Come si vince il Covid-19 in una casa di riposo

Fronteggiare la pandemia di Covid-19: il 2020 raccontato dall’IPAB Centro Anziani di Bussolengo

Il 2020 è stato l’anno della pandemia, un anno pesante sulle spalle delle persone, che ha obbligato a lavorare in condizioni estreme, sempre con la stessa e anonima tuta bianca. Così estreme da dover indossare il pannolino durante i lunghi turni perché la tuta anti-Covid non permette di andare in bagno. Come siamo arrivati a tanto?

La notizia dell’arrivo del Coronavirus nel nostro Paese ha segnato la vita di tutti, ma già dal principio gli ospedali e le case di riposo si sono trovati a dover affrontare l’emergenza in prima linea. Vi ricordate? Medici, infermieri, operatori sanitari sono stati definiti eroi, nel corso della prima ondata, ma con loro c’erano anche addetti alle pulizie, personale amministrativo, persone che come me si sono trovate loro malgrado nell’occhio del ciclone, spalla a spalla con dottori e operatori socio-sanitari. Noi, dipendenti dell’IPAB Centro Anziani di Bussolengo, insieme a una sessantina di ospiti della struttura ci ritroviamo ad affrontare un viaggio dai contorni incerti e con un orizzonte che cambia e si modifica di giorno in giorno.

La prima ondata: all’Ipab tra inverno e primavera ci si preparava al peggio

Per rispondere al diffondersi del virus con efficacia, la collaborazione è stata uno strumento chiave. Inizialmente le uniche armi per proteggersi dal SARS-CoV-2 sono state mascherine, guanti, igienizzanti, sovra camici: tutti dispositivi di protezione individuale (DPI) che abbiamo iniziato a conoscere (e consumare) molto velocemente. La penuria dei DPI ha segnato tutta la “prima ondata” dell’epidemia, accompagnandosi alla diffusione della paura in tutt’Italia, dove le strade si svuotavano e il silenzio avvolgeva persino le grandi città, mentre il gesto di abbracciarsi diventava pericoloso.

Immagini originali a cura di Guido Fogliata

La giornata “tipo” di un dipendente era dettata da regole precise all’interno della struttura, nate dalla sempre più stringente coesione tra amministrazione e direzione sanitaria. Una sfida che ha fatto risaltare la forza del lavoro di squadra e l’importanza dei punti di riferimento per tutto il personale. Ogni dipendente doveva misurarsi la temperatura all’entrata, cambiarsi, indossare soprascarpe, sovra camice, guanti e mascherina dall’inizio alla fine del turno.
Con una mossa che si rivelerà vincente, la casa di riposo IPAB (Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza) di Bussolengo aveva deciso la chiusura delle visite ai parenti in anticipo rispetto ad altre strutture: tra tutte le misure di prevenzione possibili, sicuramente la più dolorosa per chi, dall’oggi al domani, non poteva più vedere un suo parente. Unica alternativa possibile diventavano le videochiamate, predisposte giornalmente per mantenere il legame tra le famiglie; non sostituivano certo il contatto umano ma il semplice continuare a vedersi era più importante che mai. Si faceva sempre più marcato il distacco tra l’ambiente interno e quello esterno.

Tutte le attività all’interno dell’IPAB venivano sospese: dalla semplice messa domenicale, alle attività ricreative di gruppo per gli anziani; quotidiane abitudini come una semplice pausa caffè tra colleghi diventavano qualcosa di pericoloso e vietato.
L’aria si faceva pesante e immobile, sembrava dovesse passare qualche settimana e invece passavano mesi. Tra paure e regole sempre più stringenti, tra la nostra incertezza ogni giorno al lavoro e lo sconforto di anziani e parenti che vedevano congelate le loro vite, abbiamo stretto i denti e tenuto duro. La principale preoccupazione era evitare i contagi e le misure prese sembravano vincenti: la conferma è arrivata ad aprile quando è iniziata la programmazione dei tamponi mensili. Poter registrare solo casi di tamponi negativi ogni mese iniettava speranza a tutti e scaldava gli animi più ancora del sole che ci porta l’estate, facendo sperare nella fine di un periodo vissuto in apprensione.

Estate: il peggio è passato?

L’estate ha cullato una dolce illusione e tutta l’Italia è ripartita con la voglia di pensare che il peggio fosse passato. Simbolo di una situazione migliore è stata soprattutto l’apertura alle visita ai parenti degli anziani, seppur contingentate e in sicurezza per non vanificare gli sforzi fatti, predisponendo un’area in cui essi possano vedersi attraverso un plexiglass per evitare contatti diretti. Una decisione che ha causato molta insofferenza: figli che non avrebbero potuto abbracciare le madri, così come mariti con le mogli, fratelli, amici. Indescrivibile l’emozione di chi per mesi era rimasto isolato in attesa di rivedere una persona cara, nell’incertezza che quel momento non potesse più arrivare.

Per la prima volta ho visto un uomo piangere come un bambino: era venuto a trovare la moglie che non vedeva da diversi mesi, dovevano essergli sembrati una vita. Ha pianto via dapprima tutta la paura che aveva intristito il suo cuore, poi tutta la gioia di quel momento e quando i suoi occhi sono rimasti solo bagnati d’amore è rimasto a fissare senza parlare la moglie, che ricambiava lo sguardo attraverso il plexiglass. In un clima più disteso, con i sorrisi all’ordine del giorno – anche se coperti dalle mascherine – è arrivata per alcuni anche la prospettiva di qualche giorno di vacanza. Sarebbero stati i primi da inizio anno, simbolo che la drastica situazione della primavera si era finalmente conclusa. A questo si aggiungeva anche la consapevolezza che aver lavorato bene aveva dato i suoi frutti: a differenza di altre realtà, nella nostra IPAB non avevamo registrato nessun caso Covid e questo era un successo per nulla scontato.

Immagini originali a cura di Guido Fogliata

La seconda ondata: tra autunno e inverno, il freddo colpisce al cuore

A spazzare via le speranze della gente ci pensa la così detta “seconda ondata”: i contagi tornano ad aumentare in tutto il Paese. All’IPAB continuano periodicamente controlli con i tamponi molecolari, a cui si aggiungono ora i tamponi rapidi. Nonostante la loro minore affidabilità, le forniture sono maggiori e la rapidità nei risultati li rende estremamente utili. La paura è tanta, alimentata dal dubbio dei potenziali asintomatici. Arriva ad ottobre la temuta notizia del primo positivo tra gli anziani: una signora conosciuta da tutti per i suoi modi gentili e affettuosi. Dal primo caso diventano una decina il giorno dopo, nel giro di tre giorni i casi confermati salgono a metà degli ospiti e parte dei dipendenti. Lo sforzo fisico e mentale di chi ogni giorno è presente al lavoro si fa sempre più gravoso: vengono adottate tutte le misure di protezione disponibili senza badare a spese, la classica tuta bianca e la visiera sul viso rendono tutti ancora più uguali e allo stesso tempo tutti più distanti.

All’aumento dei casi che non sembrava arrestarsi corrisponde un aumento di ore di lavoro: il personale scarseggia, lo sforzo per non perdere di mano la situazione è enorme e incessante, non rende possibili giorni di festa, riposi o pause. Gli sguardi dei colleghi riflettono la stessa paura che mi porto dentro, si cerca di restituire fiducia per darne a se stessi. Lo stress e la fatica tra i dipendenti si fa sentire e si manifesta in eventi drastici: dal senso di panico nell’indossare tutte le protezioni necessarie fino a dare le dimissioni per la troppa ansia di contagiare e contagiarsi; dipendenti assunti in emergenza per tamponare le mancanze si licenziano dopo pochi giorni (se non ore), altri invece lavorano ininterrottamente, arrivando ad utilizzare il pannolino in turno perché la tuta anti-Covid non permette di andare in bagno. Sono giornate eterne che lasciano solo le lacrime di stanchezza del personale che esce distrutto.

A questo punto la morte si è fatta vedere in tutta la sua crudeltà, al ritmo di uno ogni tre giorni i decessi sembrano non cessare mai. Lavorare così, in presenza di una compagna poco gradita come la morte, è qualcosa che ti si attacca addosso e non riesci a scrollarti. Ad ogni decesso non riesco a non pensare ai famigliari che perdono un pezzo di vita senza un ultimo saluto, alle stanze vuote che diventano sempre di più, agli scatoloni con gli effetti personali che si moltiplicano nei magazzini. Non si può scappare né nascondersi, lavoro ormai da mesi a contatto con il virus che sembra instancabile e spietato.

Immagini originali a cura di Guido Fogliata

L’arrivo del vaccino segna l’inizio del nuovo anno

Il 2021 inizia nel segno del vaccino imminente, dalla regione arriva la notizia ai primi dell’anno. Io sono in ufficio e con un briciolo di incredulità accolgo la novità: arriverà a giorni per dipendenti e anziani di tutte le strutture. In ospedale hanno già iniziato, è ufficiale. Veloce come una freccia impazzita, la voce si diffonde tra il personale, sventola forte negli animi la felicità, quella felicità che da mesi non si sentiva così viva, irraggiando il viso di chi aveva pianto in giorni bui. Per chi ha sopportato mesi impossibili, chi ha portato dentro di sé il peso del mondo, chi ha avuto paura e non poteva abbracciarsi e umilmente ha continuato a lavorare questo è un giorno storico.

Orgoglioso di far parte dei lavoratori in prima linea posso dire che sotto quelle tute bianche ci sono donne e uomini che hanno dedicato la loro vita al lavoro. Ognuno di noi aveva una vita privata e l’ha messa in secondo piano, ha sofferto, ha lavorato, ha messo a rischio se stesso per senso del dovere ma soprattutto per amore del proprio lavoro e per le persone per cui si lavora, persone anziane e già fragili. Il vaccino è l’unica arma per contrastare il virus e nessuno più di chi l’ha affrontato a mani nude può capirne l’importanza.


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Immagini originali a cura di Guido Fogliata

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Mi sono laureato in Beni Culturali all'università di Verona, mi piace viaggiare sia nella vita reale che attraverso i libri, sempre con la voglia di imparare qualcosa di nuovo. Cerco di esprimere come posso quello che penso e che sento attraverso la scrittura, a volte attraverso l'ironia.

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