Ingranaggi: tic-tac
Una notte un piccolo e insignificante rumore, un ticchettio come di orologio, le cambia la vita. Le abitudini del passato si trasformano in una macabra routine, fatta di sangue, inquietudine e ingranaggi parassitari. Quale sarà la soluzione per uscirne?
Si voltò dall’altra parte del letto, perché sentiva caldo.
C’era silenzio, intorno a lei, finché all’improvviso sentì un rumore, come di un orologio. Tic-tac, tic-tac. Non aveva mai sentito prima un suono del genere, in camera sua. Cercò di ignorarlo.
Tic-tac.
A ogni secondo, il ticchettio sembrava più forte. Innervosita, si alzò dal letto, accese la luce e iniziò a cercare l’oggetto che provocava quel suono. Dopo qualche secondo di confusa ricerca, si rese però conto che il rumore era scomparso. Spense la luce e tornò a dormire, frustrata. Ancora qualche secondo di silenzio, giusto il tempo di regolarizzare il respiro, e il rumore ricominciò.
Tic-tac, tic-tac.
Iniziò a pensare a cosa potesse essere. Era ovvio qualcuno si trovava con lei nella sua stessa stanza. Era paralizzata dal terrore, sentiva una presenza alle sue spalle ma non aveva il coraggio di voltarsi. Il rumore le trapanava la testa, le sembrava di impazzire. Si voltò di scatto, accese la luce.
Nulla.
Non c’era nessuno. Aprì gli armadi, guardò sotto il letto, si recò in tutte le stanze della casa, ma non c’era anima viva, era sola.
Si rimise a letto, il rumore ancora nella testa, e cercò di nuovo di ignorarlo. Chiuse gli occhi e provò a non pensare: poi, improvvisamente, capì. Era palese, forse lo sapeva fin dall’inizio, ma aveva avuto paura di ammetterlo: quel rumore proveniva da dentro di lei.
Pose l’orecchio a stretto contatto con il braccio e lo risentì, sentì più forte che mai quel ticchettio. Era proprio lei a produrlo. Era spaventata, non si era mai resa conto di produrre quel rumore, come aveva fatto a non accorgersene in tutti quegli anni? Forse aveva iniziato a produrlo solo in quel momento? E cos’era? Cosa stava a indicare?
Doveva scoprirlo quella notte, non poteva aspettare. Afferrò il cellulare e iniziò a digitare i sintomi, ma non trovò nulla. Poi, ebbe un’illuminazione e scrisse “ticchettio più forte del solito nell’orologio”. Non era provato, non era sicuro, ma sembrava che se si sentiva ticchettare l’orologio più rumorosamente del solito, poteva indicare che l’orologio si stava rompendo.
Iniziò a pensare che quel ticchettio avesse lo stesso significato anche per lei, stava forse per giungere il giorno della sua fine.
Corse in cucina, poi in bagno, non doveva pensarci, un taglio netto lungo il braccio e avrebbe scoperto cosa fosse quel suono. Inspirò, poi diede un urlo e impiantò il coltello nella sua carne. C’era tantissimo sangue nero come il petrolio che colava lungo le sue mani fin sopra al tappeto. Il dolore era insopportabile, ma non le sembrava reale. Scavò in profondità sulla carne, mentre un rigurgito le saliva allo stomaco. Non c’era nulla, nulla, eppure quel maledetto ticchettio era sempre più vicino. Ed ecco, tra le fibre di carne e il calore del sangue, vide splendere qualcosa. Era freddo, rigido, zigrinato. Spostò lateralmente la pelle e guardò attentamente. Era come pensava.
Ingranaggi.
Il suo corpo era cosparso di ingranaggi d’oro e d’argento, rumorosi e inquietanti ingranaggi meccanici.
Com’era possibile che non avesse mai saputo di essere una macchina? Come aveva potuto crescere, vivere ignorando tutto questo? I suoi genitori ne erano al corrente? E se non lo erano, come avrebbero reagito a una tale notizia? Non poteva rivelarlo a nessuno. La gente si sarebbe spaventata, si sarebbe scatenato il caos, di certo l’avrebbero uccisa, anche se lei era sempre la stessa di prima.
Prese uno strofinaccio dalla cucina e del ghiaccio. Cercò di ripulirsi al meglio e poi, senza più alcun timore, richiuse la ferita, con un ago e un filo qualsiasi, senza preoccuparsi se fossero puliti o di cosa avrebbero detto gli altri notando una simile cucitura. Ripulito il bagno tornò a letto e per tutto il resto della notte rimase immobile a fissare il soffitto.
La mattina dopo non andò al lavoro, rimase in casa ad ascoltare quel rumore e a cercare di capire come sbarazzarsene. Non aveva tempo per altro, stava per morire, se non avesse fermato quell’incessante tic-tac sarebbe di certo finita per lei. Doveva trovare una soluzione, ma non c’era tempo.
Passò tutto il giorno a fare ricerche al computer, mentre camminava da una stanza all’altra con le mani sudate, passandosele tra i capelli. Sentiva caldo, poi freddo e la testa le scoppiava a causa di quel rumore. Discuteva da sola della soluzione, dandosi torto e ragione a seconda di che minuto segnava l’orologio. Provò a distrarsi guardando la tv, e a volte le sembrava che così facendo il rumore smettesse, ma appena ci pensava lo sentiva ripartire, impietoso.
Si fece mezzanotte. Tutto intorno a lei taceva, tranne lei stessa. Si alzò di scatto dal divano, corse in cucina e riprese il coltello. Questa volta non pensò minimamente al dolore, riaprì la ferita di fretta, vi infilò le dita e con una rabbia quasi folle strappò via parte degli ingranaggi. Stavano lì, insanguinati, sparsi sul pavimento. Le sembravano orribili, come dei maledetti parassiti. Disgustata, li raccolse e li buttò, noncurante, nel primo cestino, davanti ai suoi occhi. Si ricucì e tornò a letto.
Dormì, e la mattina seguente decise di tornare a lavoro, mettendo una maglia a maniche lunghe in modo che nessuno potesse farle domande. Ci era riuscita, aveva fermato quella schifosa macchina che le cresceva nel corpo, non doveva più morire. Trascorse così la giornata, con un folle ghigno sulla faccia, simile forse a quello di un omicida in preda al panico. Chi aveva ucciso, togliendosi di dosso quegli ingranaggi? Che cos’aveva guadagnato?
La notte si stese esausta a letto, guardando quella disgustosa e infetta ferita, orgogliosa del suo operato. Poi chiuse gli occhi e… lo risentì. Quel ticchettio foriero di morte era tornato. Sentì il sangue raggelarsi. Era tornato, come un’ombra nera dietro le sue spalle, solo dentro di lei. Cominciò a piangere, per la paura e per l’ansia che l’attanagliavano. Tirò un pugno fortissimo al muro e urlò. Era condannata a morire. Stava per morire a causa di quegli ingranaggi. Non era giusto, lei li aveva rimossi, lo aveva sconfitto, come poteva essere là, perché era toccata proprio a lei quella sorte?
Andò nervosamente in bagno: terrorizzata e con le lacrime agli occhi, aprì la ferita semplicemente con le dita, mentre il sangue nuovo e quello ormai rinsecchito si mischiavano al pus. Rimase impietrita dall’immagine che le si presentò.
Gli ingranaggi erano riapparsi. Sembravano anche più di prima.
Andò in cucina per verificare se quelli che aveva buttato erano ancora deve li aveva gettati. Erano lì nel cestino, eppure erano anche dentro di lei.
Presa dalla follia, spaccò un bicchiere della credenza, ne raccolse i cocci e in un attimo, senza pensare, li conficcò nella ferita, dritti in mezzo agli ingranaggi. Li vide incepparsi. Si erano bloccati.
Lo aveva fermato.
Poi, sentì uno stridio, come di qualcosa che stava per incrinarsi, un forte stack, e tutto ripartì nuovamente. Lanciò un urlo disperato, mentre le ginocchia le crollavano giù sul pavimento. Pianse per un tempo incalcolabile, e quando rimase senza più né lacrime, né pensieri o emozioni, tornò a letto.
La mattina si rese conto di quanto il rumore si fosse fatto più intenso. Le sembrava di udire ogni singolo frammento di vetro che si scontrava con quelle rotelline infernali. Era diventato sempre più insopportabile.
Rimase per giorni chiusa in casa, inerme, a ripetere sempre le stesse azioni, mangiare, dormire, piangere, scavare nella ferita togliendo gli ingranaggi, ma il rumore continuava a persistere. Passò un mese chiusa in casa, senza vedere nessuno. Al telefono dispensava a tutti scuse e bugie, senza fatica, con apatia. Aspettava solo la fine di quel ticchettio e allo stesso tempo sperava non finisse mai.
Una notte, mentre cercava disperatamente di addormentarsi, pensò a quanto era stanca. Stanca di quel rumore, di fare ricerche, di togliere gl’ingranaggi e di ripulire. Nella sua testa sentiva solo quell’incessante tic-tac.
Tic-tac, tic-tac diceva la sua mente, quasi come contasse le pecore. Si accorse, infine, di essere sola. Si accorse che improvvisamente era solo lei, nella sua mente, a dire tic-tac.
E così, smise di far rumore.
Immagine di copertina tratta da pixabay.





