Intervista ai cólgate, uscire dalla provincia e continuare a guardarla

Cólgate orrido intervista

Lo shoegaze di provincia arriva in città: quattro chiacchiere con i nuovi membri della scuderia La Tempesta Dischi

Se cercate dove si trova Gittana su Google, Wikipedia vi risponderà che è una frazione del Comune lecchese di Perledo che conta “qualche decina di abitanti”, situata sulla sponda sinistra del lago di Como e pochi chilometri a sud di Bellano, la località dove si trova una delle gole naturali più famose di Italia: l’Orrido. A Gittana, di cui non sentirete mai parlare durante questa intervista, si trova anche lo studio dove i cólgate hanno inciso le 9 tracce del loro primo album, sotto la supervisione di Andrea Maglia de La Tempesta Dischi. Sul profilo Instagram del Bleach Recording Studio troviamo Marta, Giulio, Andrea e Matteo immortalati nello stesso punto dove si fanno fotografare tutti gli artisti che registrano lì: al termine di una scaletta in pietra grigia che porta alla tipica villetta zona lago.

Vi raccontiamo di Gittana, di questa villetta vicino al lago con le pietre grigie, dei maglioni a scacchi e righe indossati dai cólgate all’aperto in pieno gennaio, perché evocano bene quell’atmosfera folkloristica da favola padana che invece emergerà più volte nel racconto della loro storia. ORRIDO è uscito da un paio di settimane quando ci incontriamo in videochiamata per parlarne, è un disco shoegaze, alt-rock, (ri)scritto in italiano, dai suoni nitidi, che parla di adolescenza, della provincia e dei suoi sguardi, di riti sociali, di amore, di femminicidio. La sua nascita ha una storia strana, o meglio, in controtendenza: mentre tutti affrettano a registrare e buttare la propria musica nell’etere neroverde di Spotify, i cólgate registrano un album che si è creato per sedimentazione, mentre veniva suonato live dopo live in lungo e in largo per la provincia veneta dal 2018 ad oggi.

Cólgate orrido intervista
Foto promo cólgate

Da quando il disco è uscito ed è in fase di promozione il tempo che divide la nascita dei brani e la loro pubblicazione è stato spesso causa di fraintendimenti.

Andrea: Mi fa morire che in tutti gli articoli sono usciti sembra che abbiamo tipo 18/19 anni. Scrivono che siamo adolescenti e tutto quanto. In un documento che avevamo scritto per preparaci a questa uscita avevamo inserito una riflessione sul fatto che i cartoni animati sono roba per bambini ma fatta dagli adulti e a questa cosa non ci si pensa spesso. Sembra quasi che sia un prodotto pensato dai bambini per i bambini. E io voglio pensare anche alla nostra musica come un prodotto pensato da adulti per adolescenti. È un vedere l’adolescenza fuori dall’adolescenza, perché quando ci sei dentro non puoi scrivere così dell’adolescenza.   

Nel 2016 Marta e Giulio, all’epoca una coppia di liceali, hanno fondato il nucleo centrale della band, lui al basso, lei voce e chitarra, per poi coinvolgere rapidamente Andrea alla chitarra, allora 22enne. Di batteristi invece ne hanno cambiati tanti, fino a trovare Matteo, che non è presente durante la nostra intervista ma che ci viene descritto come il più giovane e pragmatico. L’idea di formare una band durante il liceo in un paese di provincia come San Donà di Piave nasce dunque un passatempo, un diversivo per la noia, o come dice Marta, come modo per incanalare la sua teenage angst. Adesso Marta e Giulio non sono più una coppia nella vita, finito il liceo si sono iscritti entrambi in architettura e mentre lei, più piccola di un paio d’anni, è ancora studentessa a Venezia, lui è volato a esercitare la professione in Portogallo, dove vive stabilmente. Andrea invece è diventato uno psicologo.

Ricordano tutti molto bene come la loro storia è iniziata.

Marta: Io volevo suonare, ero l’alternative girl che ascoltava i Joey Division, i The Cure, i Nirvana, i Dinosaur jr, gli Slow Dive, i My Bloody Valentine, ho avuto sempre una ricerca musicale perché la musica mi piaceva tantissimo. Strimpellavo un po’ la chitarra, ero molto affascinata dall’estetica degli anni ’90, della band.

Giulio: Io all’epoca avevo la testa solo per lo skate e tutto ciò che ne deriva. Marta mi aveva regalato la maglietta dei Joey Division, però non la volevo metterla senza ascoltarli perché non volevo essere un poser. Allora gli ho ascoltati e sono rimasto folgorato. Mi hanno colpito particolarmente gli inni di basso di Peter Hook e da la mi è venuta la voglia di suonare. Quindi a un certo punto sono andato in un negozio di musica coi miei amici e ho comprato il basso e ho iniziato a strimpellare.

Andrea: Avevo i capelli corti. Ricordo che uscivo da altre band, perché suono da un disastro di tempo e con alcune di loro si era quasi raggiunto un livello in meno di quello a cui siamo noi ora. E c’era sempre qualcuno che buttava tutto in vacca, per svariati motivi. Arrivavamo sempre al soffitto di cristallo di Silvia Plath e non si andava oltre e quindi all’inizio anche con Marta e Giulio stavamo giocando.

Marta: Facevamo principalmente cover inglesi di musica shoegaze, i Chapter House, i My Bloody Valentine, ci abbiamo messo dentro anche un po’ di Smashing Pumpkins.

Qual era la cover forte?

All’unisono: Ceremony dei New Order!!!!

Tra le cover punk nei localini di provincia e la registrazione di un disco per La Tempesta passano quasi 10 anni, all’inizio dei quali non c’era neanche un nome. cólgate è stato scelto da Marta, che nel 2018 era passata dall’essere una liceale alternative a una studentessa di architettura appassionata di design ed affascinata in particolare da quello dei dentifrici (“Trovavo che colgate fosse bellissimo da leggere, e poi c’era la parola GATE, poteva essere storpiato in GAZE, colgaze, molto anni 90”).

Cólgate orrido intervista
Foto promo cólgate

Ora però cólgate ufficialmente è inteso nella sua accezione spagnola, l’imperativo “impiccati!”, idea nata da uno studente di ingegneria dell’università di Padova che si è avvicinato alla band dopo un’esibizione per fargli notare la doppia valenza del termine. L’esigenza di un nome si era creata quando per la prima volta era stato proposto ai ragazzi di esibirsi nel teatro della loro città. Ma siamo ancora distanti anni e kilometri dallo studio di registrazione di Gittana.

Ma quindi come si passa dall’essere una cover band della provincia veneta a registrare un album shoegaze in italiano?

Andrea: Con tante rotture di coglioni! Io Giulio e Marta siamo ingestibili, abbiamo sempre bisogno che ci sia un maestro. Lo facciamo tutti a turno. Abbiamo sfondato a un certo punto perché ci siamo gestiti perché ci sono state mille occasioni in cui avremmo tranquillamente potuto mandarci tutti a quel paese. E poi voglio anche dire l’apporto di Matteo è stato fondamentale. Perché lui è sempre stato il più pragmatico, ha sempre spinto sul risultato.

Giulio: È tutto iniziato dopo la pandemia, io ho fatto un anno di Erasmus in Portogallo durante il Covid e quell’anno li eravamo stati molto attivi. Nel 2023 è arrivata questa data coi Liquami dove io ero in cassa al merch con Jacopo Lietti de La Tempesta, dove avevamo stampato qualche copia del nostro primo EP con i nostri 3 singoli in inglese. Così chiedo a Jacopo Lietti dove avevano registrato l’ultimo album dei Fine Before You Came, Forme complesse, e lui mi dice che avevano registrato li e che Andrea (Maglia, chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti ndr) era bravo. Alla fine registrare è una cosa che è capitata un po’ così.

Marta: E comunque tra la registrazione del nostro album e le cover dei Joey Division c’è sostanzialmente tantissima gavetta. Nel 2023 abbiamo suonato ogni weekend, ogni weekend prendevamo chi il treno chi la macchinina per andare a suonare in tutte le bettole del veneto, talvolta anche aggratis. E scoprire che la musica nel 2023 esisteva ancora concretamente, che era una realtà, che la gente faceva concerti, si conosceva e tutto, ci ha aperto gli occhi secondo me.

I vostri primi due singoli erano in inglese, Devil’s Juice e Do The Spirits Come Back, che poi sono diventati rispettivamente orrido e chiusa. Come avete scritto le altre tracce?

Giulio: Diciamo la verità: la scrittura dei testi in italiano è nata in fase di registrazione. Andrea Maglia una sera ci ha detto “Raga, stasera finiamo prima e domani iniziamo dopo, però raga, fatele in italiano”. Ne avevamo solo 2 su 9 in italiano. E allora Marta e Andrea si sono messi e in una notte e, senza tradurle, anche cambiando un po’ il testo, il significato, non essendo fedeli all’originale, mantenendo la metrica in inglese e basandosi sulla sonorità delle parole, hanno scritto 7 testi in italiano che sono quelli che ora ascoltiamo tutti quanti.

In una notte??!

Marta: Sì, ma sai qual è la cosa incredibile? Che mentre le canto mi rendo conto che hanno un significato e non sono banali, niente di quello che cantiamo è banale. Ha tutto un significato a posteriori. Siamo stati quasi profetici, abbiamo scritto delle cose, anche sui nostri sentimenti, sulla nostra vita, che poi a distanza di tempo sono diventate vere.

Giulio: A me non piace però! Mi dissocio! Secondo me abbiamo raccontato semplicemente quello che ci è attorno, cioè la provincia ed è un tema che in pochi raccontano ma molti sentono.

La provincia. Se la noia di provincia è tipicamente terreno fertile per molti artisti, con ORRIDO i còlgate si trovano a raccontare non la solita provincia che anela alla metropoli, ma una realtà ancora più volenterosa di scrutarsi dentro, decifrando i propri riti sociali, cercando di capire cosa è andato storto e se c’è ancora una qualche magia che è rimasta schiacciata sotto il peso della noia.

O come leggiamo nella loro bio sul sito dell’etichetta che li ha accolti:

“Si scrive cólgate e si legge Marta, Giulio, Matteo e Andrea. Si pronuncia cantando, suonando e sbraitando il triste fallimento della magia sotto il peso della noia.(…)”

Dal sito di La Tempesta Dischi

Andrea: Bella! Chi l’ha scritta ahahaah

Marta: Secondo me vuol dire che solo uscendo dalla provincia capisci cosa c’è da salvare. Anche solo venendo qui a Venezia per studiare mi sono resa conto che non è tutto da buttare della provincia. Poi finché ci rimanevo dicevo che era tutta una schifezza. Poi dopo aver passato un anno a Venezia torni e ti rendi conto che c’è l’immensità dei campi che è una cosa magica. Poi cammini in centro e riconosci tutte le facce, anche quelle che non sopportavi. E ti dici, sono a casa, questo è il posto dove adesso riesco ad essere me stessa perché so chi sono e l’ho scoperto altrove. Però se ci rimani sempre questa magia rimane schiacciata dal peso della noia e delle cose sempre uguali.

Andrea: A me piacciono molto le cose occulte e strane. Ogni volta che si fa la tavola ouija e la si fa seri, puntualmente arriva qualcuno che chiede “ma sei tu che la stai muovendo vero?”. Questa voglia di fare lo scienziato su una cosa che è nata per andare oltre la scienza. È una domanda tipica della città che fa questa domanda perché ha una paura maledetta di queste cose. E questo è il fallimento della magia, che è arrivato anche in provincia, dato che ormai è la città che detta la regola a cui la provincia si deve approssimare. In questa album vogliamo trasmettere il “Oh no ma anche loro hanno iniziato a chiedere: ma sei tu che la muovi davvero?”

Un altro tema che la provincia ha messo subito di fronte ai cólgate è quello del continuo confronto, quotidiano, fisico, tangibile con gli altri progetti musicali che li circondavano. Ci raccontano di essere cresciuti attorniati da band stoner e progetti di jazz che loro stessi definiscono “molto colti”. Quando però gli chiedo come è stato accolto il loro esordio discografico dai loro compagni di gavetta si scatena un piccolo finimondo. Prima, molto diplomatici, mi dicono che la maggior parte di questi conoscenti sono stati genuinamente felici, ma poi ammettono: qualcuno se ne è meravigliato e qualcun’altro addirittura lo vive con mal celato fastidio. Ma loro, che hanno assimilato bene il valore dell’anticonformismo, non si lasciano mettere in crisi, se sono loro ad avere successo è perché l’identità è la vera chiave.

Andrea: La parola della serata è proprio autismo, nel senso di quell’atteggiamento di fare le cose per se. Questo album, il fatto che stia ricevendo qualche tipo di riconoscimento noi siamo quasi commossi, ma nel nostro paese non sono così felici e anche qui sarò molto schietto: non siamo proprio degli Dei dei nostri strumenti musicali, mentre tutte le band che ci circondavano stoner, jazz o altro che siano, hanno sempre puntato molto e solo sulla tecnica pensando che fosse il successo assicurato. Io invece dico, sia psicologo che da osservatore della cultura pop: non serve fare qualcosa di spaziale, basta saper raccontare un vissuto di tutti i giorni.

Marta: La vita ci ha portato fuori dalla provincia e alcune persone che non hanno il coraggio di uscire fuori dalla provincia se la sono presa con noi.

A proposito di identità e di provincia che si vuole guardare dentro, un’altra questione importante si intravede tra le corde elettriche dei cólgate: quella del rapporto uomo-donna. Se si ascolta attentamente la scaletta, ORRIDO si apre con alcuni brani cantanti solo da Marta, per poi far inserire gradualmente la voce di Andrea, fino a concludere con un vero e proprio duetto in chiusa. Altri brani, come donnie o st ria, mettono in scena una dialettica tra voce femminile e maschile che ragionano più o meno velatamente sulla violenza di genere.

Marta:In provincia è pieno di uomini che parlano. Il patriarcato nasce sempre nella campagne e noi ci viviamo. In ogni contesto poco istruito c’è questa convinzione medievale che l’uomo è quello che deve prendere tutte le decisioni e la persona con più coscienza e crescendo sono stata anche io spettatrice di questa cosa. Questa cosa di parlarne con la musica è stata una conseguenza di cose che mi sono successe anche nella musica. Purtroppo anche al giorno d’oggi quando giriamo mi capita tantissimo, se non quasi sempre, di essere l’unica ragazza che suona, e per fortuna ci sono i giornali e gli uffici stampa in cui ci sono molte ragazze, ma nel mondo degli artisti, soprattutto in provincia, uomini e basta E CHE PALLE. E poi mi è successa una cosa un po’ terribile per cui sono stata molestata, durante un concerto, in uno di questi bar di merda. Stavo suonando, faceva caldo, quindi avevo le maniche corte e quest’uomo vecchio e ubriaco mi ha toccato la gamba. E nessuno nella stanza ha fatto niente. E dopo che io mi sono allontanata e quello è rimasto li e non se ne andava…

Andrea: la suggestione iniziale per chiusa è stata un po’ ripresa dal video di Burn The Witch dei Radiohead. Immaginiamoci questo ragazzo che viene dalla città e finisce appunto nella provincia e arriva tutto spavaldo e pensa di avere in mano la situazione, e poi in provincia ci sono dei rituali delle situazioni che non conosce, ci sono le dicerie su di lui che è nuovo in città. E poi è stato proprio visto come la metafora del patriarcato. Il patriarcato non è una cosa che dici “ok vaffanculo, ora lo sconfiggo!”, è qualcosa che si insinua, di molto sottile, molto preciso. Tu devi arrivare e giocare allo stesso gioco per essere ad armi pari, ma se arrivi e hai la presunzione di saperne di più sei già vittima della questione, se già caduto nella trappola.

A dirla tutta chiusa è proprio ispirata al femminicidio di Giulia Cecchettin che si è fatalmente consumato nello stesso periodo in cui ORRIDO veniva ri-scritto in italiano…

Marta: Quando abbiamo scritto quel testo erano due settimane che parlavamo solo di quello, ci chiedevamo come fosse possibile che tutti, vivendo a Venezia, dopo che questa cosa è successa molto vicino. La maggior parte dei miei compagni di università conoscevano Giulia e conoscevano Filippo. Un mio compagno di corso abita nella via dove abitava Giulia. Poi i giornali hanno ristuprato la vicenda raccontando delle cose anche romanzate. Noi abbiamo pensato, come mai succede una cosa del genere. È proprio una società che è sbagliata, perché fare o anche solo pensare una cosa del genere, vuol dire che qualcuno ti ha dato la percezione che sia una cosa ok tutta questa violenza. E quindi chiusa è sicuramente una condanna alla violenza.

Sulla copertina (e nei visuals online) di ORRIDO troviamo un altro luogo collegato al concetto di vuoto, di gola, ma che nel suo caso si è tragicamente riempito: La Diga del Vajont.

Che valore ha per voi questa scelta?

Giulio: la copertina dell’album è una foto che è stata scattata da me nel 2017 quando io Andrea e una nostra amica siamo andati a Longarone e poi successivamente alla Diga del Vajont e poi sopra Casso per fare una camminata e in un momento di spensieratezza io ho scattato quella foto ad Andrea e ad Angela. E ad Andrea questa foto è sempre piaciuta, per la laurea Angela mi ha fatto un quadretto.

Marta: Io ho sempre pensato che se avessimo dovuto pubblicare un disco dei la copertina doveva essere quella perché è una foto pazzesca. Quando è stato il momento eravamo tutti d’accordo, incluso Matteo che è l’uomo del daje.

Giulio: da lì, con Luca (che ha scattato le foto) ed Eleonora (una nostra amica che ha studiato moda allo IUAV) abbiamo pensato un po’ all’immagine della band e come volevamo presentarci al mondo con il nostro album. E da li io, che sono architetto, ho preso i luoghi che ci sono vicino a Longarone e al Vajont e che sono architettonicamente interessanti e siamo andati li a scattare. Per esempio il cimitero di Longarone è molto bello, è tutto incassato sottoterra e quindi richiama anche il tema dell’orrido. Poi abbiamo scelto la chiesa di Michelucci, quella in cemento armato, dove è stata scattata la foto sul retro del CD dove si guarda verso il cielo. In più siamo tornati insieme sulla diga del Vajont a distanza di 7/8 anni….Su quello che è invece la valenza della diga del Vajont, episodio che ha visto tristemente circa 2000 persone perdere la vita. Ha una valenza anche a livello di ricordo di infanzia seppur di una tragedia. Poi nel momento della tragedia la statua della madonna che era nella chiesa di longarone è stata spazzata via ma poi era stata ritrovata da due ragazzi a Fossalta di Piave che è un paese confinante al nostro sul fiume che galleggiava. Quindi c’è questo filo conduttore molto forte per cui ai piedi della nostra città è stata ritrovata quella madonna che per i 50 anni è stata riportata giù a fossalta e poi era stata riportata su. Quindi no non era casuale la scelta della fotografia.

Cólgate orrido intervista
Da sinistra a destra: Giulio, Matteo, Andrea e Marta, i cólgate

Andrea: Nota a piè di pagina: anche in questo caso abbiamo il contrasto tra la città/metropoli e la provincia. Arriva l’ingegnere di turno che vuole fare profitto e tira su questa diga e se ne frega di tutto ciò che la provincia detta e con cui ha imparato a convivere.

ORRIDO è fuori dal 7 marzo 2025 e ha destato non poche attenzioni. Un po’ sarà la freschezza della voce di Marta, una delle poche femminili in un panorama musicale emo/shoegaze in fase di espansione, un po’ saranno le lyrics sibilline pronte a consegnarci il messaggio che preferiamo, un po’ sarà la famosa identità di cui ci ha parlato Andrea o semplicemente avranno a loro favore gli spiriti giusti: fatto sta che tutti ne parlano e hanno anche già in programma una data internazionale al Rock The South Festival di Malta.

Se Marta, Giulio, Andrea e Matteo sono fisicamente usciti dalla provincia fisica da un po’ è la prima volta che la loro musica lo fa. Di cosa avranno paura e quali saranno le loro aspettative?

Marta: io ho un po’ paura sì, e qui dobbiamo tenere tutti le redini, ho un po’ paura che veniamo strumentalizzati. Che dicano così tante cose di noi che non riusciamo a starci dietro e si crei una certa reputazione. Mi fa paura perché la tua reputazione in provincia è qualcosa di relativo, puoi scegliere tu se crederci o meno però quando la gente comincia a diventare un attimo famosa o rilevante ho paura che tutto quello che diciamo lo possano ribaltare. Noi stiamo anche facendo un genere “contro”, non ci sentiamo “pop”, a cui si può dire cosa fare, quindi vorremmo mantenere le nostra identità. Cosa mi auguro? Di suonare tanto in giro. Quando abbiamo un concerto è come se fosse il giorno del mio compleanno.

Andrea: Quello che mi auguro io è di suonare molto e anche interagire con molte persone. E mi auguro anche che la musica per noi possa avere una valenza un po’ più pragmatica. Stando ai concerti è tutto molto divertente, sfogante, però poi torno a casa e il mondo è esattamente uguale a come l’ho lasciato. Mi piacerebbe che per noi la musica portasse a qualcosa in più, non portasse opinioni né troppo controverse da farci amare solo da una nicchia né tanto generaliste da farci amare da tutti. Ciò di cui ho paura, ma più che paura, mi aspetto un sacco di rotture di balle.

Giulio: io mi auguro che la nostra musica arrivi a chi vorrà ascoltarla, noi ci abbiamo messo l’anima il cuore tutto quello che noi potevamo e ci abbiamo messo tanti sacrifici. Quello di cui ho paura sono sia le cose citate da Andrea e Marta ma anche un po’ le aspettative che possono esserci nei nostri confronti dall’etichetta, perché Enrico ci ha dato fiducia e appoggiato ed è una responsabilità. Infatti già che ci sono vorrei tanto ringraziare Enrico Molteni, la tempesta, Andrea Maglia e tutte le persone che hanno lavorato dentro questo cd, anche Marika per la produzione del CD, la grafica l’abbiamo fatta noi. Vorrei poter rendere felici le persone che ci hanno appoggiato.

Marta: già questa situazione di stare qui con te che ci fai delle domande è surreale.

Le prossime date live dei cólgate annunciate sul loro profilo instagram
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Studentessa di Giurisprudenza che mangia Pop Culture a colazione e ve la racconta nel tempo libero. Trovo sempre il pelo nell'uovo ma non per questo disprezzo la frittata. Metà ironica, metà malinconica. Da grande voglio fare la Mara Maionchi. (@jadesjumbo)

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