Le tre età della quarantena #1: L’uomo (e la mascherina)

«Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti»- L. Pirandello

Non mi aveva mai guardato così, Emilio. Poi ho capito: era perché indossavo la mascherina. Suppongo che non mi avesse mai visto con uno di quegli affari addosso, eppure lo porto ogni giorno lontano da lui.
Tra l’altro ieri l’ho messa per il motivo più banale per cui potessi farlo: dovevo andare a buttare la spazzatura e mi sarebbe venuto complicato mettermi la mascherina in ascensore tenendo quel grosso sacco in mano (ah, se non ci penso io alla spazzatura, in questa casa!) e quindi sono uscito già conciato in quel modo così strano e chirurgico. Ma strano e chirurgico era anche lo sguardo di Emilio, come se cercasse di nascondermi un allarme ben più grande di quei suoi occhi spalancati.

Photo by Ashkan Forouzani on Unsplash

Mio figlio ha vent’anni, ma in queste settimane è invecchiato di almeno un decennio: a fine mese forse compirà i miei stessi anni. È serio, inquieto, passa i suoi giorni a guardare dalla finestra, a studiare senza voglia. Ha paura di chiedermi notizie di suo nonno, ed io di ribattere per l’ennesima volta che alla casa di riposo sono ragionevolmente impegnati, “Nessuna novità finora”. Quindi ci tocca fare quello che facciamo ormai ogni giorno da più di un mese: aspettare.

Photo by Ümit Bulut on Unsplash

Tu almeno lavori”, mi dice, “pensi di meno”. Pensare di meno? Magari, figlio mio. Ogni cliente che arriva io mi chiedo da dove venga, cos’abbia, se mi nasconde i sintomi perché ha paura, o se è lui ad avere paura di me, d’altronde anch’io frequento ogni giorno persone con problemi di salute.
Quando mi chiedono una Tachipirina tremo: lo fanno per prevenire o per curare? E mi lavo le mani, come Pilato, come per lavarmi la coscienza, eliminarne i residui di dubbio che s’infilano nelle pieghe più fitte della mia anima. Mille volte, duemila, finché la pelle non diventa di cartapesta. Io, che fino a due mesi fa piantavo i fiori a mani nude. 

Photo by Anshu A on Unsplash

Il bancone è una trincea. Da dietro le quinte sento l’eco lontana degli spari, dei morti e dei feriti: tra loro c’è anche mio padre? No, per fortuna no, neanche oggi. 

Non devi essere forte per forza”, mi ha detto ieri sera mia moglie. Forte per forza: che espressione strana, che “forzatura” di parole, direi. Questa frase ha passato gli scorsi giorni a rimbalzare per tutti gli angoli del mio cervello.
Forte per forza, come a dire: forte a causa di una forza. Lei l’ha detto come se fosse qualcosa di brutto, ma io voglio essere esattamente questo: forte di un’energia esterna, non mia. Io di mio non ce la farei mai a reggere il peso di tutto questo, ma c’è una mano esterna, composta da mille piccole falangi, che mi tiene in piedi, mi salva ogni giorno. 

Photo by Wolfgang Hasselmann on Unsplash

Così mi sono costruito un elenco mentale (in costante aggiornamento) delle mie falangi:

  • mio figlio Emilio
  • la forza forte di mia moglie
  • mia moglie
  • l’aria fresca quando apro la finestra
  • mangiare insieme
  • osare progettare il futuro
  • la natura libera e sola per le strade
  • il geranio che è rifiorito
  • l’imbarazzante biancheria dei vicini che mi strappa un sorriso la mattina
  • le rughe d’espressione attorno alla plastica
  • il caffè
  • l’attimo prima di chiudere gli occhi
  • tornare a casa
  • tornare a respirare a pieni polmoni dopo averla tolta, quella spaventosa mascherina.

(Immagine di copertina: photo by unsplash.com/@freetousesoundscom)

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Su di me: il cielo stellato

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