Salvezza: il Mediterraneo che nessuno racconta. Intervista a Lelio Bonaccorso
Lelio Bonaccorso è stato il primo fumettista a bordo di una Ong. Ha curato con Marco Rizzo la graphic novel “Salvezza” sulle missioni di soccorso e le vite umane coinvolte
Ciao, Lelio! Innanzitutto, anche se in ritardo: bentornato! Ho seguito sui social il tuo viaggio in Nepal, di cui ultimamente hai pubblicato i tuoi schizzi. Il ritorno, hai scritto, è stato un’avventura alla Bruce Willis: com’è andata?
Il Nepal è un Paese molto particolare, l’oriente è davvero un altro mondo: lì si vive ancora nelle campagne come nel Medioevo, senza elettricità ed i comfort che abbiamo da queste parti; hanno una visione molto più spirituale della vita.
Alla Bruce Willis perché questi sono viaggi in cui non hai le sicurezze che puoi avere in Europa o negli USA, perché sono avventure non esenti totalmente da rischi: noi ad esempio abbiamo percorso diversi tragitti nelle foreste, nelle scarpate, o lungo i fiumi, dove due ragazzi sono caduti dal gommone mentre facevano rafting.

Era un viaggio “di lavoro”? Raccoglierai esperienze e testimonianze in un nuovo fumetto?
Mi piace viaggiare ed andare in posti “selvaggi”, poco tecnologici o civilizzati. Spesso partono come viaggi di piacere e poi diventano ispirazione per i miei libri. In questo caso non c’è l’idea immediata di farne qualcosa, però è un’idea che ho messo in conto, infatti ho raccolto tantissimo materiale fotografico che mi servirà eventualmente per poi raccontare qualcosa, ma ultimamente sto lavorando su altro e non ne ho il tempo. Me lo riservo per il futuro.

A proposito di graphic journalism: parliamo di Salvezza, che hai curato insieme a Marco Rizzo per FeltrinelliComics. Già nel 2016 avevate collaborato ad un fumetto sullo stesso tema, L’immigrazione spiegata ai bambini- Il viaggio di Amal. Qui però l’approccio è diverso: come avete lavorato tu e Marco?
Mentre per Il viaggio di Amal c’è stata una raccolta di storie che Marco aveva sentito nel tempo, in Salvezza abbiamo lavorato sul posto e non sapevamo esattamente cosa avremmo trovato, quindi la differenza immediata è stata l’impatto emotivo, che in questi casi gioca un ruolo importante, perché quando vivi sulla tua pelle la sofferenza degli altri questo influisce sul tuo operato artistico, sia nella sceneggiatura che nel disegno.
Per cui Amal è stata un’opera più ragionata, invece qui la realizzazione è più emotiva. Abbiamo lavorato circa in quattro mesi, il fumetto è uscito presto rispetto al nostro viaggio; non abbiamo avuto il tempo di starci troppo sopra, le emozioni erano ancora fresche.
Anche nel fumetto dici che non ti aspettavi di essere così personalmente coinvolto: qual è il ricordo che ti è rimasto più impresso a quasi due anni da quest’esperienza?
Io e Marco sapevamo in grandi linee quello che succede, ma vedere queste cose così brutte ti coinvolge e sconvolge così tanto che ti lascia delle cicatrici. Abbiamo visto cose davvero molto dure, in primo luogo per le persone coinvolte, che venivano tutte dalla Libia. Si è parlato sempre troppo poco della questione dei campi libici, per chiari interessi dell’Europa e dell’Italia, ma queste persone ci raccontavano cose terrificanti: stupri, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo. È stato un impatto inaspettato, perché noi è come se vivessimo in una sorta di diaframma e non percepissimo le cose esterne se non come dei rumori sordi. Quando invece vedi e senti chiaramente, si rompe quel muro psicologico che ti protegge.Salvezza– e te lo dico come un complimento- è un pugno prima allo stomaco e poi alla coscienza: si tocca con mano la distanza tra l’idea vaga e impersonale che i media ci danno dei migranti e le loro reali vite. Perché queste storie ci vengono raccontate da un fumetto e non da un telegiornale?
In realtà ci sono stati tantissimi testimonianze e reportage, ma Salvezza è stato in assoluto il primo fumetto in Italia realizzato live a bordo di una Ong. Mi sono fatto l’idea che molti forniscano informazioni che non sono di prima mano, ma che hanno sentito da altri; o spesso sono gli stessi migranti che raccontano quello che gli è successo quando arrivano nei centri di accoglienza in Italia- quando sono disposti a raccontarlo, perché anche per loro sono dei traumi molto forti, e ne portano le cicatrici addosso, sia dentro che fuori.
Non è semplice avvicinarsi a queste zone; finché c’erano le Ong che ti permettevano di stare in mare per vedere con i tuoi occhi questo rendeva i giornalisti dei testimoni scomodi: noi abbiamo visto navi da guerra, pescherecci dove a bordo non si sa chi ci sia, enormi petroliere che portano il petrolio dall’altra parte del Mediterraneo, aerei da guerra che monitorano tutto. Siamo andati in una vera e propria zona di guerra, il che fa impressione se consideri che è a due passi da casa nostra, anche perché in Italia non abbiamo questa percezione così netta. Una cosa che mi ha fatto impressione era la notte, quando uscivamo sul ponte: era tutto buio, col cielo pulitissimo, e vedevi questi milioni di stelle che si proiettavano nel mare -un’immagine molto bella, poetica. E poi vedevi a largo dei bagliori: erano navi da guerra, e ce n’erano tante. A noi è successo che una nave libica ci puntasse i cannoni addosso- è surreale, sembra di vedere un film- solo che quand’è vero è un’altra cosa.
Chi parte dalla Libia corre il rischio anche di essere rapito, perché lì non c’è legge, lì chi lo sa davvero quello che succede? Chi sa se quando i naufraghi muoiono li hanno buttati a mare? Non è che te lo vengono a dire. Queste informazioni non le ottieni dai governi ma dalle Ong, che per fortuna hanno denunciato quello che succede.
Quello che dall’Italia sembra l’unico viaggio dei migranti in realtà è l’ultima tappa di un percorso molto lungo, rischioso, violento. Cosa vede, prima di arrivare sul barcone, una persona che fugge da un paese africano?
Il viaggio in mare è l’ultima parte della filiera, ma c’è tutto un percorso prima che è anche la parte più pericolosa. A noi dicevano: Sappiate che nel deserto muoiono molte più persone tentando di raggiungere la Libia; arrivano dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Nigeria: in quel tratto di deserto potresti essere rapito, rapinato, torturato, le donne stuprate sistematicamente anche da più persone. Si chiede un riscatto e se non viene pagato vengono usati come schiavi, come prostitute, o per l’espianto degli organi: non sono più esseri umani, diventano merci che devono fruttare in qualche maniera.Loro stessi erano stupiti da questo, tanto che una domanda che ci fanno tutti e che abbiamo fatto anche noi a loro è: se sapete quello che succede in Libia e nel tragitto perché partite? Rispondono che non avrebbero mai immaginato una cosa del genere, sennò sarebbe stato molto meglio restare a casa, perché a casa la situazione era meno peggiore di quello che hanno incontrato.
Ultimamente io e Marco siamo stati a San Ferdinando, una baraccopoli in Calabria che adesso non c’è più; la situazione di vita là dentro è forse più grave a livello igienico-sanitario che in certi Paesi dell’Africa. È una condanna: non hanno i documenti, non possono andare né avanti né indietro, diventano prigionieri. Ed è terribile se pensi che tu sei libera di andare dove vuoi, di poter immaginare la tua storia, di chiamarmi per un’intervista, mentre questi ragazzi non possono fare niente.
I migranti vivono il dolore della loro storia ognuno a modo suo, e tra loro c’è anche chi rifiuta di riposare pur di raccontare subito quello che ha subito. Come si sono approcciati al tuo fumetto come strumento giornalistico?
In modi diversi: tutti con curiosità, perché vedevano uno che disegnava, che faceva ritratti, e non capivano cosa stesse succedendo. Ad un certo punto mi hanno chiesto tutti il ritratto, tutti. Poi c’era chi quando vedeva una telecamera o un telefonino si avvicinava, capiva che eravamo giornalisti, e subito diceva di voler raccontare la sua storia. C’era anche chi non voleva raccontare nulla: le donne perché (e soprattutto ad un uomo) non raccontano le violenze che hanno subito; erano gli uomini a dirci per loro: uno ci ha raccontato che la moglie era stata violentata per due settimane da dieci persone, è rimasta incinta ed era al settimo mese, voleva abortire. Gli abbiamo detto che non è consentito ma che potevano quantomeno dare il bambino in adozione.
Quando arriva un estraneo e ti racconta una cosa così intima ti prende alla sprovvista, ti senti un po’ a disagio, ma al tempo stesso ti rendi conto che te la racconta perché in quel momento tu sei la sua unica possibilità. È in un posto nuovo, non conosce nessuno, spera solamente di poter vivere in un posto migliore di quello in cui era; sono terrorizzati, temono di essere riportati in Libia: infatti li rassicuriamo subito sul fatto che andiamo in Europa.
Date spazio anche alla testimonianza di un uomo libico, che racconta quello che ha vissuto sulla sua pelle dicendo “non siamo tutti mostri”. La Libia è l’incubo di chiunque scelga di partire, ma non bisogna fare generalismi perché non esiste un unico colpevole storico, un unico “cattivo”.
La storia è piena di sfumature. Questo ragazzo a noi ha detto di essere libico, ma agli altri no, perché ad alcuni i libici non facevano proprio simpatia. Era figlio di un diplomatico, benestante, ha dovuto fuggire perché da quando è iniziata la guerra non c’era più legge nel Paese, la gente entrava in casa sua a derubarlo. Una notte si è svegliato con i fucili puntati alla testa, lo hanno rapinato, temeva che lo volessero uccidere.
Parliamo anche di storie di questo tipo: non fugge solo chi nel suo Paese non trova lavoro, ma anche gente che neanche voleva venirci in Europa, ma che la guerra ha costretto a partire. Cosa dovremmo dirgli? Non venire, stai a casa tua? Loro potrebbero risponderci come ci hanno risposto altre volte: voi non rompeteci le scatole a casa nostra e vi assicuriamo che da voi non ci veniamo.
Perdonami, ma lo spoiler per un libro come questo è un dovere morale: racconteresti ai nostri lettori anche qual è la quotidianità su una nave Ong?
La regola è che bisogna essere sempre impegnati, perché le navi sono piccole e stare senza fare nulla può abbassare la concentrazione e rendere l’esperienza molto pesante. Quindi quando non si fanno i rescue si fanno dei briefing in cui a tutte le persone a bordo- inclusi i giornalisti- si spiega come interagire coi migranti, come effettuare un massaggio cardiaco, cosa fare in caso di incendio, di abbordaggio, o se arriva troppa gente a bordo, come si alza una persona su una lettiga.L’attività costante è quella di monitoraggio: la zona di monitoraggio si chiama SAR (Search And Rescue) e si controlla finché non si trovano naufraghi. Oppure, com’è capitato quasi sempre, possono anche arrivare chiamate da parte di MRCC di Roma (Marine Rescue Coordination Centre, ndr) che avverte le navi militari o cargo o Ong vicine ai naufraghi della presenza di imbarcazioni in difficoltà.
Quando si dà soccorso la vita sulla nave cambia repentinamente, perché bisogna prima soccorrere e poi badare a queste persone fino al trasferimento in un porto sicuro. Quando sono a bordo bisogna tenerle calme, dare loro da mangiare e delle coperte, bisogna assisterli, anche giocare coi bambini. Abbiamo avuto a bordo anche 400 persone, che non sono poche per una nave di 70 metri; bisogna rassicurarle continuamente.
Un tasto delicato è quello che vede accusate le Ong di essere “taxi del mare”, e che cioè le operazioni di salvataggio siano coordinate con le partenze in modo premeditato. Come si è risposto a questi attacchi pesantissimi?
Ho amici che da anni fanno i volontari alla Croce Rossa ed hanno salvato centinaia di vite e si vedono accusati di essere dei criminali: una cosa che si commenta da sola.
Ma l’albero lo vedi dal frutto: la politica che ha accusato le Ong di essere “taxi del mare” (un’affermazione di Di Maio) ha speculato su questa questione, che si smonta da sola in un attimo. Le chiamate alle Ong vengono effettuate dall’MRCC di Roma, un ufficio della guardia costiera italiana: se le Ong collaborassero con gli scafisti lo farebbe anche la marina italiana! È un paradosso. Posso assicurare ai lettori che chi opera nelle Ong non ha molto in simpatia i trafficanti, anzi, e pensa che se ci fossero i governi a fare i salvataggi non ci dovrebbero essere le Ong.
Giustamente, se ci fosse il governo, non servirebbe il non-governativo…
Certo, se ci fosse una missione di soccorso reale da parte del governo italiano, ma anche di quelli europei e non solo, probabilmente non dovrebbero andare i civili a farla.
La sciocchezza che si dice, “se non ci fossero le navi di soccorso non ci sarebbero gli sbarchi” è tale per il semplice fatto che le persone continuano a partire, ma purtroppo i morti non possono parlare. Siccome la gente affonda e muore, è chiaro che qui non arriva. Io non so se questa gente ha una coscienza; se si trovasse dall’altra parte sono sicuro che non farebbe questi discorsi. È che quando sei comodo e te ne freghi degli altri esseri umani è più semplice.
Questa è una questione molto offensiva non solo verso le Ong ma anche per il genere umano; non si dovrebbe neanche pensare.Siete riusciti a vivere quest’esperienza per un soffio: sarebbe stato impossibile salire sull’Aquarius un anno dopo, nel novembre 2018, quando la nave è stata messa sotto sequestro con l’accusa di smaltimento illecito di rifiuti.
Ho assistito in prima persona allo smaltimento dei rifiuti: tutti gli indumenti dei migranti devono essere gettati. Se l’autorità del porto di Catania sa che l’Ong fa questo tipo di attività- e le navi pagano una tassa per stare nel porto e smaltire i loro rifiuti- di chi dev’essere la responsabilità di dare un adeguato servizio: di chi sta pagando per smaltire i rifiuti o di chi dovrebbe fornire un diverso smaltimento se lo ritiene opportuno?
Non è vero che la tubercolosi si contagia tramite i vestiti o che la scabbia si possa prendere per contatto, sono bufale, menzogne sfatate dalla scienza: io e Marco siamo stati a contatto a mani nude con questa gente e non siamo tornati con nessuna malattia. È una strumentalizzazione per togliere dal mare le Ong: l’obiettivo era quello di rimuovere questi testimoni scomodi, di usare questi nemici per fare propaganda elettorale. Ci sono riusciti.
È chiaro che il fine fosse questo: Marco ed io nelle più di 80 presentazioni di Salvezza abbiamo incontrato migliaia di persone e ci siamo sempre mostrati disponibili a rispondere a tutte le domande, anche scomode, ed a dire tutto quello che abbiamo visto. Avevamo avuto accesso a qualsiasi area della nave in qualsiasi momento senza nessun problema. Chi parla con la verità non ha nulla da temere.Nel dicembre dello scorso anno SOS Méditerranée ha annunciato il ritiro dall’attività di Aquarius 2. Pare che attualmente Sea Eye sia l’unica Ong nel mediterraneo. Come hai vissuto queste notizie?
Con rabbia, perché so perfettamente che tipo di servizio facciano questi ragazzi, che sono miei coetanei o anche più piccolini. Fanno una fatica immensa per aiutare altri esseri umani che siano bambini, giovani, donne, uomini, a prescindere che siano criminali o meno, perché non si lascia morire nessuno in mare, la giustizia verrà dopo, in tribunale.
Mi fa arrabbiare perché vedo soprattutto da parte dei governi un grandissimo menefreghismo; ripeto: abbiamo meno notizie non perché la gente non parta più, come vogliono far credere, ma perché la gente parte ugualmente e muore. La gente muore.
C’era l’Operazione Sophia, che credo stiano smontando, ma non era una missione europea per il soccorso in mare, ma solo per il controllo delle frontiere e delle navi cargo e commerciali, per cui si mette in primo piano la merce e si trascura totalmente la vita umana, come se valesse di meno, come se non fosse niente. Stiamo dicendo implicitamente: “Che muoiano pure, non ce ne frega niente”.
L’intervista prosegue qui
Credits immagini: courtesy of Lelio Bonaccorso

















