Abitudine

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Abbiamo il tempo materiale per fermarci e riflettere sul senso della nostra esistenza?

Ed eccola lì, come ogni mattina, avvoltolata in quelle coperte che nascondevano sin troppo bene la sua figura snella e minuta. Sembrava un cucciolo sonnacchioso, accoccolato così: un batuffolo di tenerezza appoggiato tra il materasso e il cuscino, da ammirare in silenzio e per pochi momenti.

Con delicatezza, l’uomo scese dal letto facendo attenzione a non svegliarla, nonostante la suoneria cinguettante del cellulare l’avesse già avvisato tre volte del probabile, inevitabile ritardo; occhieggiò la valigia e si diede da fare per prepararla, solerte, in pochi e rapidi movimenti, gesti sequenziali e ripetitivi che riconosceva essere sempre gli stessi… Da quanto tempo?

Il profumo di un caffè, lo scorrere inesorabile di una strada: lo sguardo proteso verso la meta immediata, e forse (distrattamente) anche verso un più lontano e confuso futuro – Ma ne valeva davvero la pena, di cercarlo nella nebbia? Distinguerlo in quella caligine quotidiana che appannava ogni possibile certezza?

L’uomo guardava il mondo con gli occhi stanchi di un randagio, oramai: con il cipiglio di chi la vita la sente alle spalle o come sabbia tra le dita, in attesa di un qualcosa che la cambi e la renda più di una semplice (inerte) esistenza.

Sospirò, sovrappensiero, camminando in ascolto accanto a lei: un orecchio alle parole, l’altro al proprio io. Era un uomo spaesato, incline alla malinconia, eppure aveva il sorriso più bello e spavaldo dell’universo – agli occhi degli altri. E una piccola anima tormentata, nascosta a chiunque, immersa nel flusso delle azioni standardizzate che ci fanno compiere le ventiquattr’ore dei nostri giorni.

«Non hai un parere, su questo?»

Si erano fermati ad un bivio, sotto un cielo che doveva ancora decidere se piangersi addosso. Era la solita biforcazione, quel discrimine tra destra e sinistra tanto noto in politica: curioso, come lo si imparasse da bambini – a dividersi a metà, un lato per volta.

«Il tuo», sussurrò, chiedendo un bacio prima di andare.

Piroettò un poco, svagato, chiedendosi il senso di quel mettere continuamente un piede davanti all’altro, di quella danza infinita di passi che formava il suo “andare avanti”: rifletté distrattamente sul suo procedere a testa china, e si scoprì a pensarsi camaleonte in un mondo di superfici troppo cangianti, troppo alterate, troppo… Diverse. Tra loro, e da lui.

E arrivato nel luogo che aveva chiamato casa, nella solitudine che aveva eletto come suo spazio privilegiato, non poté fare a meno di interrogarsi ancora sulla pioggia che aveva iniziato a cadere, con la lentezza e la costanza che solo alcuni fenomeni atmosferici hanno, dalla prima alba della Terra:

Perché vivo?
E poi, come un’eco: “Per chi?”

Un mucchio di messaggi in pila ad attenderlo nella posta elettronica, pixel agganciati allo schermo bianc’azzurro di un profilo Outlook: guardare fuori, al profilo della città, invece, alle montagne e alla vastità che aveva preso in considerazione raramente fino ad allora, quant’era più difficile? Niente di tutto ciò che osservava gli apparteneva, nemmeno l’immagine trasparente che pure era sua, stampigliata male sul vetro ombreggiato dalle nuvole…

«Possiamo?»

Il bussare sommesso degli imbianchini, il rumore di un’altra necessità: ma era davvero soltanto la stanza ad essere pallida e sbiadita? Il suo occupante, il suo docile inquilino: cos’era?

«Perché vivete?», chiese in un soffio, di nuovo a mezza voce, in un alito di suoni che non sapevano di avere un senso, così legati; suoni senza consapevolezza che noi tutti vorremmo imitare, nel loro concertarsi armonico intorno ad un messaggio, inconsapevoli di ciò che realizziamo per la trama del cosmo con il nostro contributo d’un mezzo infinitesimo.

«Per abitudine, immagino», bofonchiò un poco l’operaio, riordinando vernice e pennelli con l’espressione di chi non ha tempo da perdere per soffermarsi su questo o quel filosofico mistero.

«Per abitudine», fece eco l’uomo, aprendosi in una smorfia divertita e rassegnata al tempo stesso.

«Sa, è una domanda interessante», sorrise l’altro ospite, iniziando a infilarsi la tuta già macchiata: «Una di quelle che ti rimane in testa per un po’, finché…»
La zip stridette un poco, i teli di nylon per coprire i mobili vennero spiegati come di dovere, alcuni fogli di giornale andarono ad aggiungersi in qualche angolo scoperto.
«… Finché fare qualcosa, nell’attesa di trovare una risposta che non avremo mai, non diventa più importante della domanda. E pian piano», aggiunse, «la domanda scompare».

Ammiccò all’uomo, per poi voltarsi e iniziare il lavoro.

Chiara Tomasella

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; attualmente studia Lettere Moderne all'Università di Udine, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.