Sperimentalismo giapponese: Una pagina di follia
Un’opera simbolo dello sperimentalismo giapponese, nata dall’unione tra letteratura e cinema. Contaminazioni incrociate tra queste arti.
Una pagina di follia, è una pellicola del regista giapponese Kinugasa Teinosuke, che vede alla sceneggiatura il premio Nobel Kawabata Yasunari. Tratta da un racconto breve dello stesso Kawabata, l’opera si impone subito come esempio di sperimentalismo e avanguardia.
Una ballerina danza leggiadra su un gaio palcoscenico.
Davanti al palcoscenico appaiono le sbarre di una cella.
Il gaio scenario si trasforma nella stanza di un manicomio.
Lo splendido costume della ballerina muta in un’uniforme da ricoverato.
Gli autori
Kawabata Yasunari fu uno scrittore del Novecento, attivo dai primi anni Venti. Pubblicò molti racconti brevi, frutto di sperimentazioni moderniste, con l’intento di indurre suggestioni piuttosto che ritrarre il reale o dare giudizi morali. La sconfitta del Sol Levante nella seconda guerra mondiale lo segnò profondamente: decise così di impegnarsi a far conoscere al resto del mondo la letteratura del suo paese. Primo autore giapponese a ricevere il premio Nobel per la letteratura, ebbe anche il merito di introdurre in Giappone grandi autori e pittori occidentali.
Kinugasa Teinosuke fu un regista giapponese dei primi anni del Novecento. Si avvicinò al mondo del cinema ricoprendo il ruolo di oyama, cioè attori specializzati in ruoli femminili, quando alle donne non era ancora permesso recitare. Una pagina di follia fu il suo primo progetto, emblema dello sperimentalismo di quegli anni. Dopo un successo di pubblico e critica, fu a lungo ritenuto disperso ma venne ritrovato dallo stesso regista.

Il film
Un uomo vuole liberare la moglie internata in un manicomio. Ogni tentativo di farla evadere fallisce, a causa della totale follia della donna. Risate agghiaccianti. Pioggia. La fuga e la pazzia. Questa è la sintetica sinossi del film. Una pellicola che, come il racconto da cui è tratta, è caratterizzata da una narrazione frammentaria. Una pioggia di immagini si rifrangono nell’occhio del lettore-spettatore. La rappresentazione delle sensazioni porta a una sorta di dissoluzione dell’io, suggerendo l’ansia e l’instabilità che accompagnano le trasformazioni sociali di inizio Novecento.
Flashback e allucinazioni si susseguono con un montaggio rapido, doppie esposizioni e angoli di ripresa estremi. Viene rinforzata l’importanza dei singoli fotogrammi, inserendo simboli schizofrenicamente ricorrenti. L’acqua, culturalmente simbolo di vita, è qui foriera di una morte sinuosa e insidiosa. Il ciclico movimento di una ruota, in una sorta di eterno ritorno, rappresenta una irrisolvibile condizione dell’animo imprigionato dalle sbarre, anch’esse ricorrenti. A tutto ciò si contrappone la danza, agrodolce rappresentazione di una libertà esclusivamente interiore.

Lo stile
Si tratta dello stile tipico del neopercezionismo giapponese (propriamente detto shinkankakuha, “scuola della nuova sensibilità”). Gli autori e i registi che vi si riconoscevano furono fortemente influenzati dalle avanguardie europee. A partire dalla fine dell’Ottocento infatti, il Giappone aveva intrapreso una profonda opera di imitazione e rielaborazione delle conoscenze occidentali, in tutti i campi del sapere. Così anche il cinema fa propri i nuovi valori della velocità, della meccanizzazione e della dissoluzione che ne deriva. Gli autori desiderano che le immagini generino emozioni in modo del tutto autonomo, intenzione esplicitata, in questo caso, dall’assenza delle didascalie che accompagnavano abitualmente i film muti.
Le capacità e l’inventiva degli autori in Una pagina di follia si rivela nel finale: quando lo spettatore ha ormai inquadrato e compreso i personaggi, il protagonista fa indossare una maschera a ciascuno di loro, confondendo ogni residua percezione della realtà.
La ballerina pazza danza follemente.
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Immagini tratte dal film.





