Ode a MSN, al T9 e alle kappa ovunque

Ricordo semiserio di quando social e smartphone erano una prospettiva lontana, i messaggi costavano troppo e si usavano i modem 56K

Anno nuovo, vita vecchia! Basta con i soliti buoni propositi proiettati al futuro, il team di Cogito et Volo si lancia in un throwback anni 2000 ricordando società, musica, MSN e miracoli dello scorso ventennio.

Quanto mi mancano i trilli. A pensarci bene, erano uno strumento che oggi tornerebbe assai utile. Qualcuno visualizza e non risponde? Nessun problema, una bella scarica di trilli e lo si sollecita a scrivere. Forse un po’ troppo molesti per gli standard odierni, però i trilli rimangono la giusta via di mezzo tra un messaggio e una chiamata. Se non sapete di cosa sto parlando, probabilmente siete nati dopo il 2000 e mi dispiace per voi, perché non avete mai chattato con gli amici su MSN.

«Era bello MSN quando Ti Amavo Di Bene»

L’autunno del 2008 lo passai a supplicare i miei genitori perché acquistassero la nostra prima Adsl. In casa avevamo ancora il vecchio e affidabile (si fa per dire) modem 56K, di cui in molti ancora oggi rimpiangono il suono, ammesso che non lo sappiano addirittura riprodurre. Ebbene, quel formidabile ritrovato dell’ingegneria elettronica non garantiva più una connessione abbastanza potente per far avviare l’unica applicazione degna di comparire sul mio desktop a fianco degli immancabili giochi di strategia militare: Microsoft Live Messenger, per gli amici MSN.

Non erano tempi troppo diversi da quelli di oggi: si cominciava a parlare con insistenza della crisi che aveva affossato la borsa statunitense, giorno dopo giorno si moltiplicavano gli scandali della politica (il «bunga bunga» ancora non esisteva!) e dalla scuola si levava un corale lamento per l’imminente riforma Gelmini (e per l’avvio, in fase sperimentale, delle temutissime prove Invalsi). Il primo Iphone era già stato presentato al grande pubblico e i computer cominciavano a fare capolino in tutte le case, ma nella provincia italiana la tecnologia rimaneva roba per impallinati. Anche perché si trattava di un investimento non da poco. Basti pensare ai prezzi esorbitanti delle “promozioni” telefoniche, che prevedevano scatto alla risposta e assurdi meccanismi per cui più chiamate ricevevi, più il tuo numero si ricaricava. Il tutto reso più complicato dal diabolico T9, vero e proprio strumento del demonio in grado di ridurre la lingua italiana alla sua forma più gretta attraverso l’uso smodato di abbreviazioni e l’introduzione della lettera kappa. Sommati tra loro, questi fattori contribuivano ad una decisa ostilità verso il progresso tecnologico da parte del mondo adulto.

Da qui l’importanza della guerra campale che nell’autunno 2008 si consumò in casa mia per l’ottenimento della tanto agognata Adsl. Uno scontro di civiltà, tra vecchio e nuovo mondo, che come sempre in questi casi si concluse con un compromesso. Comprammo una chiavetta Tim rossa fiammante, capace di assicurare cento ore di connessione ad Internet al mese, non un minuto di più. Alle mie orecchie di adolescente sembrava un numero altisonante, la promessa di un illimitato paese del Bengodi che si schiudeva davanti a me.

In realtà a metterle in fila cento ore corrispondono a poco più di quattro giorni, rigorosamente da condividere con tutti i membri della famiglia e da poter utilizzare su un unico computer. Senza contare il farraginoso meccanismo attraverso cui loggarsi nel software della chiavetta e attivare la connessione, perdendo così di volta in volta minuti preziosi. Ecco dunque che la sera dopo cena il rituale divenne questo: conquistare il portatile e possibilmente accenderlo mentre ancora si stava finendo di mangiare; inserire la chiavetta; recitare una preghiera a San Biagio – protettore delle nuove tecnologie – affinché la presa USB non facesse le bizze e tutto funzionasse correttamente; loggarsi nel software Tim e subito caricare una pagina del browser per visualizzare la schermata di attivazione della connessione; vedere comparire in basso a destra il contattore con i minuti trascorsi online – il definitivo “via libera” – e cliccare compulsivamente sull’icona di MSN. Quasi dimenticavo, se accidentalmente la finestra del contatore fosse stata chiusa, la connessione si sarebbe interrotta all’istante. E via da capo.

La finestra d’accesso di MSN, immagine tratta da Wikipedia.

Ed eccolo qui il portone d’accesso alla mia adolescenza: la finestra di log-in di MSN. Notare come MSN richiedesse un account e dunque una mail, cosa banale oggi, ma non all’epoca. Se oggi anche i pischelli dell’asilo possono sfoggiare un perfetto e ordinato indirizzo Gmail, che tra qualche anno farà bella figura sui loro biglietti da visita (tutto merito del registro elettronico, diciamocelo), noi eravamo l’avanguardia e come tale ci dovevamo comportare.

Per noi Internet non era una prosecuzione della realtà, bensì un mondo magico dove essere semplicemente chi volevamo essere. Le nostre mail rispecchiavano questo, l’incoscienza di chi mai e poi mai avrebbe pensato di doverci lavorare un giorno, con quelle mail e quei profili. E allora ecco i nomignoli più assurdi, kappa usate a sproposito – Kia, Kla, Kiara, a sentirle oggi sembrano auto norvegesi -, animali domestici tirati in ballo dal nulla, parole inventate e fantasiose onomatopee. Insomma, imbarazzo a profusione con la splendida ciliegina sulla torta: hotmail, il provider del coatto. Per non parlare delle foto profilo, scattate rigorosamente con pose truzze, il ciuffo in bella vista e un paio di occhiali da sole Carrera e poi modifica con Picnik, il Photoshop de noaltri.

Ma torniamo a quella finestra d’accesso. Una volta dentro, ecco la schermata principale con gli utenti online: semplice, senza fronzoli, banner molesti, notifiche e video che si avviano da soli. Bianca, a sottolineare l’abisso di distanza rispetto ai social di oggi. Entrare su Tik Tok o sulle storie di Instagram equivale a farsi risucchiare da un feed infinito, dal diabolico “una tira l’altra” che finisce sempre per lasciarti insoddisfatto e invidioso per le vite perfette che gli altri sfoggiano. Negli anni 2000, invece, sentire i propri amici era un piacere, non un affanno, era un esercizio di sincero interesse e dialogo, non una gara all’ultimo like. Fine della mini paternale nostalgica.

Un video in pieno stile anni 2000 per capire com’era MSN

Ero sempre l’ultimo dei miei amici a connettermi. E allora via a recuperare il tempo perduto, aprire una finestra per ogni chat e avviare ogni conversazione con il classico «👋🏻 c 6? cm va?». E poi un trillo per sicurezza, tanto per far sapere che ero arrivato. In fin dei conti che cos’era il trillo se non il prozio burlone della notifica molesta?

Le poche ore a disposizione facevano sfrecciare le mie dita sulla tastiera: gestivo dodici chat in contemporanea, per tutti c’era un messaggio, una storia da raccontare, e bisognava farlo in fretta. È stato allora che ho imparato scrivere senza guardare la tastiera, per non perdere nemmeno uno dei nuovi messaggi in arrivo.

Ma proprio questo era il bello: ci si scriveva, si discuteva e tanto. Futili questioni adolescenziali certo (verrebbe da dire che poi nella vita sono le uniche cose che contano davvero), ma se ne parlava. E forse, se da questo scanzonato racconto della mia adolescenza devo trarre un azzimato insegnamento da dispensare dall’alto della mia veneranda età (son passati poco più di dieci anni), è proprio questo: dialogavamo, eravamo tutti su Internet, ma mai isolati.

Forse la chiave di tutto stava nello scrivere al pc: uno schermo e una tastiera ampi stimolano la parola, si scrive se non altro per riempire l’enorme spazio bianco. Con lo smartphone questa dinamica si rovescia: scrivere è scomodo, lo si fa spesso mentre si è in piedi o mentre si cammina, la tastiera è piccola, sbagliare è più semplice, lo spazio da riempire è poco (comunque un upgrade rispetto a quando, ovviamente nel 2000, si pagava un messaggio ogni 160 caratteri). Per usare una metafora: siamo passati dal telegramma ottocentesco alle mail senza limiti e poi siamo regrediti, tornando ai messaggi concisi, che non dicono nulla. E non mi riferisco solo ai tweet: ormai ci scriviamo solo frasi di circostanza. Anzi, siamo arrivati al punto che non scriviamo proprio. Al limite facciamo una storia.

Non so dire se a inizio 2000 si stava meglio o peggio di oggi. So soltanto che valeva la pena di vivere la mia adolescenza, con i trilli su MSN, i Carrera e quel sogno di essere tutti «Friends 4ever». Poi è arrivato Facebook e il sogno è scoppiato come una bolla di sapone.

A volerla dire tutta, nessuno si è mai sognato di organizzare su MSN un tentato golpe. Fate un po’ voi.

Disclaimer

In realtà sono stato uno degli ultimi ad usare MSN. Chi lo adoperava ad inizio anni 2000 potrebbe raccontare storie ben più avventurose della mia. Alla fine appartengo alla generazione cresciuta a pane e Facebook, ma me ne vergogno visti gli esiti odierni. E soprattutto non fa abbastanza hipster.

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Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.

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