Trials clinici: anche i farmaci fanno gli esami

Breviario sulle fasi di sperimentazione necessarie all’impiego terapeutico di un farmaco

Nessuno nasce imparato, e anche le sostanze a uso farmaceutico devono passare degli esami prima di essere approvate. Questi test si chiamano trials e si distinguono in preclinici e clinici. Qual è la differenza? Come si effettuano? In che modo si superano?

Credits: Louis Reed on Unsplash

Sperimentazione preclinica

I trials preclinici rappresentano le scuole d’infanzia di un farmaco: qui questo si approccia infatti a dei sistemi biologici più semplici da valutare rispetto a quello umano. I primi studi sono quelli in vitro, in cui la sostanza in questione viene “collaudata” in laboratorio su colture cellulari o microorganismi per verificarne il potenziale terapeutico. Quando questo è accertato si ha una buona ragione (in gergo si dice “il razionale”) per testare in vivo, dapprima su modelli animali.

Gli studi in vivo permettono di comprendere due aspetti fondamentali:

  • la tossicità della sostanza, quantizzandone il rischio associato all’assunzione;
  • la sua farmacocinetica, ovvero l’insieme dei processi di assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione (ADME) nell’organismo.
Credits: Kanashi on Unsplash

Gli animali da laboratorio su cui vengono testate le sostanze di futuro utilizzo farmaceutico sono roditori (topi e ratti). Il loro impiego, spesso contestato per ragioni etiche, è fondamentale ai fini della ricerca in quanto rappresentano un modello in miniatura della fisiologia umana. Inoltre si tratta di animali prolifici e longevi (vivono dai 18 ai 24 mesi) e quindi adatti a studi di lungo termine: ciò è essenziale per stabilire le dosi terapeutiche giornaliere (ADI: acceptable daily intake) e quelle tossiche (MTD: massima dose tollerata) in modo da evitare gravissime conseguenze sull’uomo.
È in questa fase che si valutano anche la potenziale teratogenicità, ovvero la possibilità di indurre malformazioni nel feto se la somministrazione avviene durante la gravidanza, e la cancerogenicità, cioè l’eventuale insorgenza di tumori farmaco-indotti.

Credits: National Cancer Institute on Unsplash

Sperimentazione clinica

Con i trials clinici il farmaco arriva per la prima volta all’uomo somministrato nelle dosi ricavate dai test preclinici. Nelle quattro fasi cliniche si valutano:

  • l’efficacia del farmaco, quindi la sua effettiva utilità terapeutica;
  • la sua sicurezza, in quanto si monitorano e registrano gli effetti collaterali ad esso associati.

Fase 1

Dura un anno e coinvolge meno di 100 volontari sani, che vengono convocati in centri specializzati.
Perché volontari? La scelta di sottoporsi a un farmaco sperimentale dev’essere libera.
Perché sani? In questa fase viene valutata unicamente la sicurezza, non l’efficacia su una malattia. Ci sono delle eccezioni a questo, ad esempio quando si testano farmaci antitumorali. Somministrare un antitumorale a un volontario sano non sarebbe etico, perché spesso il meccanismo d’azione di questo tipo di farmaci si basa sull’induzione di modificazioni sul DNA, e quindi si potrebbero indurre neoplasie in un soggetto sano. Discorso analogo è quello degli immunosoppressori, che sopprimerebbero il sistema immunitario esponendo maggiormente a infezioni.

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Fase 2

Dura 2 anni e coinvolge circa 200 – 300 pazienti affetti dalla patologia d’interesse, quindi testa anche l’efficacia oltre che la sicurezza. I soggetti vengono suddivisi in gruppi, a ciascuno dei quali viene somministrata una dose diversa del farmaco (tra quelle tollerate!) o, quando eticamente possibile, un placebo, cioè una sostanza inattiva. Negli studi in cieco né i pazienti (studi in cieco) né lo sperimentatore (studi in doppio cieco) conoscono il trattamento assegnato, in quelli in aperto invece sì. Un’altra distinzione è tra gli studi a due braccia, in cui vengono somministrati il farmaco di riferimento per la patologia d’interesse (gold standard) e quello sperimentale, e quelli a tre braccia in cui si aggiunge un terzo gruppo che assume il placebo.

Credits: National Cancer Institute on Unsplash

Fase 3

Il farmaco raggiunge finalmente il grande pubblico e viene testato su circa 3000 persone monitorate in 3-4 anni di trattamento. Questa fase cruciale precede l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte degli organi competenti, nel nostro caso l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) o la Commissione Europea. Si monitorano le reazioni avverse comuni (che riguardano 1 paziente su 100) e non comuni (1/1000) ma non si arrivano a verificare quelle rare (1/10.000) e molto rare (1/100.000) per le quali bisognerà attendere la fase 4.

Fase 4

È cosiddetta fase post-marketing. Il farmaco è già entrato in commercio e se ne valutano gli effetti collaterali sulla popolazione globale.

Credits: Daniel Schludi on Unsplash

E allora i vaccini anti-Covid? Rito abbreviato?

Conti alla mano: tra sperimentazioni precliniche e cliniche un farmaco richiede minimo dieci anni dall’ideazione all’impiego terapeutico. Allora i vaccini sviluppati in tempo record contro il Covid-19 hanno saltato alcuni trials? Nella nostra metafora scolastica ciò significherebbe che sono dei farmaci poco istruiti, e quindi meno sicuri! In realtà è l’inverso, si tratta di veri e propri secchioni che in quanto efficienti e utili alla società hanno potuto accelerare la carriera benché più giovani del solito in modo da poter subito “lavorare”.

Credits: CDC on Unsplash

Com’è successo?

  • Meno perdite di tempo per la ricerca di fondi: un farmaco che limita la diffusione di una pandemia ha tutta l’attenzione internazionale necessaria al suo finanziamento;
  • Esperienze pregresse: gli studi precedenti sui coronavirus responsabili di SARS e MERS hanno permesso di sviluppare tecniche efficaci per la realizzazione di un vaccino adeguato, ovvero il metodo a mRNA (vaccino Pfizer e Moderna) e quello del vettore virale (vaccino Astrazeneca);
  • Accesso immediato a strutture affiliate e pazienti: se in altre circostanze è complesso trovare ospedali e università che accettino di prendere in carico la sperimentazione, così come pazienti su cui testare i farmaci, l’enorme numero di casi da Covid-19 ha invece velocizzato anche su questo fronte;
  • Fasi cliniche 1 e 2 condotte contemporaneamente: questo ha permesso di risparmiare altri 6 mesi. Se in fase 1 fossero state rilevate pericolose reazioni avverse, entrambi i trials sarebbero stati sospesi.
  • Rapida valutazione delle autorità: l’EMA (Agenzia Europea dei Medicinali) e per gli USA l’FDA (Food and Drug Administration) hanno letto immediatamente i fascicoli sui vaccini provvedendo, grazie ai buoni risultati ottenuti in clinica, alla loro approvazione.

Per saperne di più:
Vaccino: istruzioni per l’uso
La sperimentazione clinica dei farmaci – Agenzia Italiana del Farmaco
Comirnaty (BNT162b2), il primo vaccino contro il COVID-19 approvato in Europa e in Italia– Istituto Superiore di Sanità
Il tempo per formulare un vaccino è stato troppo breve? – Chimica farmaceutica in pillole
mRNA-1273, il vaccino sviluppato da Moderna– Istituto Superiore di Sanità

(Immagine di copertina: photo by National Cancer Institute on Unsplash)

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