2000, ovvero come ci vestivamo male
I primi anni 2000 “hanno fatto anche cose buone”: tra queste non rientra, si sa, il vestirci in modo dignitoso
Anno nuovo, vita vecchia! Basta con i soliti buoni propositi proiettati al futuro, il team di Cogito et Volo si lancia in un throwback anni 2000 ricordando società, musica, MSN e miracoli dello scorso ventennio.
Ah, i primi 2000, quanti ricordi! L’ingenuità della gente e della tecnologia, la qualità dei palinsesti televisivi, i giochi, Disney Channel, il vestiario… No, il vestiario no. Nel ritrovare certe fotografie che ci ritraevano infagottati in imbarazzanti capi d’abbigliamento abbiamo rimproverato le nostre madri: come potevano mandarci in giro così? Ribattono sempre allo stesso modo: tutti andavano in giro così in quegli anni.

Gusto dell’orrido?
Pantaloni a vita bassa, mezze maglie (sotto alle quali nel peggiore dei casi indossavamo altre magliette! Di altri colori!), occhiali da sole microscopici o immensi, jeans con le catene, jeans sulle borse, top di jeans sui jeans con le toppe di jeans! Una società che portava con fierezza dei vestiti che solo un ventennio dopo l’avrebbero messa in tremendo imbarazzo.
Com’è potuto succedere? Avevamo il gusto dell’orrido? Probabile, ma come tutte le usanze anche questa deriva da altre. Che nel caso in questione sono state mescolate (diremo anche: male) per dar luogo a quell’arcobaleno di stili (diremo pure: di dubbio gusto) tipico dell’allora secolo entrante.
È sempre colpa della globalizzazione
La globalizzazione è un capro espiatorio a cui possiamo attribuire tutti i delitti irrisolti delle società passate, presenti e future, persino il crimine di averci vestito male.
L’aumento dei consumi ha favorito l’avvento del fast fashion, che ha portato nei grandi magazzini modelli simili a quelli delle ben più costose firme. In sostanza ci siamo abbuffati di merce sottoprezzo, aumentando il lavoro e riducendo il salario della manodopera internazionale: un fenomeno che, a differenza di quella merce, non è più passato di moda.
D’altro canto la globalizzazione ha aumentato le contaminazioni e connessioni tra le zone più disparate: la moda europea inizia a percepire echi mediorientali e asiatiche, l’influenza americana (e ne sia prova l’abuso del denim) e australiana.
We’re all in this together
L’arcinota canzone di High School Musical, film cult per chi è stato adolescente in quegli anni, esprime bene il sentimento dell’epoca: l’uguaglianza. Non a caso High School Musical è un prodotto americano: gli States avevano un bisogno viscerale, dopo l’11 settembre 2001, di fare sfoggio di un senso di unità nazionale.
L’effetto non attarda a comparire anche nel guardaroba del mondo che si riempie di borse con logo e jeans e sneakers, le prime simbolo di un’identità condivisa dalle masse, i secondi di comfort, della comodità tipica del lavoratore. Diventano tanto comuni da arrivare senza indugio anche sul red carpet. L’intero pianeta ha bisogno di sentirsi dire: sta’ calmo, andrà tutto bene.
Senti chi parla
Con buona probabilità ci troveremo ridicoli anche tra vent’anni. Nel 2040 avremo certamente da ridire sull’austerità di certi tagli di capelli, della volgarità di certi vestiti o dell’aria tremendamente kitsch con cui li portavamo. O forse rimarcheremo il fatto che a dispetto della modernità dei tempi non abbiamo avuto fantasia di creare qualcosa di nuovo, visto che abbiamo fatto bottino di diversi capi anni ’60 e ’80.
E intanto guardare ai primi 2000 ci dà quel senso talvolta di disprezzo talvolta di nostalgia che è il motore immobile del cambiamento.
Immagine di copertina: Ashley Tisdale, todateen





