E alla finale di Sanremo tutti zitti e buoni!

I Maneskin vincono la finale di Sanremo e dedicano la loro vittoria a quel professore che diceva sempre di stare “zitti e buoni”

20:45 del 06/03/2021. Milioni di italiani in pole position davanti allo schermo pronti ad assistere a uno degli eventi più importanti della musica italiana: la finale della settantunesima edizione del Festival di Sanremo.

Come iniziare a parlare della finalissima se non menzionando innanzitutto l’orchestra, elemento costante e fondamentale nella riuscita del festival? Orchestra che, in questa edizione speciale, non ha svolto solamente il ruolo di colonna sonora, ma anche di pubblico. Zlatan Ibrahimović, infatti, nella sua “formazione” del Festival, la posiziona in difesa, in quanto ha difeso con i denti la forza della musica.

L’orchestra Rai alla 71esima edizione del Festival di Sanremo // Credits: Raiplay

Il discorso di Zlatan Ibrahimović

Il campione, essendo stato presente tutte e cinque le serate, sente questo Festival parzialmente suo, e ci tiene a rivolgere alcune parole al pubblico da casa. Parole serie e profonde, che non mancano però a tratti della sua solita ironia:

Quando fai una sfida, è come scendere in campo. E quando scendi in campo, puoi vincere o puoi perdere. Io ho giocato 945 partite, ne ho vinte tante, ma non tutte. Sono Zlatan anche senza aver vinto tutte le partite. Sono Zlatan quando vinco, e quando perdo. Ma il fallimento non è il contrario del successo, è una parte del successo. Fare niente è il più grande sbaglio che puoi fare. Ti dico una cosa: “se sbaglia Zlatan, puoi sbagliare anche tu. La cosa importante è fare ogni giorno la differenza”. Ho organizzato questo festival per dirvi che ognuno di voi nel suo piccolo, ho detto “nel suo piccolo”, può essere Zlatan. Voi tutti siete Zlatan, ed io sono tutti voi. E questo non è il mio Festival, non è il Festival di Amadeus, ma è il vostro Festival. Questo è il Festival dell’Italia intera. Grazie Italia, la mia seconda casa.

Zlatan Ibrahimović

Nonostante la sua indubbia presenza scenica, il motivo che ha guidato la scelta della partecipazione del calciatore al Festival non è molto chiaro. Sicuramente la scelta di Amadeus ha fatto sì che Sanremo avesse risonanza anche sulle testate dei giornali sportivi, aumentando così il suo pubblico. Oltre che aumentare l’audience sportiva, ha fatto avvicinare alla televisione molti ragazzini. Anche perché, che orgoglio è vedere il tuo idolo su un palco così importante come l’Ariston vestito di tutto punto?

Zlatan Ibrahimović alla 71esima edizione del Festival di Sanremo // Credits: Raiplay

Concordo che invitare Zlatan sia stata una scelta vincente, ma una domanda sorge spontanea. Constatata e ripetuta anche molte volte nel corso di queste cinque serate la difficoltà che sta vivendo ora chi lavora nel mondo dello spettacolo, non sarebbe stato più opportuno scegliere uno di loro il quale, simbolicamente, avrebbe rappresentato l’intero mondo di cui fa parte?

L’esibizione di Achille Lauro

Altro personaggio che ha voluto portare un messaggio durante questa finale è l’immancabile Achille Lauro, presente a tutte le serate del Festival. Il rapper propone un quadro introdotto dall’étoile dell’Opera di Roma e canta “C’est la vie”, canzone più che azzeccata visto ciò che voleva far arrivare.

Nel mio ho provato a portare un messaggio che va oltre la canzone, perché penso che la musica sia più che un semplice intrattenimento e passatempo. La musica ha cambiato la storia. Ho portato un messaggio di libertà rispetto a quanto le parole facciano male. Io ho imparato a farmele scivolare addosso, ma per molti non è ancora così.

Achille Lauro

Nonostante la crudezza tanto discussa dei suoi “quadri”, non si può dire che le sue performance siano solo forma e poca sostanza. Specialmente durante l’ultima serata nessuna delle due sovrasta l’altra, a riprova del fatto che ogni volta che l’artista ha portato in scena un’esibizione, questa era sì molto curata e creata ad effetto, ma era portatrice di un messaggio ben più grande della sceneggiatura. In questo quinto e ultimo “quadro” per esempio, mentre fa ascoltare le critiche ricevute negli ultimi anni, mostra il petto trafitto dalle rose, facendolo sanguinare come fanno le parole.

Achille Lauro, perfomance finale al 71esimo Festival di Sanremo // Credits: Raiplay

Insomma, semplicemente iconico. Non sono l’unica a pensare questo di Achille Lauro: anche Fiorello lo ritiene tale, tant’è che non sono mancate le sue imitazioni con vestiti particolari e appariscenti, tipici delle esibizioni del rapper.

Il messaggio di speranza di Giovanna Botteri

“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l‘anno vecchio è finito ormai. Ma qualcosa ancora qui non va”. Sono le parole della canzone “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla, recitate dalla giornalista Giovanna Botteri, che ricorda la drammaticità iniziale della situazione che stiamo vivendo. Poco più di un anno fa improvvisamente i morti cominciavano a salire, prima centinaia e poi migliaia. Dalla Cina il Presidente Xi Jin Ping dichiarava in tv che eravamo in guerra e dal giorno alla notte alla vita di 400 milioni di persone veniva posto un blocco.

Un anno che ci ha portato ad essere tutti inesorabilmente più distanti. E ci consiglia, successivamente, come non sentirci soli nonostante la distanza:

Tu chiudi gli occhi e pensa a quello che c’è al di là delle telecamere. C’è la gente, i tuoi amici, i tuoi parenti, chi ti vuole bene, chi non ti conosce. Sono là per te, e tu continui ad essere là per loro. E siete vicini, non c’è distanza. Se chiudi gli occhi senti anche il battito del cuore della gente che ci segue, e questo è affetto. E quel cuore che batte ti dà forza, coraggio, voglia di abbracciarti ancora una volta, ti dà la forza di non sentirti più solo.La distanza non vuol dire niente perché sappiamo che gli altri ci sono. Questa è la forza per capire che non siamo soli, che puoi farcela e devi farcela. Noi sappiamo di farcela!

Giovanna Botteri
Giovanna Botteri alla 71esima edizione del Festival di Sanremo // Credits: Raiplay

“Zitti e buoni”? Non loro

Con il brano “Zitti e buoni” Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio, aka i Maneskin, si aggiudicano la vittoria della settantunesima edizione del Festival di Sanremo. Il loro arrivo sul podio – insieme a Ermal Meta con “Un milione di cose da dirti” e Francesca Michielin e Fedez con “Chiamami per nome” – mi è stato del tutto inaspettato, viste le due direzioni a parer mio prevalenti che sta prendendo la musica italiana in questo periodo storico, ossia la trap e l’indie.


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Tuttavia la loro vittoria va apprezzata, sia perché ci ricorda che esistono anche altri generi oltre quelli che sentiamo continuamente, sia perché ci conferma che la passione premia. Quei quattro ragazzi mettono una passione enorme nella musica, amano quello che fanno, e riescono senza dubbio a trasmetterlo al meglio. Inoltre, questa vittoria contribuisce allo “svecchiamento” del Festival e porta a una rottura con il Sanremo del passato: i vincitori sono tutti giovanissimi, quindi appartengono alla nuova generazione musicale, e con il loro brano rock, potente, e sfacciato “Zitti e buoni” segnano una profonda distanza dalle generazioni precedenti.

Scusami ma ci credo tanto
Che posso fare questo salto
Anche se la strada è in salita
Per questo ora mi sto allenando

Maneskin – Zitti e buoni

Loro ci hanno creduto, fin dall’inizio. La band, infatti, ci racconta che in quattro anni sono passati dal suonare per strada al vincere il Festival di Sanremo. Si tratta senz’altro di un successo incredibile. La loro vittoria è dedicata a quel professore che diceva sempre “state zitti e buoni”, imperativo che tuttavia questi quattro ragazzi non sanno, per fortuna, eseguire.

«Siete la band che ha portato il rock a vincere un’edizione unica». Queste parole e la successiva esibizione del gruppo vincitore fanno per l’ultima volta da sipario alla settantunesima edizione del festival di Sanremo che, senza ombra di dubbio, passerà alla storia.

Articolo originale di Eleonora Finardi

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