Viva Arte Viva

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Il racconto della Biennale d’Arte di Venezia: l’uomo in caduta e l’artista che salva

L’arte è viva. L’arte è ancorata al tempo presente, muove lo spettatore all’azione, al pensiero, alla riflessione e in quanto tale presuppone uno spettatore vivo. Uno spettatore che non sia passivo, che non stia di fronte all’opera come mera visione o condivisione. Non a caso l’arte contemporanea rompe, squarcia la tela, vive e si lascia vivere, non si osserva, è una performance, un’esperienza estetica e sensoriale. La Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno celebra proprio il fare arte. Una gigantesca mostra si snoda tra i canali e le calli dell’isola, esaltando l’arte e gli artisti quali veri protagonisti di un «nuovo umanesimo», quali responsabili del pensiero libero e dei più grandi interrogativi del presente. L’artista è l’uomo tragico, che non scappa di fronte alle domande e alle crisi del presente, ma le vive con tutto il suo spirito. L’arte è atto di liberazione e generosità, il tentativo di affrontare la contemporaneità senza subirla, di esserne protagonisti.
Viva Arte Viva è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti, sulle forme che essi propongono, gli interrogativi che pongono, le pratiche che sviluppano, i modi di vivere che scelgono.
Christine Macel, curatore dell’Esposizione
Come d’abitudine, anche la 57esima Biennale si sviluppa principalmente tra i Giardini e l’Arsenale di Venezia e si divide in due parti: la Mostra del curatore e le Partecipazioni Nazionali. Entrambe hanno un tema comune, quest’anno davvero particolare: il fare arte stesso. La Mostra del curatore si articola in un percorso in nove tappe: si parte dal Padiglione degli Artisti e dei Libri, per poi passare al Padiglione delle Gioie e delle Paure e al Padiglione dello Spazio comune, cui seguono il Padiglione della Terra, il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione degli Sciamani, il Padiglione dionisiaco e infine il Padiglione dei colori e il Padiglione del Tempo e dell’Infinito. Gli artisti coinvolti in questa prima parte sono ben 120. Le Partecipazioni Nazionali contano, invece, ben 86 paesi, ognuno con i propri artisti e il proprio padiglione, la maggior parte dei quali nell’area dei Giardini. I numeri lasciano intravvedere le dimensioni smisurate dell’esposizione, che sarà attiva fino al 26 novembre e che difficilmente può essere raccontata in un unico articolo. Tuttavia tre opere emblematiche possono in parte riassumere lo spirito della Biennale. La prima proviene dal Padiglione dell’Argentina, mentre la seconda e la terza fanno parte della Mostra del curatore.
Escalade Beyond Chromatic Lands – Sheila Hicks
Il problema del cavallo, Claudia Fontes
Un enorme cavallo bianco imbizzarrito si staglia al centro della sala. Una giovane ragazza gli si pone davanti cercando di placare la sua ira, mentre dalla volta cadono a terra centinaia di pietre bianche, che un bambino in lontananza raccoglie e studia con attenzione. È inevitabile che quest’opera si cristallizzi nell’immaginario dello spettatore, se non altro per la sua monumentalità. In realtà il suo significato va ben oltre le dimensioni. Il cavallo, un purosangue maestoso, è il simbolo della civiltà come la conosciamo: il mondo industriale capitalistico. Tutte le nazioni moderne e avanzate, infatti, hanno fondato il loro primo sviluppo industriale sulla trazione animale, di cui il cavallo è l’emblema. Insomma, il cavallo rappresenta il primo passo di un grande sussulto in avanti: la nascita della civiltà industriale. Una civiltà, la nostra, che sta attraversando una profonda crisi. Non a caso, il cavallo è privo di una guida, privo di un cavaliere, e si lancia a briglia sciolta verso il futuro, contro i due ragazzi co-protagonisti dell’opera, appunto. Ecco la rappresentazione di un mondo in bilico, che rischia di crollare come la volta della sala che ospita l’opera. Un mondo che si slancia continuamente in avanti pur avendo perso ogni guida e che come un cavallo imbizzarrito distrugge ogni cosa gli si pari di fronte, senza mostrare pietà nemmeno per una ragazzina innocente. Non ci sono adulti nella composizione, perché il dramma della contemporaneità ha già colpito le generazioni più giovani. E l’unica speranza risiede in chi, come il bambino dell’opera, si è seduto un po’ più lontano degli altri a studiare i cocci di un passato sul baratro del fallimento.
Il problema del cavallo – Claudia Fontes
L’uomo con l’ascia e altre situazioni brevi, Liliana Porter
Da un uomo con un’ascia in mano si dipana un grande caos. Non è chiaro se sia stato lui a determinarlo o se si stia accanendo contro qualcosa di già accaduto, ma il caos si espande nella stanza, ergendosi sopra l’uomo stesso. Un caos fatto di piccole situazioni, simili tra loro: uomini in miniatura dialogano con pezzi di oggetti del quotidiano, che li sovrastano per dimensioni e numero. Agli occhi dell’uomo rimpicciolito gli oggetti assumono forme e significati nuovi, vengono reinterpretati: così, ad esempio, due soldati si accaniscono contro un cavaliere, che tuttavia altro non è che un disegno su una tessera del domino. Tutto sembra voler sottolineare la piccolezza dell’uomo di fronte alla realtà, l’incapacità di un essere finito di cogliere un tempo e uno spazio infinito. Tutto in quest’opera parla del limite umano e di quell’ordine che l’uomo si illude di dare alle cose. Il proprio ordine. Un ordine che, a conti fatti, si rivela un caos.
L’uomo con l’ascia e altre situazioni brevi – Liliana Porter
Un luogo sacro, Ernesto Neto
A chiudere questa triade ideale ci pensa l’opera che introduce il Padiglione degli Sciamani: un enorme tenda a ragnatela ancorata alla navata dell’Arsenale. Lo spettatore è invitato a togliersi le scarpe, entrare e accomodarsi nel terriccio che fa da pavimento. Di fatto nulla separa l’interno dall’esterno, forse appena le corde di canapa che compongono la tenda, eppure entrando ognuno si sente chiamato ad un religioso silenzio. Le persone all’interno tendono ad isolarsi dalla confusione che regna nell’enorme padiglione, si fissano in silenzio, lo sguardo assorto. È la dimensione del sacro che si manifesta in tutta la sua compiutezza. La tenda, con la sua composizione accogliente – così vicina alla natura – e il suo slanciarsi verso l’alto, diviene una sorta di cattedrale laica dove ogni visitatore arriva a confessare il proprio fardello, facendo i conti con il caos della propria vita. Lo stacco tra confusione esterna e silenzio interno è assordante.
Un luogo sacro – Ernesto Neto
Forse per riassumere la Biennale 2017 sarebbe bastata l’opera di Sebastian Diaz Morales, Suspension: un uomo sospeso a mezz’aria tra le nubi continua a cadere nel vuoto con le braccia spalancate, senza poi curarsi troppo di ciò che gli sta accadendo, indifferente. La Biennale tratteggia esattamente questo tipo d’uomo: in caduta, passivo, incapace di riscattarsi, privo di certezze cui aggrapparsi. In questo presente di sgretolamento, solo l’arte e gli artisti si pongono come ancore di salvezza, gli unici in grado di riconsiderare l’umano. L’atto del fare arte è l’unica azione che implichi lucidità razionale, consapevolezza della crisi del reale e, soprattutto, tentativo di trovare qualche risposta. Un po’ come prova a fare la tenda di Ernesto Neto: ripartiamo dal silenzio, riscopriamo il sacro, la nostra intimità, l’essenziale dell’animo.
Suspension – Sebastian Diaz Morales
Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.