Timori e speranze
A volte l’ignoranza dona più tranquillità dell’incertezza
Il lunedì arrivò in un attimo.
Mi alzai dal letto come ogni mattina, con però una strana sensazione che mi avvolgeva tutto il corpo.
Sentivo che qualcosa attorno a me stava cambiando lentamente, ma con un’intensa continuità. Non riuscivo a comprendere ancora precisamente di cosa si trattava.
Feci la mia solita colazione di latte, biscotti e frutta. Mi lavai i denti, mi vestii e mi diressi a prendere la macchina parcheggiata dentro al garage, per poter poi andare a lavoro.
Prima di uscire di casa indossai una mascherina chirurgica azzurra, che non tolsi dal volto per tutto il tempo del tragitto. Era proprio quella che solitamente vedevo quando ero adolescente e guardavo i film di medicina o i programmi di Real Time alla TV.
Mi faceva strano, non riuscivo a respirare bene. Sentivo schiacciare leggermente il naso e le labbra, dunque dovevo fare respiri profondi per poter inalare completamente l’aria.
Nonostante ciò continuavo a sentirmi affannata perché mi veniva più spontaneo produrre dei sospiri corti e veloci.
L’ultima e la prima volta che ricordavo di averla indossata era circa un mese prima, quando improvvisamente una forte febbre alterò la mia salute e mi costrinse ad andare dal medico di base, per farmi fare il certificato di malattia.
Durante quella visita mi sentivo a tratti ridicola, ma allo stesso tempo m’immaginavo di indossare le vesti di una chirurga professionista.
Per ironizzare, ricordo che mandai una foto ai miei contatti più intimi, pubblicandola in seguito nelle storie del mio profilo Instagram.
La commentai con un “Non fa ridere” perché effettivamente non ci trovavo nulla di divertente.

Rindossarla quel giorno mi dava la stessa sensazione, con però della paura aggiunta. Percepivo una leggera scarica di adrenalina che partiva dal petto e arrivava fino alla pancia.
Che cosa stava succedendo?
Varcai la solita porta d’entrata del lavoro, che si trovava vicino alla reception. Salutai la segretaria ed entrai nella stanza dove noi dipendenti posavamo le borse, all’interno di appositi armadietti personali.
Eravamo ancora in pochi ma riuscii comunque a percepire immediatamente un’aria cupa, già in quella stanza stretta e lunga.
Mi diressi nell’area di accoglienza, dove abitualmente ci trovavamo per poter organizzare le giornate.
Mi appoggiai al bancone in attesa dell’arrivo del responsabile e, nel frattempo, cercai di comprendere le parole espresse dagli altri attraverso l’unica parte del volto che si poteva ancora vedere: gli occhi.
Eravamo impassibili. Ci osservavamo pensierosi e speranzosi sul fatto che le notizie non sarrebbero state troppo tragiche.
Il DPCM aveva esteso a tutto il territorio nazionale misure restrittive, anticipate la sera prima e già adottate da ventiquattro ore in Lombardia, legate a spostamenti, salute, quarantena e chiusure di tutte le attività che avrebbero previsto assembramenti.
Assembramento: un termine che non avevo mai udito prima, che amplificava il mio, e forse non solo il mio, terrore già presente.
Un termine che ispirava negatività, errore e orrore.
Non mi era ancora chiaro che cosa fosse questo Coronavirus, anche nominato SARS-CoV-2. Non conoscevo molto bene le sue caratteristiche, sapevo soltanto che i sintomi variavano in base alla gravità della malattia e che potevano essere molto simili a quelli di una classica influenza stagionale.
La diffusione però era molto più rapida e invasiva. Provocava conseguenze molto gravi per la salute fino al ricovero ospedaliero e il virus si poteva trasmettere per via aerea, oro-fecale o tramite il contatto con le superfici.
Non ho altre molte memorie di quella “prima” mattina di lavoro. Dicono che la mente, quando vive traumi troppo forti, inconsciamente elimina quegli eventi, come atto di autoprotezione.
Durante il giorno non facevo altro che controllare le notizie, da qualsiasi fonte possibile. Comunicavo con i miei amici e attendevo con irrequietudine la conclusione di tutto ciò.
A tratti provavo a prenderla con ironia e leggerezza, per non tormentarmi con idee troppo negative. Ciò che immagini, crei. Ciò che pensi, avveri.
Trovavo però parecchia difficoltà in questo.
La sera, la cena con la mia famiglia fu caratterizzata da diversi momenti di silenzio. Ci guardavamo nelle pupille e poi spostavamo l’attenzione verso il telegiornale, che ci dava le ultime notizie riguardo all’improvvisa emergenza sanitaria.
Fino al tre aprile la situazione in Italia non sarebbe cambiata.
Era obbligatorio portarsi appresso una dichiarazione legale che permetteva gli spostamenti nel territorio. Questi ultimi si potevano svolgere solo per comprovate esigenze lavorative.
Il lavoratore infatti doveva compilare la dichiarazione con i propri dati personali, in caso di controlli, e tenerla a disposizione assieme alla copia dell’ultimo cedolino ricevuto. Altre motivazioni potevano essere la spesa, l’acquisto di farmaci o motivi di salute.
Non c’era altra via di fuga. Non si poteva uscire e, per questo, il motto più diffuso nel paese rimase uno soltanto: #iorestoacasa.
Immagine di copertina tratta da Pexels





