I giovani non vogliono lavorare! E altre favolette estive
Premesse
Come ogni anno, d’estate, si assiste al solito piagnisteo degli imprenditori che non trovano giovani lavoratori per la loro stagione.
Stabilimenti balneari, ristoranti, bar, chioschi ecc fanno a gara per presentarsi nei telegiornali e nei giornali, per spararla più grossa.

Se osserviamo questo fenomeno da un’altra prospettiva, ci accorgiamo però che ci sono diversi aspetti critici e parecchie menzogne in quello che viene detto. Il retroscena ci mostra un settore in stagnazione, incertezze contrattuali, con scarse possibilità di carriera. Le soluzioni prospettate sono pura retorica e specchietti per le allodole, che come sempre ingrassano solo le file di questo o l’altro partito.
Il reddito di nullafacenza
Il reddito di cittadinanza è nocivo, ma non è la causa del male, il tam tam mediatico c’è sempre stato, anche prima di questo sussidio. Andrebbe eliminato, ma per altri motivi, non sicuramente perché impatta in maniera negativa sul mondo del lavoro. Quest’ultimo ha invece parecchi problemi per quanto riguarda l’oscurità attorno ai contratti proposti, il lavoro grigio e il lavoro nero, un cuneo fiscale tra i più alti a livello mondiale.
Proviamo ad analizzare questo fenomeno da un punto di vista socio economico. E provare a descrivere i retroscena di un mondo raccontato da frontman balneari pronti a riempirci di retorica con la frase “i giovani non vogliono lavorare”.

La scarsa produttività
Il settore turistico e della ristorazione in Italia è sostanzialmente improduttivo. Esiste da anni la falsa credenza che l’Italia potrebbe vivere di solo turismo, ma si tratta di una favoletta basata sul nulla.
Questo settore non è in crescita ed è improduttivo rispetto ad altri. Ne è un esempio la continua richiesta di esenzioni fiscali, richiesta di sussidi e di aiuti da parte degli addetti ai lavori. Un settore forte e in crescita non avanzerebbe mai richieste di benefici e sconti.

Manodopera
Il settore turismo e ristorazione richiede una alta intensità di manodopera e questa manodopera si caratterizza per essere poco produttiva. Il lavoro stesso non richiede particolari abilità per essere svolto. Quindi anche qualora ci sia una maggiore specializzazione sul singolo lavoro, con un apporto di abilità maggiore, non ci sarebbe comunque un aumento rilevante di produttività.
L’unica cosa su cui si può incidere non è l’aumento della produttività, ma la riduzione dei costi, che oltre un certo livello diventa, da parte dell’impresa, un rosicchiare continuamente sui costi. Ma questo non ha un effetto sull’aumento del salario del lavoratore, che rimane sempre lo stesso.
Un cameriere o donna delle pulizie, nel corso degli anni non possono aumentare la loro produttività e questo crea l’effetto che il loro lavoro rimane esattamente uguale a quello svolto 50 anni fa.

Nell’ambito della ricchezza ciò che conta è il valore aggiunto per ora lavorata, è produrre di più per la stessa unità di tempo lavorato, questo significa crescita e di conseguenza benessere.
L’impresa non è in grado di pagare, o pagare di più i lavoratori, ma può solo cercare di ridurre i costi, in questo caso del lavoro. Come? Assumendo meno persone, facendogli fare più ore e più mansioni, utilizzando il lavoro nero e il lavoro grigio. La vera domanda ora diventa: perché mediamente un ragazzo dovrebbe scegliere di lavorare in questo settore, lavorando di più, guadagnano di meno, senza tutele. Quando ci sono delle alternative migliori?
Il salario minimo
Da qualche mese tra le possibili soluzioni prospettate affinché non ci siano speculazioni da parte degli imprenditori, sul pagamento dei lavoratori, c’è l’idea di introdurre un salario minimo. A guardare bene si tratta dell’ennesima favoletta raccontata per tenere buoni i bambini prima di andare a dormire.
Senza troppi giri di parole, l’introduzione di un salario minimo è una manovra che non porta all’occupazione, ma alla disoccupazione. Questo avviene perché un datore di lavoro non assumerà un dipendente a livello di salario imposto per legge se il lavoratore non ha una produttività che possa compensare la spesa, d’altro canto per il lavoratore si prospetta una scelta tra il ricevere una paga bassa o restare disoccupato.
Quando si parla di lavoro, sotto questo aspetto, dobbiamo parlare anche di produttività marginale della manodopera che è sostanzialmente la maggiore entrata che ha un datore di lavoro quando assume una persona in più. È questa maggiore remunerazione del datore di lavoro che determina il salario del lavoratore.
Un atto di civiltà
Ursula Von Der Leyen ha parlato dicendo che il salario minimo è un atto di civiltà, ma non è questo a dare una maggiore civiltà, a farlo è il mercato e la voglia da parte di una impresa di massimizzare i propri profitti, questa spinta consente di tenere i salari allo stesso livello dei livelli di produttività. Questo livello è poi determinato dalla tecnologia, dalle competenze, formazione e quantità di capitale investito. Non certo dall’introduzione di un salario minimo.

Cosa potrebbe accadere con l’introduzione di un salario minimo? Che il datore di lavoro, con il passare del tempo, sostituisca la sua manodopera non specializzata, che ha avuto un aumento di costo, con un numero minore di lavoratori, più esperti, affiancati da una tecnologia più sofisticata in modo che la produzione non subisca variazioni.
Il salario minimo penalizzerebbe i lavoratori che hanno una bassa produttività, cioè coloro che hanno una produttività inferiore rispetto al salario stabilito per legge. Si innescherebbe un meccanismo di licenziamenti o non assunzioni per i lavoratori che hanno un basso salario. Le alternative a questo punto diventerebbero o il lavoro nero/grigio o la richiesta di un sussidio.
La situazione italiana
L’Italia è un paese in cui ci sono i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL), che non pongono per noi un problema sul salario minimo. Non è con il salario minimo che verrà risolto il problema della bassa remunerazione. Pensare di aumentare il salario introducendo il salario minimo è sostanzialmente una fantasia, quello che accadrebbe sarebbe un aumento del lavoro nero e del lavoro grigio, gli stipendi non si alzerebbero perché verrebbero adeguati al salario minimo verso il basso.
In Italia, un “salario minimo” già esiste con i CCNL, e gli italiani a cui si applica questa contrattazione sono circa il 90%, è evidente che si tratta di una manovra controproducente. Non è sicuramente così che verrà risolta la questione dei “giovani che non vogliono lavorare”. C’è di più, anche qualora ci fosse un introduzione di un salario minimo, non avrebbe comunque nessun effetto per i lavoratori in nero o in grigio, perché i datori di lavoro, in questo caso, già operano in un contesto di illegalità, poco importerebbe a loro una manovra di questo tipo. Gli stipendi in ogni caso resteranno bassi, anche qualora si introducesse un salario minimo perché non ci sarebbe nessun aumento di busta paga netta per il lavoratore.
Ai miei tempi si faceva così
L’argomentazione portata avanti da alcuni imprenditori particolarmente arrabbiati, e più che mai bislacca, è quella del “ai miei tempi si faceva cosi”. Premesso che se sei un imprenditore dovresti sapere che l’economia cresce e che per fortuna non siamo rimasti fermi a 40 anni fa, altrimenti ce la passeremmo parecchio male. Ad ogni modo pensare che siccome una volta funzionava in un certo modo, questo debba valere anche oggi, è una argomentazione parecchio fallace, l’economia e la società progrediscono. In questo senso, rispetto a decenni fa, ci sono molti più diritti, molta più consapevolezza e conoscenza.

Ad oggi ci sono molti più diplomati e laureati che hanno delle competenze più specifiche che hanno un valore nel mercato del lavoro. È più improbabile quindi che ci siano dei soggetti che non sappiano fare niente o che possano fare solo lavori manuali o che non richiedono particolari abilità. Oggi, abbiamo a disposizione un esercito che può essere utilizzato in settori più innovativi, in forte espansione e crescita. Se 40 anni fa un 18 enne aveva solo la terza media e doveva imparare il lavoro “a bottega” andando a fare l’artigiano, il cameriere, il cuoco ecc, ora quello stesso diciottenne ha già un diploma e a 22/25 anni ha già una laurea o un corso di specializzazione.
Appare quindi normale che oggi, ci sia un reclamo, da parte dei lavoratori, di richieste maggiori rispetto al passato, sia in termini di stipendio che di prospettive lavorative. Chi mai andrebbe a fare un lavoro piuttosto faticoso e stressante come il cameriere/cuoco/bagnino quando con un diploma da tecnico informatico può ambire ad una remunerazione maggiore e maggiori possibilità di carriera?
Un maggior benessere
Oggi rispetto a 40 anni fa, c’è un benessere molto più diffuso, un PIL pro capite nettamente maggiore, le famiglie mediamente stanno maggiormente bene. Questo significa che non è necessario che un giovane lavori subito per portare il pane a casa, ma può dedicare il suo tempo allo studio.
Durante questi due anni di pandemia, poi sono nate, grazie alle nuove tecnologie, nuove figure professionali, o figure anche preesistenti si sono fortificate, cosi come si è fortificato grandemente lo smart working. Un ragazzo che 40 anni fa, sarebbe andato a farsi la stagione come cameriere a Milano Marittima, ora preferisce molto di più lavorare in smart working come social media manager. Più competenze diffuse creano nuove e diverse opportunità lavorative.
Per quanto riguarda invece i lavoratori non specializzati, questi partono e si recano all’estero, Germania, Inghilterra. Perché? Oltre ad avere maggiori sicurezze contrattuali ed economiche, l’imprese estere offrono maggiori prospettive di carriera. Accade infatti che un ragazzo che comincia a lavorare come cameriere, o lavapiatti, nell’arco di alcuni anni possa diventare lui stesso manager del ristorante/pub dove lavorava. Questo avviene, perché a differenza dell’Italia, esistono meno microimprese, e la libertà imprenditoriale è maggiore.
La microimpresa
Una delle maggiori problematiche del nostro paese è il fatto che siamo sommersi dalla microimpresa. Imprese per lo più familiari composte da mamma figlia e cugino, che assumono pochi dipendenti, non possono dare una possibilità di carriera al neoassunto. Verosimilmente se un ragazzo comincerà a lavorare come cameriere in un bar/chiosco, in 10 anni resterà ancora cameriere con uno stipendio pressoché simile. Diversa cosa è il lavoro per le grandi imprese in settori in crescita.

Un ragazzo che non ha alcuna specializzazione sarà più propenso a lavorare in un settore e impresa che gli consentono in primis di avere un contratto come da CCNL e poi di poter fare carriera all’interno di una azienda con centinaia di dipendenti e opportunità di lavoro. Di conseguenza in 10 anni un operaio/impiegato/commesso potrà essere un manager/responsabile con uno stipendio molto più alto di quando aveva cominciato.
Nuove prospettive
Evidenziato che siamo di fronte ad un problema ben più grande e complesso di come viene descritto da qualche ristoratore arrabbiato. Esistono delle soluzioni concrete che non siano pura fantasia e specchietti per le allodole?
Una delle criticità emerse è sicuramente relativa al costo del lavoro, il cuneo fiscale in Italia è uno dei più grandi del mondo. Interventi in questo senso si è cercati di farli da parte del Legislatore in maniera fin troppo timida. E come abbiamo visto un’introduzione del salario minimo non consentirebbe un aumento delle buste paga. Sarebbe quindi auspicabile un maggiore utilizzo di risorse per l’abbattimento del costo del lavoro. Anziché sperperare denaro tra bonus edilizi, psicologo e bau bau. Sarebbe opportuno un maggior utilizzo di soldi e di tempo per alleggerire il carico fiscale. Senza spendere 6 miliardi e mezzo per dare 200 euro in busta paga a luglio, o sussidi a pioggia in settori trainati come quello del turismo.

Per la questione “estiva”, forse sarebbe il caso di rimettere all’asta le licenze balneari, ferme a decenni fa. Perché non permettono una innovazione e distruggono la concorrenza, utile alla crescita.
Favorire gli investimenti, diminuendo la burocrazia, migliorando il sistema giustizia in modo che si possano creare nuove realtà imprenditoriali solide in settori in sviluppo che diano una maggiore possibilità di carriera e di vantaggi economici.
Sono solo alcune delle idee che possono essere applicate per risolvere un problema, secolare, che anziché essere affrontato in maniera seria e con riforme strutturali, si cerca di tamponare con mancette e fantasie, sperperando miliardi di risorse per qualche voto in più.
L’epilogo
Tornando alla domanda, quindi, i giovani non vogliono più lavorare? Sì, rispondiamo affermativamente, i giovani non vogliono più lavorare in settori che offrono scarsa remunerazione, parecchie incertezze, e zero opportunità.
In copertina Foto di Luciana Rota da Pixabay





