Le leggi della semplicità
John Maeda e il bestseller “The Laws of Simplicity”: una lettura per la nostra epoca
Vivere nell’era della tecnologia significa sperimentare quanto risulti pervasivo il quotidiano fluire dei dati, oggigiorno prodotti e spediti in rete senza soluzione di continuità: essere online significa perdersi all’interno di un mare di informazioni complesse, interlacciate, difficili da gestire e ordinare. L’autore di questo volume si propone di esporre dieci “leggi” o, meglio, dieci principi generali ai quali potremmo affidarci per ricercare la semplicità nella realtà che ci circonda, per orientarci meglio in un mondo che rischia di diventare sempre più caotico e lontano dai concetti di facilità, chiarezza, intuitività che tanto apprezziamo.
John Maeda, nato a Seattle nel 1966, mette a disposizione dei propri lettori l’esperienza maturata durante gli studi al MIT per veicolare in appena cento pagine una rosa di massime concise ed efficaci, che si imprimono con immediatezza nella memoria. Vediamo di scorrerle insieme, operando una selezione dei punti da affrontare.
La semplicità sta nella scelta oculata di che cosa eliminare.
Aggiungere dettagli inutili non è una tecnica per rendere più fruibile un oggetto, una visualizzazione o qualsiasi altra creazione della mente umana; allo stesso tempo, è dannoso privare un prodotto di un elemento necessario al suo funzionamento. “Se sei nel dubbio, rimuovi”, dice Maeda, “ma sta’ attento a che cosa rimuovi!”, aggiunge subito dopo.
Un telecomando con un solo pulsante sarebbe estremamente semplice da usare, ma le sue funzionalità sarebbero estremamente limitate (all’accensione e allo spegnimento dell’apparecchio collegato, per esempio, o all’apertura e chiusura di un cancello); d’altra parte, un telecomando con diciottomila tasti risulterebbe altrettanto impossibile da usare. Il primo grande insegnamento trasmesso dal testo è forse questo: dev’esserci un equilibrio fra ciò che è complessità e ciò che è semplicità, l’estremizzazione dell’una o dell’altra porta a cattivi risultati. L’esempio principe di equilibrio compositivo è nientemeno che Google: un’interfaccia estremamente pulita, con un solo campo in cui inserire l’interrogazione al motore di ricerca, dietro alla quale sta tuttavia l’algoritmo più complesso del web.
Nascondere la complessità è una delle strategie migliori per consegnare nelle mani dell’utente finale qualcosa che trasmetta sicurezza, che lo faccia sentire padrone di ciò che ha davanti: non ci sentiremmo così di fronte alla plancia di comando di un jet, ma ci sono complessità che è bene restino tali, nella consapevolezza che “la complessità dev’essere un’opzione aggiuntiva per chi la sa gestire”.
Organizzare spazio e tempo.
Organizzare gli elementi di un insieme li fa apparire meno numerosi: questo principio è autoesplicativo e si lega bene al successivo, che invita a guardare al risparmio di tempo come ad un medium di semplicità.
Se ad un programma serve una manciata di secondi per elaborare un output, quella falla nella clessidra va compensata da una barra di avanzamento, da un testo da leggere che invita ad “Attendere, prego… configurazione in corso”, che occupa la manciata di secondi che altrimenti avremmo passato a fissare una finestra immota al centro del nostro schermo, parecchio più spazientiti. È la versione informatica del coperto al ristorante: in attesa del primo, ecco dei grissini a placare la nostra fame, un pezzo di pane o un più corposo antipasto, per ingannare l’attesa delle portate successive.
Imparare, ed imparare ad apprezzare le differenze.
L’apprendimento è una delle vie per semplificarci la vita. Non è mai una perdita di tempo sforzarsi di acquisire nuove conoscenze, mettersi in gioco, raggiungere nuovi obiettivi: bisogna lasciarsi ispirare, trovare dei punti di riferimento, far scattare quell’interruttore che da bambini ci ha portati a saperci allacciare le scarpe da soli e a smettere di gattonare. L’universo non è monotono: non dovremmo ridurci ad esserlo noi.
Il contesto, l’emozione e la fiducia.
“Posso permettermi di avere una guida? Posso permettermi di non averne una?”
Immaginatevi persi in una giungla intricata dell’Amazzonia, mentre volatili variopinti cantano e si librano sopra il vostro capo: non c’è un sentiero a guidarvi, la vegetazione vi preme da ogni lato e non riuscite a soffermarvi su quanto sia lussureggiante, su quali profumi sconosciuti si sollevino all’intorno e quali scorci di fauna tropicale vi circondino, avete paura dell’ignoto ambiente in cui vi siete inoltrati.
Ora immaginate lo stesso luogo, solcato però da una via appena riconoscibile, all’interno dello spazio protetto di una riserva, punteggiato da discreti riferimenti sul percorso da fare per raggiungere nuovamente la civiltà: il panico provato in precedenza vi abbandona, sostituito da un confortevole sentimento di scoperta, di conquista.
Immaginate ancora che la foresta si apra sempre più, che si diradi in favore di una carreggiata vera e propria, popolandosi di segnali stradali, cartelli e presenza antropica: si ritorna al perfettamente noto, ed ecco che finisce il senso di avventura, la bellezza del trovarsi al punto di equilibrio fra il controllo e la perdita di controllo. In ogni esperienza c’è quel preciso punto di equilibrio: dobbiamo fidarci a uscire dalla nostra zona di comfort quel tanto che basta per sperimentare che, se non ci avventuriamo troppo in là, potremmo stupirci di quanto salutare sia andare incontro a qualcosa che sa smuoverci, arricchirci e farci sentire più vivi.
Per tirare le fila...
Maeda conclude con un principio-somma di tutti gli altri: “la semplicità sta nel sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo”, affiancandolo all’analisi subito conseguente di tre “chiavi” o principi trasversali che portano in luce altri spunti di riflessione che lasceremo approfondire al lettore. Nelle pagine conclusive del saggio, l’autore sintetizza in una sola frase il concetto fondamentale che dovremmo avere sempre in mente: la tecnologia, così come la vita, diventa complessa soltanto nel momento in cui glielo lasciamo fare. Accettare la sfida delle dieci leggi sta a noi, dunque, qualsiasi sia la nostra opinione sull’entropia.
Immagine di copertina: photo by Ernest Ojeh on Unsplash





