Quel genio smisurato di Oliver Sacks

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Un breve elogio a uno dei più grandi neurologi e scrittori del secolo scorso

«Sono un appassionato lettore di storie cliniche… ma non ho mai letto dei racconti psicologici così intensi come quelli narrati da Oliver Sacks nell’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello… è un libro che vorrei consigliare a tutti: medici e malati, lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e di metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici. La prima musa di Sacks è la meraviglia per la molteplicità dell’universo».

Queste sono le parole che Pietro Citati, famoso scrittore e critico letterario, usa per descrivere quel libro straordinario che è The Man Who Mistook His Wife For a Hat. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1985 e in Italia l’anno successivo, l’opera di Sacks non ha mai smesso di essere ristampata e continua ad attrarre lettori da ogni angolo del globo. Ma andiamo con ordine: chi era Oliver Sacks?

Oliver Sacks è nato nel 1933 a Londra, da genitori ebrei, entrambi medici, «nato e cresciuto in una casa permeata di storie di medicina». Il suo più grande amore fin dall’infanzia è stata la chimica, di cui ci parla nel romanzo del 2001 Zio Tungsteno – Ricordi di un’infanzia chimica. Per insistenza dei genitori si è però laureato in medicina al Queen’s College di Oxford. Si trasferì in Canada e poi negli Stati Uniti per favorire gli sviluppi della sua carriera e per un ambiente più tollerante verso la sua dichiarata omosessualità. Qui ha ottenuto successo come neurologo, scrittore, chimico e docente di neurologia e psichiatria in varie università, tra le quali spicca la Columbia University. Si affaccia per la prima volta al mondo dell’editoria nel 1973 con Awakenings (Risvegli), saggio sulle vittime dell’epidemia di encefalite letargica da cui è stato tratto l’omonimo e celebre film con Robin Williams e Robert De Niro, nel 1990. È conosciuto anche per le sue sregolatezze: fu bodybuilder estremo, amante delle moto e dell’alta velocità, per un periodo fece uso di LSD e altre droghe allucinogene per esperimenti scientifici. Ma a renderlo uno dei divulgatori e dei ricercatori più amato e letto degli ultimi decenni è stata sicuramente la sua dote in quanto scrittore.

LUomo che scambiò sua moglie per un cappello ne è la prova. È diventato infatti un best seller, il primo libro più venduto da Amazon nella sezione “Malattie”, un must have edito da Adelphi. Sacks sa trasformare i casi clinici in casi letterari, per metà scienziato per metà poeta. La sua prosa è cristallina, limpidissima; romanzando le vicende dei suoi pazienti Sacks sa coinvolgere il lettore nelle vicende più bizzarre e nelle più tristi e allo stesso tempo descrivere le cause dei vari disturbi neurologici.

Ispirandosi alla tradizione ottocentesca degli “aneddoti clinici” descrive chiaramente e sempre con immensa partecipazione i sintomi, le diagnosi, le sue riflessioni sui pazienti, sullo stato emotivo dei pazienti; così come è rigoroso e pulito nelle descrizioni più tecniche e mediche dei casi da lui riportati. Neurologia in pillole. Ma non solo: tutte le opere di Sacks sono colme di riflessioni filosofiche, etiche, religiose, matematiche. Ogni paziente fa nascere mille domande, mille dubbi e Sacks ce la mette tutta per affrontare i problemi da ogni punto di vista. A Oliver Sacks interessava l’Umanità nella sua interezza.

Il libro racchiude ventiquattro capitoli, divisi in quattro sezioni: Perdite, Eccessi, Trasporti e Il mondo dei semplici. Ogni capitolo riporta la vicenda di un caso clinico particolare, pazienti incontrati da Sacks in una casa di cura statunitense. La componente umana di ogni suo aneddoto, l’interiorità del paziente, viene descritta con toni a volte umoristici, a volte molto pietosi e dolorosi. Tutti riportano lesioni encefaliche di vario tipo, da tumori cerebrali a danni causati da malattie degenerative o per assunzione di alcol e droghe, a danni propriamente fisici.

Caso iconico, da cui prende il titolo il romanzo, è quello del dottor P., musicista affermato, affetto da prosopagnosia (malattia di cui soffriva Sacks stesso): tale patologia gli impediva di dare significato a ciò che vedeva, in particolare gli impediva di riconoscere i volti delle persone che lo circondavano, tanto da confondere sua moglie con un cappello e provare a indossarla.

Fu molto criticato per il suo stile: Tom Shakespeare, accademico britannico, lo accusò varie volte di sfruttare i suoi pazienti, chiamandolo «l’uomo che confuse i suoi pazienti con la carriera letteraria», anche se per Sacks non si è mai trattato del «desiderio di esporre o esibire solo per dare un brivido».

 

L’ultimo suo libro pubblicato in Italia nell’aprile 2018 è stato Il fiume della coscienza, edito da Adelphi. L’opera è data da una raccolta di scritti che ci offrono «la sintesi di tutte le sue tensioni conoscitive nell’ampio ventaglio di discipline che si intersecano con la neurologia: botanica e anatomia animale, chimica e storia della scienza, filosofia e psicologia». Ci descrive quindi l’inarrestabile fiume della mente umana.

Negli ultimi anni della sua vita il suo soggetto è diventato se stesso: The Mind’s Eyes, pubblicato nel 2010, contiene numerosi racconti su una serie di pazienti affetti da disturbi della vista, per poi convogliare l’attenzione su se stesso, affetto da un raro tumore all’occhio, che affronta con grande ilarità e spavalderia, tumore che per una grande metastasi al fegato lo condurrà alla morte, nel 2015.

Pochi mesi prima di morire Sacks annuncia la sua malattia al New York Times, per dare un ultimo commovente saluto ai suoi affezionati lettori e lasciare un testamento poetico:

«Non posso fingere di non avere paura. La mia attuale sensazione predominante, però, è di gratitudine. Ho amato e sono stato amato. Mi è stato dato tanto e qualcosa ho restituito. Ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto una relazione col mondo, quella speciale relazione tra scrittori. Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta meraviglioso, e questa cosa in sé è stata un enorme privilegio e una fantastica avventura».

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".