Beyond the lyrics: Creep – Radiohead
«Una persona non è un’altra persona. Chi è allora? È un essere unico» – Swami Prajnanapada
Questo pezzo appartiene a uno speciale Beyond the lyrics sui brani internazionali che hanno segnato gli anni ’90: gli altri articoli sono reperibili a questo link.
Un’intraducibile carenza di autostima
Il verbo inglese to creep significa strisciare, per cui il sostantivo creep è traducibile come verme, essere spregevole, persona fastidiosa, sfigato, e chi più ne ha più ne metta. Un qualcuno che sia creep suscita in chi lo guardi repulsione e desiderio di fuga. È così che doveva sentirsi Thom Yorke, frontman dei Radiohead, quando scrisse questa canzone ai tempi dell’università di Exeter. Una canzone di inaudita tristezza che non a caso la BBC Radio 1 giudicò “too depressing” per il grande pubblico e che persino il chitarrista della band Jonny Greenwood giudicò troppo lenta: durante le prime prove tentò di sabotarla inserendo nuovi accordi, che poi rimasero a introdurre il ritornello.
Creep inaspettatamente diventò il brano più noto e apprezzato della (e non troppo dalla) band britannica.

L’album
Pablo Honey (Parlophone, 1993) è un titolo di inaspettata ironia per l’album da cui è tratto un singolo tanto cupo. Deriva infatti da uno scherzo telefonico di uno dei Jerky Boys che telefonò a un tale Pablo fingendo di essere sua madre e facendogli pertanto delle comiche raccomandazioni: la chiamata iniziava proprio con l’espressione Pablo, honey (Pablo, tesoro). Una trovata che piacque molto a Yorke.
Con Pablo Honey i Radiohead si fanno strada per la prima volta nel canale uditivo del mondo; è un album d’esordio per molti disomogeneo, per taluni addirittura il peggiore della band. Di certo non può competere né per calibro né per accoglienza col suo fratello minore, The Bends, che vedrà la luce due anni dopo e conterrà pezzi immensi come High and dry, Fake plastic trees, My iron lung e Just. Insomma, Pablo Honey, dalla copertina al retrogusto Teletubbies, pare avere agli occhi della critica un solo merito: quello di contenere Creep.
Beyond the lyrics

Interrogato sul significato del testo di Creep, Thom Yorke rispose così:
Ho notevoli problemi nell’essere un uomo degli anni ’90. Ogni uomo con sensibilità o coscienza verso il sesso opposto avrebbe problemi simili. È un’ardua impresa affermare la propria mascolinità senza sembrare il membro di un gruppo hard-rock.
Questo si riflette sulla musica che scriviamo, che pur non essendo effeminata non risulta neanche brutalmente tracotante. È una delle cose che provo continuamente a fare: affermare un personaggio sensuale e provare disperatamente a negarlo.
Tom Korke
Quelli di Creep sono i postumi dello stilnovismo. Il dantesco E li occhi no l’ardiscon di guardare, i tratti angelici della donna amata, ritornano in una canzone scritta 698 anni dopo. Qui, però, la perfezione non è specchio di un chissà che di divino, ma si riflette nell’imperfezione dell’osservatore. La morale è la meno costruttiva: tu sei speciale, io no.
Ci si sente perciò estraniati (What the hell am I doing here? I don’t belong here) perché l’esattezza è un luogo al quale non si è stati ammessi.

La seconda strofa rivela all’origine dell’insoddisfazione la mania del controllo. Voler reggere le redini dei propri sentimenti, ambire cronicamente al raggiungimento dei propri (irraggiungibili) standard fisici e immateriali (I want a perfect soul): ecco la ricetta per iniziare a odiarsi. Perché l’impresa è impossibile, perché siamo umani. Ma qui si è deciso che essere perfetti è l’unico modo per essere amati. Si sta quindi tessendo una trappola mentale per se stessi, un inganno secondo il quale non si è mai abbastanza e pertanto non si verrà mai ricambiati.
E l’incubo si avvera: lei scappa via (She’s running out the door), e la sua partenza è vissuta in tempo reale (She’s running/She run), fuori campo, come se non si potesse far nulla per invertirne la rotta. Del resto, neanche quelle che sembrano le ultime suppliche (Whatever makes you happy, whatever you want) sembrano non sortire alcun effetto.
Possibile che quest’uscita di scena sia di fatto una liberazione dal perfezionismo? Ovviamente no. Non c’è nessuno spiraglio di luce. Thom Yorke ribadisce il suo ritornello, termina con uno straziante I don’t belong here.
Gli storti d’autore e il polmone d’acciaio
Il giro di basso e la struttura di Creep ricordano molto The Air That I Breathe, scritta nel 1972 da Albert Hammond e Mike Hazelwood e rilanciata solo due anni dopo dagli Hollies, che la resero più famosa. Consci del rischio che avrebbero corso in termini di diritti, i Radiohead inserirono Hammond e Hazelwood tra gli autori di Creep.
Il brano riscosse un’approvazione tale che la band si ritrovò a suonarla come unica canzone ai concerti. Il timore che quel successo rimanesse il solo divenne uno stress e un chiodo fisso della band dopo il lancio del singolo. Nasce così My iron lung (Il mio polmone d’acciaio), riportata nell’omonimo EP del 1994; si parla di come Creep sia il macchinario artificiale (il polmone d’acciaio, per l’appunto, antenato dei moderni ventilatori automatici) che tiene in vita i Radiohead e la loro fama.
Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.
(Immagine di copertina tratta dal video ufficiale di Creep – Radiohead)






Splendida analisi di un testo che definire canzone è alquanto limitante. E’ pura poesia. Grazie!