Verso un mare gelatinoso

ll Mediterraneo nell’ultimo decennio ha visto la concentrazione di meduse incrementare di dieci volte. Cosa sta succedendo al nostro mare?

Il Mediterraneo nel corso dell’ultimo decennio ha visto la concentrazione di meduse incrementare di dieci volte.

Mentre la medusa luminosa (Pelagia noctiluca), più presente nelle acque del Tirreno, di per sé non costituisce rischi significativi, diversi avvistamenti sono stati fatti anche della caravella portoghese, molto velenosa a causa delle tossine rilasciate.

Non solo più numerose, ma sono state avvistate anche molte specie aliene. Le affascinanti cubomeduse non sono più così rare lungo le coste mediterranee.

Perché questa crescita esponenziale?

Gli oceani stanno subendo un preoccupante riscaldamento, come accertato ormai da diversi anni. Inoltre, la nostra impronta sui mari ha stravolto l’ecosistema introducendo strutture e sostanze che stanno cambiando la distribuzione di vegetali e animali. Le meduse, infatti, sarebbero attirate dal caldo ma sono state definite spesso sinantropiche, cioè traggono vantaggio dall’interazione dell’uomo con l’oceano. L’aumento del loro numero, sbilancerebbe la popolazione di pesci. Questa, già afflitta dalla pesca intensiva, ora si vede colpita anche dalla predazione di meduse e dalla competizione per lo zooplancton.

Questo sta accadendo in tutti i mari del mondo, non solo nel Mediterraneo. A detta di Ferdinando Boero, presidente del Comitato Ecosistemi Marini della Commissione per il Mediterraneo (CIESM), sulla terra non ci sono risorse che strappiamo in maniera così brutale: poiché coltiviamo ed alleviamo ciò di cui abbiamo bisogno. In mare siamo ancora cacciatori e raccoglitori, così come eravamo migliaia di anni fa sulla terra. Ma migliaia di anni fa non eravamo più di 7 miliardi. Il peso sta diventando insostenibile per l’ecosistema marino, creando un vuoto che si sta riempendo di meduse appunto. Un circolo vizioso: minor numero di pesci significa più meduse che a loro volta prederebbero più larve, quindi ancora meno pesci.

Anche l’uomo ha da perderci

Le ripercussioni economiche non sono indifferenti, data l’incidenza sulla diminuizione delle specie da pesca (anche quelle allevate). Alcuni progetti hanno cercato di arginare le maree di meduse con delle reti. Questo in Sicilia, presso le isole Egadi ed Eolie, dove un’altra attività è molto impattata da questi organismi: il turismo. Ogni anno fino a 150000 persone sono minacciate da punture di medusa nel Mediterraneo. Specialmente in Grecia, Spagna, Sardegna, Sicilia, Malta, Israele e Libano.

Quando i cittadini diventano ricercatori: Occhio alla Medusa!

Il monitoraggio qualititativo e quantitativo non è facile, perchè non si possono osservare da satellite, il campionamento è costoso, i fondi scarseggiano e ad esempio le coste italiane coprono 8500 km.

Da qualche anno in Italia esistono alcuni progetti nati per questo. Occhio alla Medusa! nasce su iniziativa del professor Boero. Dal 2010, lo scopo è quello di studiare il fenomeno e il plancton gelatinoso, capirne la distribuzione ai fini della sicurezza dei bagnanti nelle zone costiere.

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Occhio alla Medusa! Locandina italiana del programma di monitoraggio delle zone costiere

Chiunque è invitato a segnalare la presenza delle specie riportate nelle locandine del progetto. Questi organismi sono illustrati e spiegati, per aiutare il riconoscimento e per educare il privato cittadino. Infatti, in termini accessibili anche per i non addetti ai lavori, ne viene spiegato il ciclo vitale e come comportarsi in sede d’avvistamento. In generale si invita alla cautela e al rispetto: per quanto possano infastidire infatti, bisognerebbe evitare di toccarle per non danneggiarle e danneggiarsi.

Anche dall’estero voci di preoccupazione

Anche all’estero si sente la preoccupazione per questo fenomeno, dato l’interesse turistico per i mari del Mediterraneo. Il progetto Jellywatch infatti è pubblicizzato anche al di fuori dell´Italia, ispirando analoghe iniziative, come succede in Spagna (JellyRisk). Inoltre, consapevoli che il Mediteranneo da mare di pesci stia diventando un mare di meduse, sempre più conferenze mondiali degli ultimi anni hanno portato in risalto questi progetti e problematiche.

Tantissime sono state le segnalazioni, materiale di studio per capire distribuizione e problemi. Migliaia le meduse avvistate e alcune inequivocabilmente aliene: la distribuzione sta cambiando rapidamente e anche la densità.

Prossima frontiera della dieta prova-costume

Dapprima ritenute un vicolo cieco per la catena alimentare a causa del loro basso contenuto calorico, in realtà sono una fonte di snack per alcune forme di vita marina.

Diverse specie hanno imparato a sfruttare questo “problema”: tartarughe, ma anche pinguini, albatros e tonni in alcuni periodi di magra di altre prede adottano questa dieta light.

Il che non è privo di rischi. Alcune tartarughe predano buste di plastica, scambiandole per meduse e ingerendole. Altri animali invece hanno un metabolismo più rigido, quindi difficilmente riescono ad adattarsi. Diverse culture umane però vi si stanno approcciando ugualmente, facendo di un problema ormai diffuso su scala globale una risorsa. Per esempio, alcuni generi (diffusi anche nel Mediterraneo) come Rhizostoma sono considerate eduli, il che potrebbe essere un vantaggio per le popolazioni costiere.

brown turtle swimming underwater
Credits to Wexor Tmg (Unsplash)

Mentre si fronteggia il problema, valorizzarne la risorsa

Se non si interviene o si pone un limite più severo allo sfruttamento dei nostri mari questi saranno presto molto più gelatinosi. Il che si aggiungerebbe alla lista dei tanti problemi. Nel frattempo, siamo chiamati a vederne i lati positivi: la possibilità di studiare questi antichissimi e particolari animali. Affascinanti ed eleganti possono essere una risorsa turistica. Perché no, anche una risorsa alimentare, già consolidata in alcuni popoli ma, data la sempre crescente diffusione, prossimamente anche nel Mediterraneo.

In copertina: Florian Olivo for Unsplash

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In bilico tra lettere e numeri, tra agende e ispirazioni fugaci. Perché alla fine “desiderosi di creare, di generare e di divenire” bisogna amare la vita.

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