In fumo

La situazione incendi va sempre peggiorando, specialmente nel nostro Paese. Quali gli effetti indiretti sulla salute, e cosa il cittadino potrebbe fare per dare una mano ai nostri ecosistemi in fumo

Uno dei temi letteralmente più caldi dell’estate è la triste frequenza di incendi.

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Maxim Tajer (Unsplash]

Il primo pensiero è per foreste e macchie di arbusti, ma le fiamme, in alcune zone, come nell’Alaska Centro-Meridionale nell’estate 2019, divorano anche il muschio della lettiera, secco a causa di lunghe estati calde. Milioni di tonnellate di carbonio vengono emesse durante questi disastri ambientali. A quanto pare, da alcune stime (se l’andamento rimane costante) gli incendi potrebbero anche quadruplicare entro fine secolo. Persino l’Amazzonia si trasformerà probabilmente in savana, poiché ha perso la sua capacità di resilienza. L’ecosistema è infatti tanto prostrato da non potere più recuperare. Così da invertire la rotta dell’assorbimento di carbonio: ne verrebbe emesso più di quello immagazzinato. Il problema si proietta indirettamente su ecosistemi apparentemente lontani. Un’accelerazione importante dello scioglimento dei ghiacciai è dovuto alla deposizione di polveri carboniose formatesi durante incendi. Queste aumentano la capacità del ghiacciaio di assorbire calore, dunque facilitandone la fusione.

Savana. Credits to @agnisyulia (Unsplash)

Focus sul nostro Paese

Le ultime estati in Italia sono state particolarmente critiche.

Senza troppe illusioni sull’autocombustione e affini, la mano dell’uomo sta dietro quasi tutti questi eventi. La piromania, un vero e proprio disturbo psichico, costituisce una piccola parte degli attacchi, che sono invece condotti anche per interessi illegali su terreni e ritorsioni (secondo un rapporto Ecomafie di Legambiente). Al di là del gesto diretto però, siamo comunque responsabili anche dell’insufficienza dei piani di intervento, dello spopolamento di aree fragili e dell’incuria di vegetazione, che seccandosi, offre un pericolosissimo mezzo di diffusione delle fiamme.

L’Italia è costituita dal 38% di copertura forestale, il clima secco e ventoso aiuta la diffusione dei roghi portandolo a boschi, campi e case causando decine di migliaia di ettari bruciati (140mila nel 2021 secondo una stima dell’European Forest Fire Information System) e miliardi di euro di danni tra spegnimento, bonifica e ricostruzione. Si stima che dietro una stagione come quella dello scorso anno, ci vogliano più di 15 anni per ripristinare la situazione originaria.  

Il legame degli incendi con i cambiamenti climatici è molto complesso. L’Ispra considera che infatti non c’è solo il rapporto “alte temperature, siccità dunque incendi” ma anche la perdita di biodiversità e distribuzione di flora e fauna abbassano la naturale capacità di resilienza delle foreste, rendendole più fragili e meno capaci di recuperare.  A loro volta gli incendi incrementano la perdita di biodiversità, rilascio di anidride carbonica, aumento del rischio idrogeologico, erosione del suolo, inquinamento da polveri dell’aria e incremento della siccità.

Gli interventi mirati e i geoportali

In Italia si è instituito un gruppo di Carabinieri focalizzato su queste problematiche: il Niab (Nucleo informativo Antincendi Boschivo). I satelliti poi possono aiutarci a monitorare, l’European Forest Fire Information System (EFFIS) fornisce i dati all’ISPRA, che a sua volte restituisce oltre a segnalazioni precise al Sistema di Protezione Civile Nazionale, anche la conta dei danni annuale.

Dati ISPRA nel 2022

Allo stesso modo sono nate delle iniziative per coinvolgere i cittadini, come il geoportale per individuare le aree boschive colpite dagli incendi. Al di là degli interventi post catastrofe, serve manutenzione ed educazione, informazione sul corretto modo di gestire il territorio per prevenire questi eventi.

Il 2023 lo stiamo già vivendo, ma quello che succederà nel 2024, 2025, 2026 è solo nelle nostre mani.

Quali ripercussioni direttamente sulla salute?

Il fumo degli incendi boschivi causa migliaia e migliaia di morti l’anno. Nel dettaglio, alcuni studi si sono focalizzati sul Particolato Atmosferico 2,5 (PM 2,5) presente nel fumo. Si tratta di un mix di numerose sostanze come carbonio, alluminio e solfati. Ovviamente la composizione è estremamente variabile ma è accomunata dalla dimensione media: un diametro di 2,5 micrometri, polveri sottili piccolissime (per intenderci appena 1/40 del diametro di un nostro capello).  Essenzialmente significa che queste particelle possono entrare a contatto con le nostre basse vie respiratorie e passare nel flusso sanguigno.

Non è facile compiere uno studio osservazionale di questo tipo, perché si tratterebbe di stare lì a “contemplare” gli effetti negativi, ma in rari casi è stato fatto. Si monitora il contenuto e il tipo di PM 2,5 in atmosfera, lo si riconduce alla causa per capirne anche l’esposizione: ovvero una stima di quanto ne entra in contatto con il corpo umano. Dietro c’è molta statistica e modelli semplificativi ma infine si è riusciti a classificarne la composizione, che si è dimostrata molto più complessa del previsto, variabile a seconda del tipo di vegetazione e dunque anche eterogenea in termini di effetti sulla salute. Alcuni tipi hanno una tossicità molto marcata, e pare non scontato affatto che il fumo da carburanti fossili sia meno dannoso del risultato di incendi boschivi.

Le nostre difese

Come risponde il nostro corpo? Dato il diametro di queste particelle, è come se si trattasse di un’infezione, combattuta innalzando le barriere del sistema immunitario. I 35 microgrammi per metro cubo stabiliti dall’EPA (US Enviromental Protecion Agency) come limite sicuro, durante un incendio vengono superati di 15 volte. L’infiammazione che ne deriva destabilizza il nostro corpo, rendendolo anche più vulnerabile ad infezioni, oltre a peggiorare i sintomi di malattie respiratorie. I dati sono chiari ed inequivocabili.

Al di là dell’urgentissimo aspetto ambientale e dell’impellente necessità di porre rimedio a questo circolo di autosabotaggio, è quindi necessario anche approcciare in maniera immediata il problema relativo alla sanità. Sensori più diffusi, mascherine e filtri per gli ambienti potrebbero aiutare a mitigare il problema, sempre peggiore, del nostro mondo in fumo.

In copertina immagine di Adam Wilson (Unsplash)

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In bilico tra lettere e numeri, tra agende e ispirazioni fugaci. Perché alla fine “desiderosi di creare, di generare e di divenire” bisogna amare la vita.

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