Mank, un’opera manierista
Si conclude la trilogia iniziata con La La Land e proseguita con C’era una volta a…Hollywood: la fabbrica dei sogni, allo specchio.
Cogito et Volo dedica anche quest’anno una particolare attenzione alla corsa agli Oscar 2021, con approfondimenti sul sito e contenuti extra su Instagram e Facebook. Daremo un’occhiata da vicino a tutte le otto pellicole candidate per il miglior film, con recensioni e curiosità, e commenteremo i risultati finali all’indomani della notte degli Oscar, che si terrà il 25 aprile. Qui trovate tutti gli articoli già pubblicati.
Mank è un film difficile, per almeno tre motivi. È girato in bianco e nero, il che significa che richiede allo spettatore uno sforzo d’attenzione in più. Riguarda la storia del cinema e per poter seguire al meglio il dipanarsi della trama bisognerebbe aver visto Quarto potere di Orson Welles. Come ogni film d’essai che si rispetti, è lento e nessuna inquadratura o battuta può essere tralasciata. Dunque, meglio partire dalle cose facili.
Il film: una gragnola di grandi attori
Il regista è David Fincher, che solo a volerne citare opere e riconoscimenti si rischierebbe di non concludere mai la stesura di questo articolo. Basti ricordare che ha firmato produzioni come Fight Club, The social network, Il curioso caso di Benjamin Button e i primi due episodi di House of Cards. La sceneggiatura – di per sé intricata – è affidata al padre di Fincher, Jack. La casa di produzione è Netflix, che ha distribuito il film a novembre 2020 nei «migliori cinema» – spiace per le sale parrocchiali – per poi renderlo disponibile sulla propria piattaforma streaming da dicembre dello scorso anno, in un’operazione che vorrebbe replicare il successo di Roma (2018) di Alfonso Cuàron.

Il protagonista assoluto del film è Gary Oldman, noto al grande pubblico per il suo ruolo di Sirius Black nella saga cinematografica di Harry Potter. Un’interpretazione tanto mainstream quanto ingombrante, perché mette inesorabilmente in ombra altri lavori dell’attore, ben più impegnati e meritevoli di plauso: James Gordon nella trilogia del cavaliere oscuro diretta da Christopher Nolan (2005-2012), l’agente George Smiley in La talpa (2011) e non da ultimo Winston Churchill nel film autobiografico L’ora più buia (2018), che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista. La co-protagonista femminile è Amanda Seyfried, apparentemente congelata ai tempi di Mamma Mia e risvegliata a dodici anni di distanza in tutto il suo ammaliante fascino. Accanto a Oldman e Seyfried recita una gragnola di attori affermati, tra i quali citeremo Charles Dance, il meraviglioso Tywin Lannister de Il trono di spade, e Lily Collins, salita di recente agli onori delle cronache per il frivolo Emily in Paris.
Insomma, solo a guardare chi ci sta dietro, si comprende bene come Mank racchiuda in sé le migliori menti e le più grandi contraddizioni di Hollywood. Che non ha mancato di tributargli onori. Le candidature sono piovute inesorabili, meno le vittorie, se si escludono i riconoscimenti per fotografia e scenografia ai Satellite Awards. Ai premi Oscar di quest’anno si presenta con ben dieci candidature: miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista e attrice non protagonista, fotografia, scenografia, colonna sonora, costumi, trucco e sonoro. Ai Golden Globe – che ogni anno anticipano ma non prevedono l’esito degli Oscar – le nomination erano sei, ma tra Mank e la vittoria si sono messi Nomadland e Aaron Sorkin, ovvero Scilla e Cariddi dello stretto pertugio che porta all’acclamazione universale.

La storia: Quarto potere al quadrato
Si diceva prima di Quarto potere: Mank racconta come è nato il capolavoro di Orson Welles. Fin qui tutto facile, se non che ne riprende anche la struttura su due linee temporali distinte. Quella principale, ambientata nel 1940, quando un malato e alcolizzato Herman Mankiewicz (Mank è l’abbreviazione del cognome) cerca di portare a termine la stesura della sceneggiatura, e una parallela, ambientata negli anni Trenta, che racconta i fatti che ispirarono a Mankiewicz la trama di Quarto potere.
Questa seconda linea narrativa è nettamente più interessante e dinamica, anche se più difficile da seguire, perché saltella da un anno all’altro seguendo l’evoluzione professionale dello sceneggiatore Herman Mankiewicz e il suo rapporto di lavoro con la casa di produzione MGM (sì, quella del leone ruggente e di Tom e Jerry). Qui conosce l’attrice Marion Davies – la nostra Amanda Seyfried -, una giovane tanto bella quanto ingenua, che può permettersi di recitare nelle pellicole più acclamate di Hollywood grazie alla sua relazione con il magnate della stampa William Randolph Hearst. Mankiewicz entra così nella variegata corte di quest’ultimo, composta da politici, semplici lacchè e stelle dello spettacolo.
Cinico e caustico, Herman Mankiewicz spicca come una voce fuori dal coro in mezzo a quel branco di adulatori. È l’unico a comprendere come l’arte della finzione non stia alla base soltanto del cinema, ma anche della vita ed è il solo ad avere il coraggio di denunciarlo. E come nelle migliori opere shakespeariane, il più saggio è anche il più folle di tutti. Mank non fa eccezione: alcolista, scommettitore incallito e vagamente depresso, non può fare a meno di provare una platonica infatuazione per la bella Marion, così ingenua da potersi risparmiare tutti i dolori e gli affanni di chi della vita ha capito fin troppo.

Quando nel 1934 la macchina mediatica di Hearst si attiva per screditare il socialista Upton Sinclair, candidato democratico a governatore della California, Mankiewicz comprende a fondo la forza del cosiddetto “quarto potere”: i media, in grado di distorcere a piacimento la realtà. A partire da un inavvertito suggerimento di Mank stesso, la MGM produce una serie di cinegiornali posticci, che accusano Sinclair dei peggiori crimini. È la svolta alla campagna elettorale: il candidato repubblicano, sostenuto da Hearst, ottiene una larga vittoria, mentre gli ideali di uguaglianza e redistribuzione della ricchezza sostenuti da Sinclair finiscono sepolti da una valanga di calunnie.
Chi di voi – presumo pochi, se non nessuno – ha visto Quarto potere, ne riconoscerà alcuni risvolti di trama. E qui veniamo al secondo filone narrativo, quello ambientato nel 1940, quando un Mankiewicz ormai vinto dall’alcol e dalla vita prova a portare a termine il suo capolavoro: una sceneggiatura basata su quegli stessi fatti. Non un film di denuncia, ma l’analisi psicologica di un “cattivo suo malgrado”: quello stesso William Randolph Hearst, che nella pellicola diretta da Orson Welles prende il nome di Citizen Kane.
Idealmente, il film di David Fincher conclude una trilogia di grandi produzioni con cui Hollywood ha indagato se stessa e il proprio passato: La La Land (2016), C’era una volta a…Hollywood (2019) e ora Mank (2020). Ambientati in tre momenti diversi della storia del cinema – una modernità a tinte jazz, la fine degli anni ’60 e gli anni successivi alla Grande Depressione -, raccontano le asprezze di un mondo tanto affascinante quanto spietato, che finisce sempre col divorare l’individuo e la società. Un inferno dorato che con il suo intrattenimento brucia gli occhi di tutti gli spettatori.
Perché guardare Mank?
Mank non è un film per il grande pubblico. Per apprezzarlo bisogna non solo conoscere la storia del cinema e quella degli Stati Uniti, ma è necessario anche possedere un palato avvezzo ai difficili sapori di una fotografia ricercata e di una sceneggiatura elaborata, ricca di riferimenti più o meno velati. Nemmeno chi scrive è del tutto sicuro di aver colto tutto ciò che una produzione del genere intendeva sottendere. Questo offre lo spunto per una riflessione a metà tra un esercizio di sofistica e l’analisi del costume: perché lo spettatore medio, che idealmente in un film cerca l’intrattenimento – intelligente o grezzo che sia -, dovrebbe vedere Mank?

Verrebbe da rispondere tirando in ballo i principi democratici, declamando con enfasi che Mank mette in guardia tutti noi dai rischi dei monopoli dell’informazione e dello svago. Verrebbe da infervorarsi dicendo che con questo film Netflix – ormai un colosso del cinema che, al pari di Disney, può vantarsi di saper orientare i gusti del pubblico – in realtà firma un’auto-denuncia. Verrebbe da dire che Mank porta in scena in tutto il suo sfarzo e le sue contraddizioni l’America borghese degli anni ’30, non troppo dissimile dalla nostra quotidianità. Verrebbe, ma non è così. Tutte queste cose rimangono velate sullo sfondo, compresa la trama, che certo non si offre allo spettatore, ma pretende pretestuosamente di essere letta, approfondita e rivista.
In primo piano, invece, c’è un esercizio di stile. Monologhi e dialoghi potrebbero anche essere muti, ma la recitazione rimarrebbe perfetta. L’intensità degli sguardi è ineguagliabile. La cura della fotografia e la scelta del bianco e nero, nella loro essenzialità, esaltano le interpretazioni degli attori. In altre parole, è manierismo puro. Come un’opera d’arte Cinquecentesca volta a compiacere soltanto il Signore di corte che l’aveva commissionata, così Mank è un’enorme strizzata d’occhio a Hollywood, le cui grazie Netflix cerca ormai da tempo.
In conclusione, il mio consiglio spassionato è il seguente: a meno che voi non siate studenti di cinema al DAMS, oppure dei poser che amino fare vanto di riferimenti culturali poco noti e dunque vagamente hipster, non guardate Mank. Sempre che non dobbiate a tutti i costi scrivere un articolo per lo speciale Oscar come il sottoscritto.





