Segreti di pietra
Una montagna nel cuore
Nessuno lo nominava né faceva riferimenti a lui. Tutti, però, lo stavamo pensando, e questo lo rendeva forse ancora più presente.
Erano passati solo pochi mesi dall’ultima gita in montagna tutti insieme: c’era anche Giacomo, come tutte le volte… Tutte le volte esclusa quest’ultima.
Giacomo adorava la montagna, ma non come chi adora stare nella natura o nel silenzio, o chi gode nello sfidare se stesso per raggiungere la vetta, no. Tra Giacomo e la montagna c’era un legame più forte: suo nonno Ernesto, giovanissimo partigiano della prima ora sopravvissuto a tutto, “Pure a Berlusconi!”, come si divertiva a dire.
Lo incontrai solo due volte, il mitico nonno Ernesto: una volta per conoscerlo e una volta al suo funerale. In entrambe le occasioni, vestiva abiti militari.
Giacomo era molto legato a suo nonno, forse perché come il nonno era un idealista, un sognatore, un amante di quei valori per cui il partigiano Ernesto aveva combattuto, aveva sofferto ed era stato pronto a morire.
Come molti soldati, dalla fine della guerra per molto tempo non aveva parlato di ciò che aveva vissuto: erano passati molti anni di spigolosa sofferenza dentro quell’uomo, prima che trovasse la forza di raccontarsi.
Trovo incredibile come la guerra possa segnare le persone, pensando a ragazzi troppo giovani per essere uomini che dopo aver affrontato sfide tremende, sofferenze impensabili, momenti disumani dicono di non avere la forza per parlare di ciò che è stato. Pensavo a ciò che sapevo e avevo studiato sulla vita durante la guerra, unendo aneddoti del nonno Ernesto a pagine di libri che avevo letto, a immagini di film, pensavo e non riuscivo a immaginare fino in fondo il dolore, il ricordo tagliente di vicende che ti straziano solo a sentirle raccontare, immagini inguardabili anche in fotografia, memorie nelle quali non è possibile immedesimarsi ai giorni nostri, in condizioni normali. Eppure, queste persone hanno vissuto per davvero con angoscia quei momenti, e ora la forza per raccontarli ai loro cari non la trovavano.
Proprio quando pensi che non possa esserci nulla di più difficile per un essere umano, capisci che per quelle persone esiste e se lo portano dentro per anni, alcuni addirittura per tutta la vita.
Anche Ernesto per molto tempo non ne parlò, suo figlio Pietro (il padre di Giacomo) da ragazzo non sentì mai suo padre parlare della guerra, non lo vide mai in tenuta militare, fu un padre presente e pieno di valori da trasmettere, ma visse senza mai fare accenno a quel periodo della sua vita. Il silenzio durò per più di 50 anni, finché, quando nacque Giacomo, iniziò a raccontarsi.
Forse l’idea di essere nonno lo rendeva più sereno, forse più vecchio: da allora trovò la voglia ed il coraggio di aprirsi, con storie bagnate di sofferenza, difese con orgoglio, vicende e pensieri dipinti con tratti di terrificante brutalità ma anche di umana tenerezza, dalle pagine scritte nella storia a quelle scritte in intimità, per amore della moglie, racconti incorniciati da idee giovani e passionali di libertà, di giustizia, di un mondo migliore che esisteva solo nella mente e nel cuore di persone come lui.
Giacomo mi parlava spesso delle storie che gli raccontava suo nonno:
“Gli viene spesso da piangere”, diceva, “spesso mi stringe la mano mentre mi racconta qualcosa, mi stringe più che può con gli occhi bagnati”.
La passione di Giacomo per la montagna era legata a tutto questo, a suo nonno e alla guerra che aveva combattuto con gli altri partigiani sulle montagne del Veneto, ma non solo.
Conosceva a memoria nomi e particolarità di moltissime catene montuose, in tutto il Nord Italia: i luoghi dei combattimenti più feroci, le lande delle traversate più dure, insomma la montagna era la rappresentazione della passione per Giacomo, chiunque lo capiva sentendolo parlare o solo vedendolo rinascere quando si andava a camminare, sempre alla ricerca di una vetta diversa da agguantare, quante mete abbiamo raggiunto insieme!

L’ultima volta ci teneva particolarmente, eravamo sul Pasubio, sulla strada delle 52 gallerie: si tratta di un percorso magistralmente realizzato nella Grande Guerra, in poco più di sei mesi, caratterizzato da gole, gallerie, passaggi scavati nella roccia per creare una strada non raggiungibile dal dall’artiglieria nemica e percorribile anche dai muli.
In effetti il percorso meritava, sia dal punto di vista storico che paesaggistico era – ed è – qualcosa di suggestivo, un formicaio a grandezza d’uomo scavato nella roccia più di 100 anni fa, da persone normali.
Una pietraia colpita dal sole, trafitta dal vento: procedendo al suo interno, sembra di passare attraverso lo scheletro di una montagna ferita e vinta dall’uomo, nonostante le alte e impervie pareti di roccia la montagna si arrende alla tenacia dell’uomo.
Giacomo ne era entusiasta, fin dall’inizio raccontava tutto ciò che sapeva su quei luoghi con una frenesia disarmante, l’aria non bastava agli argomenti, agli aneddoti che conosceva, aveva un entusiasmo che ti prendeva per mano e ti avrebbe portato sulla cima di qualsiasi montagna.
“La 19! Forza, arriviamo alla galleria 19, è la migliore! Pensate che è la più lunga, è buio là dentro e in più è a spirale! Una cosa magnifica, pensate a cosa deve essere stato scavare la roccia in questo modo!”
Se qualcuno provava a fare ironia o a placare quella frenesia, Giacomo non si scomponeva: ho sempre ammirato il suo modo di voler insegnare a tutti qualcosa che per lui era una passione, ci metteva anima e corpo per accendere quella scintilla di interesse.
Ti invadeva di positività, scovava racconti leggendari alternandoli con fatti storici, dipingeva con le parole enormi tele incrociate tra loro, storie in cui ti ritrovavi senza più volerne uscire, era un fiume in piena, leggero come l’aria ma capace di portarti in luoghi sconosciuti.
“Come fai a non capire? Guardati intorno, questa non è una montagna bucherellata, non è uno scolapasta gigante, qui si è fatta la storia! Ho letto che nel 1917, quando hanno realizzato il percorso, in molti sono morti sotto sforzi disumani tra la stanchezza e il freddo, pensa che storie, ragazzi come noi, anzi più giovani, sono stati presenti anche i cosiddetti ragazzi del ’99, te lo immagini? Qui, nel freddo pungente, tra le rocce taglienti in mezzo a montagne in cui rimbomba solo il suono del cannone e l’odore di morte. È bello pensare che le montagne parlino, no? Magari da sempre, come anziani del mondo che esistono da sempre e conoscono tutto. Scommetto che durante la guerra pure a loro andò via la voce, giganti ammutoliti dalla paura”.

In effetti c’era di cui riflettere, ma nulla mi toglierà dagli occhi l’immagine di Giacomo che credo abbia fatto il doppio della strada di tutti noi, andava davanti al nostro gruppo, poi tornava indietro “nelle retrovie”, come diceva lui, per parlare e far compagnia a qualche nostro amico più lento.
Sentivo che parlava delle piante e dei fiori: “Guarda! Quello è il pino mugo, quella è una primula, crescono ovunque ci sia calcare”, “Anche nella mia lavastoviglie?”, chiedevo io, ma lui non sentiva, era troppo emozionato, sembrava un bambino che riceve un regalo, solo che aveva la barba.
Dopo un po’ tornava in testa al gruppo al grido di “Coraggio gente, la meta è vicina!”.
Tutto questo è marchiamo a fuoco nella mia memoria, così come lo era in quella degli altri, quel giorno. Eravamo in montagna senza Giacomo, tuttavia nessuno lo nominava, forse per paura di parlarne, per paura della tristezza che avvolge i cuori e rabbuia le giornate, forse perché non c’era molto da dire.
Giacomo, a differenza di suo nonno, se n’era andato senza mai liberarsi del peso che si portava dentro e senza dare a nessuno la possibilità di stagli più vicino.
A quanto pare aveva un problema al cuore, furono i suoi genitori a dircelo, ci spiegarono di cosa si trattava ma non sentivo più nulla in quel momento, non pensavo più a nulla, avevo solo in mente il suo: “Si muore solo da vivi”, che amava dire per giustificare la sua voglia di fare, di non fermarsi mai, di collezionare esperienze senza privarsi di nulla, vivendo ogni giorno con una voglia di vivere che spaccava le pietre.
Era un giorno d’ottobre, aveva solo 25 anni e se n’era andato come se ne va il sole al tramonto, senza disturbare. Nel giro di poco, dove prima c’era luce si era fatto buio, un buio venato di una profonda malinconia.
Aveva un cuore buono, tenero, o come piaceva pensare era forse troppo tenero per contenere tutto quell’entusiasmo e quella voglia di vivere.
Io lo so perché non ci ha detto mai nulla, perché non voleva che cambiasse nulla tra di noi, non voleva farci soffrire prima del tempo, voleva sparire senza dare spettacolo, come quando una canzone finisce. Fino a prima ti godi la musica e subito dopo già ti manca.
Giacomo era una bella musica, una di quelle che ti ricordi e ti affiora nel cuore per viverci dentro.
Immagine di copertina a cura di Guido Fogliata





