Le Mans ’66: una nomination inaspettata
Soltanto il più classico dei film dedicati all’epica sportiva americana?
Mentre le prime pagine italiane si sprecano a commentare il Festival di Sanremo (senza peraltro mai toccare i picchi di M¥SS KETA) e la notizia del giorno rimane il francescano outfit di Achille Lauro, si avvicina la notte più importante per il cinema internazionale, quest’anno forse più in sordina del solito. E il nostro #specialeoscar non poteva non concludersi con la più inaspettata delle nomination: Le Mans ’66 – La grande sfida, il film di James Mangold dedicato all’epico duello tra Ford e Ferrari per la vittoria della più famosa gara automobilistica al mondo, la 24 ore di Le Mans. Se il trambusto sanremese vi ha impedito di seguire per bene l’avvicinamento agli Oscar 2020, non disperate: domani la nostra Martina Raule vi farà da guida agli Academy Awards, con i suoi spiegoni e pronostici. Ma veniamo alla domanda più saliente: Le Mans ’66 ha davvero qualche possibilità di vincere una statuetta nella notte del 9 febbraio?

Un regista capace e due assi nella manica
In Italia è uscito a novembre e ha avuto un buon riscontro di pubblico, raggiungendo già nella prima settimana un incasso di un milione e mezzo di euro. Merito forse del già citato regista, James Mangold, capace di firmare negli anni diversi film non memorabili, ma di buon successo: tra gli altri, Ragazze interrotte, Quel treno per Yuma e Logan – The Wolverine. Merito, più probabilmente, di due protagonisti di forte richiamo per il grande pubblico come Matt Damon e Christian Bale. O ancora, merito di un connubio – quello tra cinema e corse automobilistiche – che sembra godere di un crescente consenso. Sta di fatto che il film ha ottenuto il 92% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e con la candidatura all’Oscar ha probabilmente superato le aspettative degli stessi produttori.
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La classica sfida sportiva
Il film è ispirato a fatti realmente accaduti e ruota attorno alla trentaquattresima edizione della 24 ore di Le Mans, detta anche “maratona automobilistica”, una gara lunga e sfibrante disputata annualmente in Francia. Siamo negli anni ’60 e la Ford, storico marchio statunitense, registra un consistente calo delle vendite. Per rilanciare la propria casa automobilistica, Henry Ford II decide di puntare sulle competizioni sportive, andando incontro così al vero fenomeno a quattro ruote di quegli anni: la Ferrari. Dopo aver provato inutilmente ad acquistare la scuderia di Maranello, nel 1964 la Ford produce il suo primo modello sportivo, la GT40. I risultati iniziali sono disastrosi e i successi sperati non arrivano, a causa principalmente dell’inaffidabilità del motore.
Nel 1966 il colosso dell’automobilismo si trova ad un bivio: vincere una gara prestigiosa e rilanciarsi oppure ridurre le proprie ambizioni. Il progettista della Ford GT40, Carroll Shelby – interpretato da Matt Damon – si rivolge allora al meccanico britannico Ken Miles – interpretato da Christian Bale -, cui affida il ruolo di collaudare e guidare il nuovo prototipo. L’obiettivo è semplice: vincere la 24 ore di Le Mans, dove la Ferrari domina da sei edizioni consecutive.
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Ford contro Ferrari e non solo
Il titolo originale del film è Ford vs Ferrari. La traduzione italiana da un lato ci lascia intendere come dalle nostre parti sia impossibile promuovere una storia in cui è chiaro che la Ferrari perderà, dall’altro ci permette di apprezzare maggiormente il tentativo di profondità portato avanti dal regista. Infatti, rispetto al suo più immediato predecessore – quel Rush che esplorava la rivalità tra Niki Lauda e James Hunt -, Le Mans ’66 unisce alle sequenze di gara un’attenzione particolare per il carattere e la psicologia dei protagonisti, pur rimanendo su livelli archetipici. Per fare un esempio, Carroll Shelby è un pilota costretto al ritiro da un problema cardiaco proprio all’apice della sua carriera, dopo aver vinto la 24 ore del 1959. Passa così “dall’altra parte del muretto” nel ruolo di progettista e team manager, ma la sua profondità fatica ad andare oltre lo stereotipo del mentore per Ken Miles.
Insomma, non è solo Ford contro Ferrari, si tenta qualcosa di più. Nonostante questo nobile intento, il film resta un epico racconto sportivo all’americana, ovvero intrattenimento tutt’altro che memorabile. Per di più, dalla durata forse eccessiva: nonostante il finale inaspettato e sebbene si stiano affermando come il nuovo standard temporale, due ore e mezza di film rimangono pesanti da buttar giù.
C’è un punto, a 7000 giri al minuto, in cui tutto sparisce e ciò che rimane è un corpo che si muove nello spazio e nel tempo e l’unica domanda che conta è chi sei.
Ken Miles
La storia in sé è semplicemente la classica “bella storia”, che incarna quell’ormai onnipresente tendenza ad esaltare le imprese americane. Verrebbe quasi da definirlo un topos epico, che da Momenti di gloria arriva al più sfortunato Race – Il colore della vittoria. Un topos che si basa su un principio chiaro: la gloria sportiva – e dunque etica e morale – intrinseca nell’essere americano. In realtà, ciò che veramente fa fare il salto di qualità al film è l’interpretazione dei suoi due protagonisti, in particolare quella di Christian Bale. Nei panni di un ruvido e scontroso meccanico, Bale si conferma in grado di adattarsi ad ogni personaggio, giocando ancora una volta con la propria fisicità: l’asciutto Ken Miles è spigoloso tanto nel carattere quanto nei lineamenti.
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Quali chance ha di vincere?
Con queste premesse, è facile capire perché la candidatura di Le Mans ’66 all’Oscar come miglior film sia stata piuttosto inaspettata. E non solo. Altre candidature sono arrivate per il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro. Ma il film ha davvero qualche possibilità di vittoria?
Possiamo farci un’idea delle reali chance di Le Mans ’66 dando un’occhiata ai riconoscimenti ottenuti fin qui. Pochi a dire il vero. Se si esclude la candidatura di Christian Bale come miglior attore protagonista, ai Golden Globe non è stato dato grande peso al film. Discorso diverso per i BAFTA, dove è stato premiato il montaggio. En plein, invece, ai meno celebri Satellite Award, quelli assegnati dai giornalisti di settore, per intenderci: miglior film, regista e attore protagonista, tra le altre cose.
I giudizi della critica sono stati fin qui molto positivi: sia il Guardian sia l’Independent hanno premiato il film con quattro stelle su cinque, apprezzando soprattutto quell’atmosfera degli anni ’60 «in cui tutto sembra possibile» e il tentativo di unire profondità psicologica ed epica sportiva. In Italia ne ha parlato piuttosto bene anche Cinematografo:
Uomini e motori, ma anche un interessante sguardo sul mondo dello sport che, proprio in quegli anni, incominciava a rappresentare un decisivo veicolo promozionale per aziende di enorme livello: “La vittoria non si può comprare, ma si può comprare chi ti potrebbe aiutare a vincere”.
Insomma, una candidatura forse un po’ immeritata che probabilmente non avrà seguito, ma rimane un film piacevole anche per i non appassionati del genere. In fin dei conti, come ha confessato il regista stesso a GQ, l’obiettivo era quello di tradurre per lo spettatore medio il complicato mondo del motori e delle gare Gran Turismo, cercando piuttosto di «fargli vivere ciò che prova il pilota dentro l’abitacolo». E c’è ampiamente riuscito.





