Ultimo anno?
“La peggiore violenza contro l’uomo è la degradazione dell’intelletto.” Elsa Morante
Proseguono le puntate del racconto di Giada Penello: ecco il link all’episodio precedente.
Non sapevo rispondere a quelle domande e, ormai, aveva anche poco senso cercare una risposta. Ero giunta all’ultimo anno e sarebbe stato inutile cambiare scuola proprio alla fine, senza dar senso a quegli anni passati a soffrire. Non mi sembrava vero uscire finalmente da quel posto. Mi capitava infatti sempre più spesso di svegliarmi la mattina e pensare: “Un altro giorno uguale al precedente, un giorno di fatica, dove faccio le stesse cose e non cambia mai nulla. Sono stanca di alzarmi tutti i giorni. Sono stanca di alzarmi e non fare realmente nulla di utile”.
Per quanto questo sentimento si facesse largo in me, dall’altra parte mi rendevo conto che tutto stava per finire. Ormai mi stavo abituando a non farcela mai, a rimanere delusa dai miei risultati. Non avevo nemmeno più ansia nel fare le verifiche, tanto sapevo che non sarebbero andate bene, erano solo una prassi. Quando ricevevo il voto, non mi faceva più né caldo né freddo, pensavo solo a che giorno scegliere per farmi interrogare e recuperare.
Dopo cinque anni di fallimenti, mi sentivo rodata. Pensavo che più nulla in quella scuola mi avrebbe ferita tanto da farmi crollare.

Quell’ultimo anno cambiammo nuovamente insegnante di storia e filosofia. Arrivò un uomo robusto, con i capelli brizzolati e dei piccoli occhi azzurri. Sembrava molto simpatico, anzi si presentò proprio come uno che amava il suo lavoro e sarebbe stato presente per gli studenti. Ne eravamo rimasti tutti molto affascinanti, ma c’era qualcosa che non mi convinceva, sentivo di non potermi fidare. D’altronde, se avevo imparato qualcosa in quella scuola era proprio che bisognava diffidare da tutto, soprattutto dalle apparenze.
Dopo qualche lezione introduttiva tenuta sempre con quel fare da amico degli studenti, iniziò a delinearsi una nuova realtà: quell’uomo era un gran chiacchierone, un autentico perditempo. Non spiegava mai nulla riguardo la propria materia. Ricordo che scrivevo il titolo della lezione e dopo cinque minuti mi ritrovavo a cancellarlo. Gli appunti di chiunque erano pieni di frasi sospese e di storie senza senso. A questo quadro generale mancava, però una tessera fondamentale. Come sarebbe stato durante le verifiche e le interrogazione?
Inutile dirlo, si rivelò un grandissimo stronzo. Non fosse mai che in quella scuola assumessero qualcuno di normale. Era l’ennesimo professore a cui non comodava come parlavo, cosa scrivevo, non avevo ben capito l’argomento e, come me, anche tutti gli altri non andavano bene.
Non sapendo mai di quale argomento stesse realmente trattando la lezione, ci trovavamo a studiare da un giorno all’altro decine di capitoli, senza capire come ci fossimo arrivati, visto che non si erano mai svolte lezioni al riguardo.
Quando mia madre andò al colloquio per parlargli, gli chiesi di riportare il fatto che, a mio avviso, le lezioni fossero poco chiare e questo metteva in difficoltà la classe.
Mi raccomandai con lei di riportare le mie esigenze come fossi io il problema: “Mia figlia ha delle difficoltà nella sua materia, cosa potrebbe fare?”, in modo che il professore non si sentisse giudicato nel suo metodo di insegnamento, nonostante un bell’esame di coscienza sarebbe stato utile, ma, piuttosto, mi fornisse delle direttive per migliorare. Inoltre, in questo modo sarebbe stato chiaro che il problema fosse mio e non dell’intera classe, così chi non si rispecchiava nelle mie difficoltà non sarebbe stato incluso nel problema. Peccato che il caro professore non prese affatto bene questa esile critica nei suoi confronti.
Cacciò mia madre, urlando, dal colloquio, dichiarando che lui era là “solo per costruire“.
Poi, al rientro in classe diede spettacolo. Iniziò a insultare mia madre davanti a tutta la classe, dandole dell’ignorante, dicendo che lei non si doveva permettere di giudicare il suo lavoro.
Non disse che si trattava di mia madre, ma io sapevo che si riferiva a lei, avendo quel giorno e a quell’orario il famoso colloquio.
Avevo anche avvisato i miei compagni, quelli che, come me, si stavano trovando in difficoltà, di cosa avevo chiesto a mia madre di riportare, sperando che, in questo modo, ci avrebbe riflettuto sopra, anche se era l’opinione di una singola studente. Quindi anche loro sapevano che in quel momento lui stava parlando di mia mamma.
Il mio insegnate chiuse lo spettacolo, chiedendo alla classe se qualcun altro avesse riscontrato le stesse difficoltà.
Codardi maledetti, si pararono tutti il culo.
Era l’ultima ora di quel giorno. Presi l’autobus, tornai a casa e piansi senza sosta. Ero devastata. Mi sentivo umiliata, furiosa, inconsolabile.

L’aver trattato così mia madre, una donna che amavo incondizionatamente, per cui nutrivo un’immensa stima, mi faceva sentire come se me l’avesse uccisa. Pensavo già a come si sarebbe vendicato di quello che lui aveva interpretato come un affronto. Mi avrebbe fatta bocciare, tanto era semplice mettere in atto quell’azione, visto che facevo schifo in tutte le materie principali. Ecco. Sarei stata costretta a sopportare un altro anno, ora che ormai stavo per terminare quel maledetto percorso.
Piangevo a terra sul pavimento, senza riuscire a respirare, urlavo disperata, chiedendo pietà a Dio e a Carmen.
“A questo punto, uccidimi! Perché mi costringi a tutto questo?”.
Non ne potevo più di quella vita, non ce la facevo più. Potevo fare qualsiasi cosa, potevo studiare di più, imparare a memoria, chiedere aiuto, cercare di essere più forte, essere più menefreghista, più cinica, ma, alla fine, quella scuola trovava sempre il modo di ferirmi profondamente, colpirmi nelle viscere e lasciarmi senza fiato. Non riuscivo mai, in nessun modo, ad averla vinta.
Chiamai quindi mia madre a lavoro, cosa che non facevo mai, e le dissi che non ce la facevo più. In quel momento mi sarei ammazzata, te lo giuro, se non avessi avuto la mia famiglia l’avrei fatta finita.
Non ricordo cosa mi disse, so che era infuriata con il professore e che mi sentivo in colpa ad averla messa in una tale situazione.
Mi sentivo in colpa a pensare di voler morire, a soffrire per la scuola, per Carmen, mi sentivo in colpa ad essere così debole e incapace a resistere alla vita.
Anche ora, ora che è passato tutto questo tempo, mi sento in colpa per quello che provavo, mi vergogno di ciò che ho pensato, perché mi sembra che il mio dolore fosse troppo misero per tali pensieri.
Ma lo ricordo con estrema lucidità, quel dolore così assillante.
Lo so, lo comprendo che ci siano problemi, preoccupazioni, fastidi infinitamente più grandi, ma quel piccolo dolore aveva la meglio su di me, io davvero non riuscivo a sopportarlo. Dovrei scusarmi con tutti quelli che in questo momento mi stanno leggendo e trovano assurda la mia sofferenza, sono certa che non sia paragonabile alla loro, ma non riuscivo a controllarla, non ero abbastanza forte.
Non sapevo più che fare, giunta a quel punto temevo, con tutta me stessa, di dover passare un altro anno là dentro e, per un po’, credetti che potesse realmente accadere. Dovetti fermarmi a riflettere per capire che non sarebbe stato così. Non mi avrebbero bocciata, anche se lui si fosse opposto con tutte le forze, non mi avrebbero bocciata anche se rasentavo il sei. Avrebbero dovuto bocciare molti altri, se avessero voluto bocciare me, per cui sarebbe stato un altro cazzo di misero anno e basta.
Mi armai di tutto il cinismo che avevo a disposizione, di tutta la mia ironia, mi segnai ogni frecciatina, ogni cattiveria che mi veniva detta, per usarla strategicamente e poi affrontai quell’ultimo anno.
Immagine di copertina tratta da Pixabay





