Ikebana: l’arte floreale giapponese
Traducibile con “fiori che vivono”, l’ikebana è un’arte giapponese dal profondo significato spirituale, esempio dell’estetica nipponica.
La Via dei fiori
L’ikebana è un sapere antico, frutto di precisione e ricerca estetica, tramandato da maestro a discepolo come un processo di ricerca interiore. La sua visione più filosofica lo definisce kadō, ovvero la “Via dei fiori”. Ebbe origine nel contesto religioso buddhista come offerta votiva, estremamente semplice, posta di fronte alla statua del Buddha. Diverrà un’arte autonoma nel XV secolo, tra monaci, guerrieri e letterati della corte di Kyōto. Contrariamente allo stereotipo “fiore = femminile”, si trattava di un’arte maschile, dunque, che un secolo dopo intreccerà la corrente del buddhismo zen, particolarmente attento alla pratica artistica come percorso di meditazione.

Parlare di ikebana non significa parlare di un semplice elemento ornamentale, un divertissement elegante ed esotico, per passatempo o divertimento. La concezione originaria, ancora viva nella cultura nipponica, è quella di un percorso di concentrazione. Proprio com’è tipico del Giappone, ciò che l’ikebana nasconde è più di ciò che rivela a prima vista: predilige il suggerire, l’intuizione, il silenzio. Il silenzio di chi dispone i fiori con calma, con attenzione e gesti svelti ma precisi. Non sono necessarie piante rare o preziose, la bellezza può nascere anche da materiali poveri, come muschio e fiori di campo. La scoperta della bellezza nella semplicità sarà ancora più folgorante, avvicinando la quotidianità alla dimensione del sublime.
La finzione della spontaneità
Tra le caratteristiche dell’ikebana che più colpiscono, vi è una finzione così ricercata da imitare abilmente una perfetta spontaneità e naturalezza. Seguendo il concetto daoista del “non agire”, l’artista non impone il proprio volere alla creazione, al contrario, si immedesima nel fiore che sta lavorando. Il maestro insegna al discepolo a piegarsi ai fiori, a conoscere i loro dettagli, singolarmente e in rapporto con le stagioni e le altre piante. Questo perché il fiore stesso è partecipe della natura dell’uomo e dell’universo.
Ogni forma dell’universo è illuminata: gli uomini, i boschi, le montagne e le fiere selvagge, i torrenti e le nuvole, nella loro impermanenza, sono la perfezione della buddhità.
Eihei Dōgen
Il risultato è una composizione armonica, fondata su uno schema triangolare che, simbolicamente, riprende l’interazione tra Cielo, Uomo e Terra. La creazione non sarà mai statica ma ricca di vitalità, come suggerito dal nome stesso ikebana: “fiori che vivono”. Il dinamismo verrà dal contrasto di pieni e vuoti, dall’accostamento dei colori, da una singola goccia d’acqua posata su una foglia, il tutto mirando a creare composizioni asimmetriche.

L’artista cerca di dare respiro alla sua opera mettendone in dialogo ogni singola parte. La texture del vaso, la direzione dei rami, la scelta dei fiori, creano con grazia giochi di colori, luci e ombre. Eppure, dietro la cura si nasconde una metaforica crudeltà: i fiori vengono recisi, puntellati con aghi, i rami tagliati e ritorti. Il maestro di ikebana fa soffrire le proprie piante per permettere loro di mostrarsi nella massima perfezione. È la stessa crudeltà con cui lo sciamano tortura il proprio corpo e la propria mente per risvegliare poteri mistici.
La potenzialità del vuoto
Il vuoto è valore estetico fondamentale nella realizzazione dell’ikebana, è il nulla percepito non come mancanza ma come potenzialità creativa. Ecco che l’arte floreale diviene ricerca interiore: la semplicità è il risultato di una disciplina, volta all’eliminazione, per giungere all’essenziale. Nella pratica, l’allievo apprende imitando perfettamente i movimenti e le composizioni del maestro. Il continuo copiare e ripetere quanto già fatto sottolinea il predominio della tradizione sull’individualità, una superiorità che, una volta accettata, accompagna all’annullamento del sé. Quando il gesto diventa spontaneo e l’allievo non si cura più di sé stesso, nasce la naturalezza di chi si è perso per ritrovarsi in una dimensione più profonda. Percorrere la Via dei fiori significa intraprendere un cammino interiore.

Tuttavia, la bellezza della composizione resterà sempre un qualcosa di effimero e momentaneo. L’indomani non esisterà più, i fiori appassiranno e rimarrà solo il ricordo della bellezza. L’ikebana acquista un valore di impermanenza che si nasconde dietro la serenità dei fiori. Il suo fascino è legato alla provvisorietà dell’esistenza, a un incanto velato di nostalgia, un’apparenza di vitalità che cela il decadimento della morte. La tradizione zen riflette sulla fragilità conferendo maggior valore alla vita proprio per la sua sfuggevolezza. Raggiungere il vuoto, accettare lo scorrere universale fonda la consapevolezza che ogni momento, in quanto irripetibile, è ricco di valore.
Apprendere la Via del Buddha è apprendere sé stessi,
Eihei Dōgen
apprendere sé stessi è dimenticare sé stessi.
Dimenticare sé stessi è essere risvegliati alla verità.
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(Copertina di The New York Public Library da Unsplash.)





