Perché non posso fare tutto?

«Quale strada? Sono gli altri le strade, io sono una piazza. Non porto in nessun posto, io sono un posto.» A. Baricco

Ieri

Se volessimo proprio seguire quest’abusata moda di presentare un evento collegandolo alle sue origini più ataviche, per me il Big Bang sarebbe sicuramente la terza elementare.

Nella primavera della terza elementare non puoi non essere felice: è finito il buio medioevo delle tabelline, l’italiano è piacevole, fresco, si leggono i libri di fiabe in classe; la natura intera grida il suo canto liberatorio, le rondini strillano come fangirl a un concerto, i fiori profumano più del solito sprigionando allergeni a tutto spiano. Insomma l’ambiente ludico e idilliaco non può che rendere un bambino entusiasta, e con l’entusiasmo un po’ egocentrico, il che fu proprio quello che accadde a me.

Photo by Meriç Dağlı on Unsplash

Non era per cattiveria, ma io avevo un piano. Avevo sempre un piano geniale. Le menti degli altri bambini erano otturate da una così omologata banalità che m’annoiava persino ascoltarli. Davvero dovremmo giocare a mamma e figlia? A nascondino? Ancora?! Sono sei anni (‍e ne abbiamo otto!) che facciamo questi giochi, facciamo una cosa nuova, no?

– E che dovremmo fare, a otto anni?

– Quello che fanno i bambini di otto anni intelligenti!

– Cioè tipo?

– Giocare ai pirati dove un pirata muore e si deve scoprire chi è stato e durante le indagini si cerca anche un tesoro ma lo aveva rubato un alieno che in realtà è l’assassino ma non si scopre finché non si risolve un enigma in un posto segreto il cui nome otterrà solo la squadra che vince a nascondino domani a ricreazione.

– Ecco, è finita la ricreazione e non abbiamo neanche giocato, per colpa tua.

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Ma una volta si arresero e giocarono ad uno dei miei strani giochi che fondevano insieme mille altri giochi tutti strani, tutti di mia invenzione, e forse si divertirono pure, solo che non mi divertivo io, perché volevo fare tutto. Non solo vivere tutti i giochi insieme, ma anche interpretarli tutti insieme. E non – ma questo lo dico io adesso – per quell’ambizione egoista di stare sempre al centro: volevo provare cosa significasse essere il pirata, ma anche l’alieno e l’investigatore, e farlo scappando follemente dallo scorrere del tempo, da quella campanella che sanciva la fine della libertà e della fantasia.

Iniziavo a costruire il mio mondo di non-rinunce che mi avrebbe portata dove sono adesso: al centro di un incrocio che sbocca ovunque e da nessuna parte.

Photo by Denys Nevozhai on Unsplash

Oggi

Perché non posso fare tutto? Questo rimane il mio quesito fisso. Perché siamo imprigionati nella scelta di un’unica carriera, un’unica via, un solo mestiere, e perché, per quanto possiamo in gioventù provare a fare i poliedrici, le carreggiate si spintonano tra loro finché non diventano una sola strettoia che ci condurrà in un’unica direzione? 

Al mio orale di maturità la presidente di commissione mi disse: “Ora ti farò un’ultima domanda, la più difficile”. Tremo. Passo in scansione mentale l’intero programma di ogni materia degli ultimi cinque anni, e la lista, non si sa mai, dei miei peccati capitali e non. 

“Cosa farai dopo il liceo?”. Ah, ed io che credevo. Risposi una frase a metà tra il filosofico e l’arrampicata sugli specchi: “Io la chiamo poligamia intellettuale. Mi piacerebbe abbracciare quanti più progetti possibili, vivere quante più esperienze umane mi è possibile”. Al che si sentì un vocio di nonne che non avevano capito per problemi acustici e amici che non avevano capito per problemi concettuali. La stessa professoressa fece tanto d’occhi e mi riportò sul suo asse: “D’accordo, ma cosa vuoi fare dopo il liceo?”. E tutti tornammo sereni al nostro quotidiano torpore.

La poligamia intellettuale l’ho corteggiata davvero. Ho frequentato una facoltà scientifica e al contempo scritto per questo blog, seguito lezioni di disegno e di scrittura creativa, fatto volontariato, condotto una trasmissione radiofonica, illustrato vignette, fatto lavatrici e lavastoviglie, letto libri, coltivato amicizie, vita sociale e amori (uno). Ho cercato sempre di equilibrare le varie parti e di non usare l’una come scusa per evitare i doveri dell’altra. Ho dato il mio massimo per poi crollare, come crolliamo tutti, sul letto, morta di sonno, di eccesso di vita.

Photo by Aarón Blanco Tejedor on Unsplash

Domani

Il domani è una bella domanda. Ognuno dei miei pezzi mi sussurra “Scegli me”: pure loro hanno quest’odiosa visione univoca della vita. Ed anche chi vede la mia passione in ciascuna delle attività che seguo mi propone di mollare tutto e seguire solo quella. Ma non sarebbe come tradirsi ancora una volta? 

È davvero così impossibile immaginare una figura poliprofessionale? La forzatura alla scelta è l’atto prepotente di una società che ci mette alle strette o è solo un dato di fatto che ci suggerisce che alle cose servono tempo e cura? E perché non si può dedicare, se si vuole, tempo e cura a più cose diverse e farlo anche bene? 

A tal proposito è interessante l’analisi di Emilie Wapnick, che difende la sindrome di Manny Tuttofare dando ai suoi affetti la dignità di essere chiamati “multipotenziali”. 

Resta però un dubbio: in che modo i multipotenziali potranno adattare la loro pluralità ad un mondo che ha fretta di chiuderli in un’unica scatola? 

Prima o poi dovrai fare una scelta, ci dicono. E se la mia scelta fosse, ad esempio, di non scegliere mai?

avatar

Su di me: il cielo stellato

2 Comments

  1. Ho trovato questo post davvero bello.
    Mi ci sono rivisto in tutto e per tutto.
    Mi è stato detto che la depressione fa brutti scherzi ed una è proprio questa… Voglio far tutto e dare il massimo in tutto. Ma ecco il crollo, lì che ti abbassa l’autostima e che ti porta più giù… Non esiste un “Piano Terra”…
    Tutto questo solo per dire che vado avanti senza sapere dove arriverò…

    1. Ciao Pierpaolo! Grazie di aver letto il mio articolo, sono felice che tu l’abbia apprezzato! Rispondo alla tua ultima domanda con un’ulteriore domanda: c’è qualcuno che vada avanti sapendo realmente dove arriverà? Intendo: non siamo tutti precari nel mestiere della vita? Forse considerare questa visione potrebbe aiutarci a non buttarci giù (o mal che vada a creare un “piano terra”) ed essere più indulgenti verso noi stessi.
      Fare tante cose è sia un problema che una soluzione: da un lato abitua il nostro occhio a guardare da più parti e la nostra mente a pensare a più strategie, dall’altro li confonde entrambi! Bisogna non mollare mai, circondarsi di persone che tifino per noi, e diventare noi stessi i nostri primi sostenitori. Ti abbraccio, in bocca al lupo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.