Indagini al buio
Due detective, un colonnello e un ufficiale sono alle prese con tre giovani criminali e un alibi da smontare. Un interrogatorio in cui nulla è ciò che sembra.
Nel mese di luglio Cogito et Volo pubblicherà i migliori contributi raccolti attraverso l’ultima Call for papers primaverile. Tra gli autori di questi ultimi verranno selezionati i futuri collaboratori del sito. I contributi già pubblicati sono disponibili qui. Per chi non avesse partecipato e volesse condividere le proprie idee e inviare un contributo singolo – articolo, racconto o poesia – è sempre possibile farlo: non smettiamo mai di metterci in gioco!
L’aria era tesa e la paura attraversava la stanza a grandi passi. Il debole fascio di luce che veniva dalla piccola lampada al centro dell’ambiente creava un’atmosfera quasi lugubre sulla scena.
Ognuna delle persone chiuse in quella stanza aveva un ruolo, un compito ben preciso: da un lato, c’era chi impersonava la Giustizia; dall’altro, invece, stava chi con la giustizia aveva qualche conto in sospeso. Gli investigatori, in questo caso, rappresentavano un gruppetto particolarmente eterogeneo e litigioso, ma d’altronde, quando due detective, un colonnello e un ufficiale devono lavorare assieme, c’è un problema naturale di lotta per la supremazia.
«Bene, bene…» Fu il detective Ventura a trovare il coraggio di rompere il ghiaccio. «Chi abbiamo qui?»
Nessuna risposta. I tre ragazzi che gli erano seduti davanti non erano in grado di articolare neanche una sillaba e il terrore era ben visibile nei loro occhi, che si muovevano a destra e sinistra alla ricerca di un qualche aiuto.
«Accuse molto gravi, Marco…» riprese Ventura con calma, per poi cambiare improvvisamente tono e, avvicinandosi al ragazzo, urlare: «Cosa ci facevi sul luogo del delitto venerdì pomeriggio?»
«Io… niente… non c’entro», balbettò l’interessato.
Di colpo, un’altra figura si alzò dal suo angolino buio e si avvicinò al tavolo centrale con fare minaccioso. Batté il pugno sul tavolo e poi disse: «Secondo me, il nostro caro Francesco ha qualcosa da dirci, o forse mi sto sbagliando?».
Francesco ebbe un tremito e si spostò sulla sedia per sembrare più innocente.
«Mi dispiace, ma io non so che dire», cercò di schermirsi. «Non mi aspettavo di dovermi difendere e poi non ho fatto niente.»
«Allora provo a parlare un po’ io, che dici? Il giorno del delitto, tu e i tuoi amici qui presenti siete stati visti sul luogo del reato, ma l’unico alibi che avete è che stavate giocando tutti assieme», riprese il colonnello Hannibal. «A me non sembra credibile, così stavo chiedendo a Francesco di raccontarci come sono andate le cose, ma, a quanto pare, non sa inventarsi niente».
Negli occhi del colonnello brillò un sorriso di vittoria, ma prima che Francesco potesse dargli la soddisfazione di aver ceduto, una voce femminile si insinuò nel silenzio dell’interrogatorio, dando un tocco diverso al mistero. La leggiadra proprietaria di quel tono mellifluo si avvicinò al tavolo e girò attorno ai ragazzi, che la guardavano senza sapere cosa aspettarsi da quella figura estranea, unica nel suo genere. Quando si trovò dalla parte dell’autorità, li squadrò con quello sguardo che diceva: “So già chi è stato di voi, ma so anche come fare per torturarvi e farvi ammettere di essere il mio colpevole”. Poi, di colpo, sorrise.
«Io sono la detective Spinosa e voglio farvi solo qualche domanda», disse con tono delicato. «Ho sentito i miei colleghi fare molte ipotesi strane e ora è il mio turno».
Guardò Marco. Il ragazzo deglutì rumorosamente, poi provò ad anticiparla: «Se cerca di accusare me, non può, perché l’ha già fatto il detective Ventura».
Dopo esser riuscito a pronunciare quella che gli sembrava la sua grande difesa, Marco si sentì meglio, ma la sensazione durò poco. La detective trasformò il suo sorriso gentile in un ghigno di scherno.
«Caro mio, è proprio questo che ti frega, che non sono la prima a fare il tuo nome. Sappiamo bene come ti comporti a casa e con i tuoi amici…».
«Ma non c’entra mica quello che succede a casa…», Andrea era riuscito finalmente a dire qualcosa.
«E neanche gli amici», si fece forza Marco. «Qui stiamo parlando di un delitto grave e io non faccio queste cose».
La detective Spinosa a quel punto sembrò in difficoltà e il colonnello Hannibal ne approfittò per attaccare qualcun altro, senza avere idea di cosa avrebbe davvero detto. La nuova accusata era Alessandra, l’unica ragazza che, piena di paura, aveva tentato di non farsi notare da nessuno, allontanandosi il più possibile dalla luce pur di passare inosservata.
«Cara la mia Alessandra, sei troppo taciturna per essere davvero innocente», la provocò il colonnello.
La ragazza fece un bel respiro per cercare il coraggio di parlare, poi sfoderò una sicurezza che nessuno si sarebbe aspettato dalla “femminuccia” del gruppo. «Senta, lei saprebbe dirmi quali sono le accuse? Perché lei ha attaccato sia me che il mio amico prima, ma nessuno ci ha ancora detto che cosa sapete e cosa abbiamo fatto.»
Tutti i presenti si zittirono, ma ormai la paura era sparita. I ragazzi si guardarono con sicurezza, ormai convinti di poter vincere la loro battaglia contro le domande difficili che avrebbero potuti metterli in pericolo.
«Ma, no… Io so benissimo cos’avete fatto», arrancò il detective Ventura per riprendere in mano la situazione. «È solo che non ve lo dico, perché voi sapete già di averlo fatto.»
«E perché non lo dice anche a noi?». Una nuova voce sbucò da un angolo buio: l’ufficiale Mark aveva finalmente fatto il suo ingresso, dopo aver ascoltato tutte le accuse campate in aria.
Ventura si bloccò, forse per paura di quella figura così importante o forse perché non sapeva quale scusa inventarsi per rispondere alla domanda che gli era stata appena rivolta. «Lei dovrebbe saperlo…».
«Secondo lei, tutti sanno tutto?», lo incalzò l’ufficiale, facendo il giro del tavolo per guardare bene in faccia tutti i presenti.
All’improvviso, però, la stanza si riempì del cigolio della porta che si apriva e un fascio di luce molto più forte invase la stanza, mostrando quattro bambini radunati intorno a un tavolino, curiosamente illuminato da una lampada a basso voltaggio.
«Mamma!» urlarono in coro Francesco e Alessandra.
«Hai rovinato tutto», sbuffò il bambino. «Stavamo giocando che eravamo agenti di polizia e adesso dobbiamo ricominciare.»
Racconto scritto da Mirko Mattiuzzo.





