Fenomenologia di Sanremo

Che ci piaccia o no, ogni anno finiamo nella trappola: ci sarà sempre qualcuno che vorrà parlare di Sanremo. Questo pezzo c’è già cascato.

La più importante kermesse musicale italiana che non fa prigionieri: o lo ami o lo odi. In molti hanno cercato di spiegare in breve o in largo perché Sanremo abbia questo potere polarizzante. Perfino questo articolo, in questo momento, sta cadendo in trappola, nella rete (Rai) a maglie strette dell’evento dell’anno.

Non ci gireremo attorno, la spiegazione è molto semplice: Sanremo è di tutti e questo slogan fa già curriculum per una assunzione in Rai. Che tu ne sia invaghito o completamente indifferente, parlare di Sanremo concede a tutti quanti, spettatori compresi, i celeberrimi 15 minuti di notorietà.

Infatti, intorno al mese di febbraio, ogni giorno, un telespettatore qualsiasi sul territorio italiano si sveglia e sa che deve avere una sua personale idea su Sanremo e deve crearla più velocemente degli altri o rimarrà senza argomenti per giorni. L’italiano, durante Sanremo, ha un’opinione sulla preparazione, sui conduttori, sulle conduttrici, sulla organizzazione in generale, sul service, su periodo in onda e sugli ospiti. L’italiano valuta il budget, lo configura in base all’offerta presunta. Per l’italiano è importante avere un giudizio di retaggio sui partecipanti e confermare o meno la sua previsione dopo aver ascoltato i brani.

Una volta partita la gara si spalancano le porte del giudizio. In questo, i social hanno aiutato in maniera determinante la logistica e la distribuzione del pensiero dell’italiano, anche perché non c’è più un bar per parlarne. Il luogo è diventato un “post”. E quel “post” è frequentato da tutti.

Odi et amo, o mio Sanremo!

La prima categoria è formata da quelli che Sanremo lo amano. O meglio, che lo hanno amato per anni. Delusi dalle ultime edizioni più simili a talent show, per esigenze di gradimento commerciali, con proposte discutibili per orecchie e animo, ma assolutamente vincenti per le radio. I nostalgici però vivono nel passato e rimangono aggrappati alle ali del grandissimo Rino Gaetano, alla voce pungente di Mimì e della Bertè, alla poesia di Domenico Modugno, al vissuto introspettivo di Luigi Tenco o alla letteratura di Sergio Endrigo, per citarne pochi.

Mia Martini – E non finisce mica il cielo

Chi odia Sanremo lo fa invece senza dare troppe spiegazioni ma giudicando scarsa la qualità dell’offerta e l’effetto vintage del programma, dandosi anche un’aura da critico musicale esperto che viaggia su lidi più ricercati. Pare che Sanremo rappresenti un mondo ormai superato e obsoleto che non possa dare soluzioni di novità. Se per molti aspetti questo è vero, tuttavia Sanremo cerca una continuità con se stesso, con le precedenti edizioni per rendere coerente e riconoscibile il prodotto e attinge da esso uno retaggio d’importanza. In pratica chi lo odia non vuole invecchiare.

Guardare la lista dei concorrenti di Sanremo è tutto un  «Ma chi è?» alternato da un comunissimo «Ah, c’è ancora?». Tuttavia, esiste un sottomondo, più nascosto e vellutato, composto dal cantautorato italiano di qualità o dalla canzone d’autore italiana (che non sono la stessa cosa) che lega il vecchio mondo della canzone italiana ad un contesto più moderno. È fatto di artisti poco altisonanti perché poco commerciali che rientrano nella prima delle esclamazioni succitate, come Mario Venuti, i Marlene Kunz, i Matia Bazar, La Cruss, Niky Nicolai, Sergio Cammariere. Probabilmente a molti questi nomi non diranno nulla ma parliamo di artisti che da anni portano avanti progetti musicali. Sono loro a trainare la canzone italiana nel senso più oggettivo del termine, con testi ricercati e musiche raffinate.

La Cruss – Confesso

Tutti uniti al suono di «dirige l’orchestra»

Personalmente ho sempre apprezzato questo di Sanremo, oltre a tante piccole cose apparentemente poco importanti. Come i nomi degli autori che compaiono in sovraimpressione, citati dal conduttore in maniera quasi robotica: «di Giovanardi, Malfatti e Di Benedetto». O i direttori d’orchestra dai look improbabili. Adoro ascoltare «dirige l’orchestra il maestro», per sperare che la frase continui con «Beppe Vessicchio», solo perché ormai suona bene e ci rifiutiamo di ascoltare altro.

Sono innamorato dei fuori onda che imbarazzano tutti, conduttori compresi chiamati ad andare a spanne per colmare il gap temporale abbozzando qualcosa. Fà molto vita vera.

Ho quasi sempre concesso la mia personale vittoria al vincitore del premio della critica, più indicato per valutare la qualità di un’opera. Ricordo Malika Ayane e la sua Ricomincio da qui, capolavoro come pochi negli ultimi anni che fece sobbalzare l’orchestra per una esclusione assurda.

La verità è che un pezzetto di Sanremo è nelle case – e sulle bollette – di ogni cittadino di questa penisola di chiacchieroni. Nel bene o nel male, unisce tutti questi puntini per creare il disegno del perfetto cittadino verdebiancorosso. Ci unisce come popolo e a noi questo piace. A noi italiani piace sentirci parte di una comunità. A noi, ogni tanto, piace addirittura sentirci italiani.

Insomma, Sanremo è ancora un serbatoio di qualità ma non troppo. In fondo qualcosa resta e qualche lampo di buon gusto rimane. Per questo Sanremo polarizza, divide e fà parlare di se. È un caleidoscopio di proposte e situazioni. Ce n’è di ogni e per ogni. Accontentare tutti è proprio il suo obiettivo. Non si rivolge ad una tipologia di pubblico, piuttosto che ad un’altra e per questo è veramente di tutti. Quando nel 1861 i padri della patria unirono l’Italia si preoccuparono di come fare gli italiani. Evidentemente perché Sanremo ancora non era stato inventato.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.

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Io sono Arnaldo Berardi. Sono nato a Bari il 7 Dicembre del 1989 di un piovoso giovedì d’inverno. Attualmente studente del corso di “Strategie per i mercati internazionali” presso la facoltà di Economica dell’Università di Bari “Aldo Moro”. Sono assetato di conoscenza e vivo la mia vita nella consapevolezza che la cultura sia l’unica via per l’evoluzione dell’anima. Il sogno da realizzare è quello di poter divulgare cultura che possa arrivare a chiunque in qualsiasi parte del globo, indistintamente.

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