della Nato.
Come hanno risposto gli Stati Uniti a questo cambiamento? A volte complicando maggiormente la situazione e mettendosi in un pantano, come in Afghanistan o in Iraq. Nonostante questi “inciampi” delle amministrazioni statunitensi, dagli anni Novanta la parola che ha preso sempre più piede a Washington è “multilateralismo”. Un vocabolo che in sé racchiude tutta la difficoltà di un mondo composto da molteplici interessi, e che può cercare stabilità unicamente con accordi tra molteplici paesi.
Nel 2016, però, Donald Trump è eletto presidente degli Stati Uniti e la politica americana comincia un’inversione che difficilmente ci saremo immaginati. La campagna elettorale del Tycoon risuona di slogan vecchi e anacronistici ai più: «Make America great again» e «America First». L’impoverimento della classe media porta una grande fetta di americani ad avere paura di fronte al mercato globale e a chiedere protezioni in casa propria, non guerre all’estero. Sentimenti ottimamente cavalcati da Trump che riporta in auge una politica isolazionista. Dal giorno delle elezioni comincia il ritiro da molti scenari internazionali che avevano visto gli Stati Uniti protagonisti. Prima il ritiro dagli accordi climatici di Parigi poi dagli accordi sul nucleare in Iran, per arrivare recentemente a quello dall’Organizzazione mondiale della sanità e alla definitiva rinuncia al Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, un accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea. In questi ultimi quattro anni, il “poliziotto del mondo” ha posato l’arma e sembra non voler più svolgere il proprio ruolo.

E l’Europa? L’Europa si è contraddistinta, dopo il 1989, per essere l’unico continente che sembrasse destinato ad una maggiore unità e stabilità. Il merito non può che essere di quella stagione europeista del dopoguerra che ha portato, passo dopo passo, alla costruzione dell’odierna Unione Europea. Bisogna ricordare ugualmente che l’Ue nasce come unione economica per creare un grande mercato unico continentale. Niente di più, almeno fino al 1992. A Maastricht, quell’anno, vennero poste le basi di un’unione politica che avrebbe fatto da preludio agli Stati Uniti d’Europa.
È chiaro come oggigiorno quest’obbiettivo trovi le più grandi difficoltà in quella che è una politica estera e di difesa comune, che continua a mancare in un organizzazione con velleità federali. La Nato, dopo la seconda guerra mondiale, ha garantito quella sicurezza che gli stati europei parevano non saper metter in piedi da soli. Il patto atlantico che univa USA, Canada e alleati europei durante la Guerra fredda è rimasto in vigore anche dopo il crollo del blocco sovietico, diventando l’orizzonte dove l’Europa avrebbe potuto costruire la sua influenza geopolitica all’estero.
I paesi europei sono sempre intervenuti nelle missioni Nato facendo la loro parte, seppur controvoglia a volte. Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Afghanistan, Iraq e Libia. Non c’è uno di questi paesi dove i nostri soldati non abbiano messo piede, spesso per difendere interessi e posizioni distanti da quelli italiani. Un periodo, questo, che con Trump è sembrato finire definitivamente. Da quando siede alla Casa Bianca ha progressivamente ritirato gli Usa dai principali scenari internazionali e cercato un legame diretto con leader di paesi autoritari, fra cui Russia, Turchia, Corea del Nord, Arabia Saudita ed Egitto.
Il paese che era stato considerato il faro del mondo libero si è oscurato per seguire i suoi interessi particolari, lasciando gli alleati soli. Nel 2017 la cancelliera Merkel, di fronte alle critiche del presidente statunitensi ai paesi europei della Nato, affermò che gli europei non potevano più affidarsi ai lori alleati tradizionali e che avrebbero dovuto «prendere il futuro nelle loro mani». Due anni dopo, Macron arrivò a pronunciare delle frasi che non si pensava sarebbero mai potute essere pronunciate da un leader europeo: «La Nato è cerebralmente morta». Questa frase venne pronunciata dopo che Trump chiese ufficialmente ai paesi Nato di spendere di più per la loro sicurezza, senza contare sui soldi statunitensi.
Anni di retorica anti-americana hanno abituato tanti a credere che gli Stati Uniti fossero unicamente un ostacolo a noi europei. La differenza di cultura e tradizioni, che indubbiamente esiste, ha reso incomprensibile la natura di certe scelte interne americane. La facile reperibilità di armi, le continue tensioni sociali e razziali, il non considerare il cambiamento climatico, il sistema sanitario quasi totalmente privato. Difficilmente noi europei potremmo definire condivisibili certe scelte e accettabili certe posizioni.
Tuttavia, la Realpolitik insegna come bisogna andare oltre certe considerazione e ammettere come gli Stati Uniti siano stati indispensabili per la nostra sicurezza. Ed è notorio come non vi può essere libertà senza sicurezza. La Russia e la Cina hanno intrapreso delle politiche di espansione di influenza, che ce ne stanno facendo facilmente accorgere. Il paese di Vladimir Putin continua a finanziare movimenti politici di estrema destra e influenzare indirettamente le elezioni nei vari stati, con l’obbiettivo non dichiarato di sfaldare il tessuto europeo. La Cina manda avanti le sue imprese che cercano di inserirsi nel contesto economico europeo per spianare la strada alla cosiddetta nuova via della seta.
Dividi et impera, dicevano i latini. Niente di più vero per le potenze straniere che vogliono sfruttare l’isolamento europeo. Cercano in tutti i modi di dividere tra loro le nazioni europee, mettendo in crisi l’Ue. Perché è chiaro che ritirandosi gli Usa, solo l’esistenza di una forte Unione Europea può mostrarsi da ostacolo. In queste elezioni di novembre, gli Stati Uniti potranno scegliere tra continuare con le politiche trumpiane o ritornare all’interventismo del passato, con Joe Biden. Se qualcosa abbiamo imparato da questi quattro anni, noi europei dovremmo renderci conto che non ci si può affidare più alle volatilità politiche degli States. Qualora vincesse Biden, sarebbe segno di inettitudine crogiolarsi su un probabile cambio di rotta del gigante americano per i prossimi quattro anni.
Bisogna decidere cosa si vuole fare “da grandi”, chi si vuole essere. L‘Europa è stata per secoli il continente dove le libertà individuali e inalienabili sono state teorizzate e sviluppate, dobbiamo avere il coraggio e l’ardire di difendere questo nostro patrimonio. Una politica estera veramente comune a tutti i membri ed un esercito comunitario darebbero all’Unione quella autorevolezza geopolitica che, in questi tempi confusi e turbolenti, sono necessari per rimanere indipendenti. Forse riusciremo anche a raggiungere una vera unità e solidarietà tra Paesi europei, sapendo che dipendiamo gli uni dagli altri totalmente. Se gli Stati Uniti non fanno gli Stati Uniti, sarà l’Europa a dover essere scudo di sé stessa.
Immagine di copertina a cura di clarencealford.





